La denuncia di una ragazza con il niqab, mandata via dalle Poste: “Mi hanno detto di toglierlo o di andare via”
"Toglilo se vuoi stare qua": sono queste le parole, che una ragazza si è sentita pronunciare da un dipendente di un ufficio postale di Gallarate, comune che si trova in provincia di Varese. Il riferimento era al niqab, un velo che copre il viso lasciando scoperti gli occhi. La donna ha scritto a Fanpage.it e ha raccontato quanto vissuto.
"Sono una ragazza italiana con radici bengalesi che indossa il niqab", ha scritto in una lettera inviata alla redazione. Ha poi raccontato che, un giorno, è andata alle Poste per ritirare un pacco. Appena è entrata, un dipendente le ha detto: "Togliti il coso, non puoi stare qui con il burqa", indicando il suo niqab.
"Ci tengo a precisare che indossavo solo il niqab, che copre il viso lasciando scoperti gli occhi, e non il burqa, che è un indumento completamente diverso", ha precisato la giovane a Fanpage.it raccontando che lo stesso le ha detto che all'ingresso "era scritto che non potevo entrare con il volto coperto. In quel momento, non avendo modo di registrare la situazione, ho preferito uscire senza discutere ulteriormente".
"Dopo più di un mese, oggi sono tornata nello stesso ufficio perché dovevo fare una ricarica. Il giorno prima mia madre era stata nello stesso posto indossando il niqab e nessuno le aveva detto nulla. Appena sono entrata, però, lo stesso uomo mi ha fermata nuovamente dicendomi: "Toglilo se vuoi stare qua"".
L'uomo le ha infatti detto che non poteva stare "così: o esci o te lo abbassi".
A quel punto la ragazza ha contestato la sua frase spiegando che la legge non vieta in maniera assoluta di indossare il niqab. In Italia, infatti, non esiste una normativa specifica. Appena le ha detto che già, un'altra volta, le aveva detto che il divieto era stato scritto, ma lei non lo ha trovato da nessuna parte; l'uomo le ha detto: "Signora, c'è scritto. C'è anche scritto che non può entrare con il casco".
Attualmente, in Italia, l'articolo 5 della legge numero 152/1975 specifica che è "vietato l'uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo".
In Regione Lombardia, nel 2015, sono stati introdotti divieti per l'accesso negli ospedali o in uffici regionali. E, negli anni, sono state portate avanti diverse mozioni per sollecitare una norma che disciplinasse o rendesse più esplicito il divieto. Sicuramente alle Poste, potrebbe esserci la necessità di rendersi riconoscibili per essere identificati; ma che questo comporti il divieto del niqab è tutt'altra storia. E, infatti, la madre della giovane, solo alcuni giorni prima, pur indossando il niqab, ha potuto fare accesso all'ufficio senza che le venisse contestato nulla. Per la ragazza, invece, non è stato così.
Quando è arrivato il responsabile, anche lui le ha detto che la giovane deve essere identificata. Alla sua domanda: "Identificare? Quando si fa un'operazione?". L'uomo le ha risposto: "In realtà pure quando si entra in un ufficio pubblico. Io so che voi avete la vostra religione, però devi essere un po' più scoperta in un ufficio pubblico. Dobbiamo guardarti in faccia". La giovane ha poi risposto: "Quando mi deve fare identificare, ovviamente, mi faccio identificare. Però non può dirmi che per stare qua, devo scoprirmi. L’altro volta sono venuta, e mi ha detto che avevo il burqa".
"Il responsabile poi mi ha portata davanti a un foglio esposto all'ingresso – ha riportato ancora la giovane – sostenendo che lì fosse indicato il divieto di entrare con il volto coperto. Gli ho fatto notare che nel foglio non mi sembrava fosse indicato quanto sostenevano". E infatti è solo specificato il divieto di entrare con il casco o con il passamontagna, non c'è alcun riferimento al niqab. "Pensavano che non sapessi l'italiano e che non sapessi leggere. A quel punto gli ho detto nuovamente che volevo capire quale fosse esattamente la base giuridica del divieto. E lui, invece di indicarmi una norma precisa, ha iniziato a cercare su Google AI per verificare la questione".
Dopo che la giovane, glielo ha fatto notare, il responsabile "è rientrato all'interno dell'ufficio, lasciandomi fuori. Io, a quel punto, sono entrata nuovamente per poter fare quello per cui mi trovavo lì. Non vedevo più né il dipendente che mi aveva fermata né il responsabile".
"Quello che mi lascia più perplessa è che si tratta di persone che lavorano in un servizio aperto al pubblico e che dovrebbero conoscere e rispettare le regole. Ho avuto la sensazione che abbiano cercato di imporsi soprattutto perché pensavano che io non conoscessi i miei diritti e che quindi non avrei contestato. Il fatto che il giorno prima mia madre, indossando il niqab, non abbia ricevuto alcuna contestazione, mentre con me lo stesso operatore ha insistito per due volte, mi ha fatto riflettere. Se una regola esiste, dovrebbe essere applicata in modo chiaro e coerente a tutti, non in base alla persona che si trovano davanti".