Caporalato nel consolato Usa a Milano, è stato scarcerato il manager Ulas Demir: andrà ai domiciliari
Scarcerazione e arresti domiciliari disposti dal gip per il responsabile del ramo italiano della Caddell Construction, Ulas Demir. Tutto questo dopo che la società ha dovuto risarcire con più di 19 milioni di euro a circa 300 lavoratori, oltre al pagamento di sanzioni all'Inps per 7,2 milioni di euro e ai 4 milioni all'Ispettorato territoriale del lavoro, per una cifra complessiva che è arrivata a circa 31 milioni. In tutto questo non c'erano solo stipendi arretrati, contributi all'Inps e 7 milioni per danni morali, ma anche permessi di soggiorno e indennità di disoccupazione Naspi. Secondo quanto ricostruito dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici, nei cantieri sarebbero stati impiegati lavoratori "in condizioni di sfruttamento, approfittando del loro stato di bisogno". Una situazione di "para-schiavismo", in pratica. Caddell ha precisato che il rimborso "non costituisce in alcun modo un'ammissione di responsabilità penale o civile o amministrativa".
"Ti rispedisco in India in una bara". Negli atti che Fanpage.it ha potuto visionare c'erano anche minacce di morte. La Caddell Construction – l'azienda costruttrice americana impegnata nella realizzazione del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano – è attualmente accusata di caporalato e "para-schiavismo". E con lei il suo responsabile del ramo italiano, Ulas Demir. Là dove gli operatori avrebbero lavorato per ore e ore ininterrottamente, ci sarebbe stato un "sistematico sfruttamento" che li avrebbe condotti alla "negazione della libertà del lavoro". Per arrivare fino a quel punto ci sarebbero state più tappe, diverse umiliazioni quotidiane e reiterate, oltre che un paga misera. Nemmeno due euro all'ora.
E non è tutto. Accuse, condizioni lavorative precarie e dannose, pause e malattie non concesse e altri soprusi che erano spiegabili con una sola parola: la paura. Paura di subire ritorsioni, di essere seguiti anche a casa con la propria famiglia, la paura di perdere il lavoro. Il sistema a cui erano sottoposti, però, non puntava solo a quello. I lavoratori perdevano innanzitutto la dignità. In quanto lavoratori, ma anche come esseri umani. È questo che ha portato la Procura Milanese a effettuare una delle operazioni maggiori contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo.
Le stesse parole di un operaio ascoltato da Fanpage.it testimoniano l'incredulità per quanto gli accadeva. Un progetto in Italia in cambio di un visto senza alcun tipo di trattativa, ma solo con la speranza di trovare un'opportunità. Nessuna spiegazione. Nessuna garanzia. In quello scambio c'era solo un ricatto che poi si sarebbe concretizzato in un "sistema di sfruttamento organizzato".
Nel suo racconto emerge esattamente quanto scoperto dai pm Storari e Clerici, secondo cui molti lavoratori percepivano formalmente uno stipendio tra i 1.300 e i 1.500 euro. Il problema, però, è che subivano trattenute per vitto e alloggio che mangiavano lo stipendio fino a farlo quasi scomparire. Gli rimanevano circa 400 euro.
Nell'inchiesta era finito in carcere anche l'indiano Ahi Appukuttan col ruolo di presunto "caporale operativo": avrebbe minacciato cinquanta lavoratori. Molti di loro gli chiedevano semplicemente di potersi assentare dopo un infortunio sul cantiere, per riposare. Ma non gli veniva concesso.
Dopo mesi d'indagini, oltre ai risarcimenti per i danni fisici e morali, le Questure di Milano e Pisa hanno rilasciato 238 permessi di soggiorno speciali, della durata di 12 mesi e rinnovabili, per tutti quei lavoratori riconosciuti come vittime di intermediazione illecita e sfruttamento. Detta in altre parole, tutti quegli operai che non potevano assentarsi, che non potevano ammalarsi o perdere il pullman che li avrebbe portati in quel gorgo di lavoro, sono state riconosciute come parte lesa nel processo. Altri 60 operai rimasti senza occupazione sono stati ammessi alla Naspi.