Condannato all’ergastolo per la morte di Cristina Mazzotti, annullata la custodia in carcere per “u Dutturicchiu”

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Cristina Mazzotti
La Corte di Cassazione ha annullato la custodia cautelare in carcere per Giuseppe Calabrò. “u Dutturicchiu” lo scorso febbraio è stato condannato in primo grado all’ergastolo per il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti ne 1975 e secondo i giudici non ci sarebbe pericolo di fuga o rischio di reiterazione del reato.

Non c'è motivo per cui Giuseppe Calabrò debba stare in carcere. È quanto sostenuto dalla Corte di Cassazione, che nelle scorse ore hanno annullato l'ordinanza di custodia cautelare emessa a carico di "u Dutturicchiu", il 76enne condannato a Como lo scorso febbraio in primo grado all'ergastolo per il sequestro e l'omicidio di Cristina Mazzotti, avvenuti nell'estate del 1975. Secondo i giudici, che hanno quindi rinviato la questione al Tribunale di Milano per una nuova valutazione, non ci sarebbe il pericolo di fuga e il rischio di recidiva che giustificherebbero la sua detenzione in carcere.

Lo scorso 4 febbraio la Corte d'Assise di Como ha condannato in primo grado all'ergastolo Calabrò e Demetrio Latella in quanto ritenuti esecutori materiali del rapimento, e del successivo omicidio, di Mazzotti. La 18enne milanese era stata sequestrata il 30 giugno 1975 a Eupilio, nel Comasco. I due amici che erano con lei vennero bendati, legati e lasciati nella loro auto, mentre la ragazza venne tenuta per 28 giorni in una buca piccolissima e il suo corpo ritrovato l'1 settembre 1975 in una discarica vicina a Galliate (Novara).

Stando a quanto ricostruito nell'ultimo processo, Calabrò e Latella avrebbero fatto parte del commando che rapì Mazzotti. Secondo la Corte d’Assise di Como, "u Dutturicchiu" sarebbe stato il "referente dell’articolazione territoriale della ‘ndrangheta in Lombardia" e occuperebbe "una posizione di vertice". La sentenza era stata emessa il 4 febbraio, ma la notte del 6 febbraio Calabrò, che era a piede libero, venne arrestato perché trovato in possesso di un biglietto aereo per la Calabria dove, secondo a Procura, avrebbe potuto godere di agganci ed eventuali aiuti.

Così, la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano Giulia Marozzi aveva disposto per il 76enne la custodia cautelare in carcere, descrivendolo come "un invisibile della ‘ndrangheta" che "apparentemente sembra una persona tranquilla, ma ha un valore criminale elevato". Lui ha sempre negato il fatto che volesse fuggire e i suoi legali avevano presentato ricorso contro la custodia cautelare. Ricorso che è stato respinto dal Tribunale del Riesame di Milano, ma ora accolto dalla Corte di Cassazione.

Gli avvocati di Calabrò, infatti, contestavano il fatto che la sua ultima condanna risale al 2008 e quella del sequestro Mazzotti è legata, appunto, a una vicenda di mezzo secolo fa. I legali hanno, poi, sottolineato l'età avanzata del loro assistito, sostenendo che non ci sia alcun pericolo di fuga e neanche un rischio di recidiva. Una contestazione in sostanza accolta dalla Corte Suprema, che ora ha rinviato la questione al Tribunale di Milano per una nuova valutazione.

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