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“Diana non aveva mai visto un pediatra, non era nemmeno vaccinata”: parla l’avvocato di Alessia Pifferi

“La bambina non aveva la tessera sanitaria, non ha mai fatto neanche le vaccinazioni”, le parole di Alessia Pontenani, avvocato difensore di Alessia Pifferi, alla trasmissione Rai Ore 14. “A Milano non ha mai visto un pediatra, nessuno l’ha seguita”.
A cura di Francesca Del Boca
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Diana Pifferi
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Si scava ancora nel passato di Alessia Pifferi, la donna di 38 anni che nel luglio del 2022 ha abbandonato la figlia di 18 mesi da sola a casa per sei giorni, lasciandola morire di stenti: gli inquirenti scandagliano i giorni, le settimane e i mesi antecedenti alla morte della piccola Diana, avvenuta il 20 luglio in un appartamento di Ponte Lambro a Milano. Ricostruiscono, pezzo per pezzo, il contesto in cui è nata e cresciuta la bambina. E quello che emerge, purtroppo, è un quadro di grave incuria.

A confermarlo anche la stessa legale della donna, ora accusata di omicidio volontario aggravato e detenuta all'interno del carcere di San Vittore. "La bambina non aveva la tessera sanitaria, non ha mai fatto l'esame audiometrico e neanche le vaccinazioni", le parole ieri di Alessia Pontenani, avvocato difensore di Alessia Pifferi, alla trasmissione Rai Ore 14. "A Milano non ha mai visto un pediatra, nessuno l'ha seguita dal punto di vista medico".

E spiega: "Essendo nata a Bergamo ma con la residenza a Milano, si è creato un cortocircuito tra aziende sanitarie su chi dovesse averne la responsabilità. Ma la realtà dei fatti è che, probabilmente, la madre non si è mai interessata e attivata per risolvere questo problema perché non era in grado di farlo. Non mi risulta che abbia mai fatto telefonate o interloquito con l'Ats".

Una bambina lasciata a sé stessa? "È emersa una gestione molto superficiale della bambina, che mal si conciliava con lo stile di vita di Alessia Pifferi", aveva dichiarato il dirigente della Squadra mobile Marco Calì, ascoltato nel corso del processo a carico della 38enne. "Alessia Pifferi conduceva un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità. In alcune chat chiedeva prestiti di denaro con la scusa che le servivano per la bambina, quando in realtà servivano per pagarsi le sue serate romantiche", il suo racconto in aula. "Ha inventato il battesimo di Diana per ottenere soldi".

Limousine affittate a caro prezzo, cene vista lago in compagnia del fidanzato, decine di vestiti da sera in valigia. Così infatti, secondo quanto emerso dalle indagini, la 38enne di Milano avrebbe trascorso gli ultimi giorni prima del ritrovamento del cadavere di Diana. "Io e il bergamasco ci siamo rimessi insieme, ci stiamo provando", rivela Alessia a un'amica via telefono, in quel periodo. "Mi auguro con tutto il cuore che con lui adesso le cose possano funzionare alla grande, come sembra che stanno andando. E tornare subito, con il suo tempo, a casa sua perché comunque io voglio andare via di qua".

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