Sub morti alle Maldive, ora i soccorritori usano il rebreather: cos’è il sistema a circuito chiuso

Oggi lunedì 18 maggio sono riprese le operazioni di recupero dei corpi di quattro dei cinque italiani che lo scorso 14 maggio non sono più riemersi da un'immersione nei pressi dell'atollo di Vaavu, nell'arcipelago delle Maldive. Il team incaricato della missione è composto da tre esperti soccorritori finlandesi e questa mattina – intorno alle ore 11 locali – la squadra si è immersa utilizzando il sistema rebreather, una tecnologia di respirazione a circuito chiuso che viene impiegata nelle immersioni tecniche più profonde e complesse.
A differenza delle tradizionali bombole a circuito aperto, il rebreather non disperde nell'acqua il gas espirato dal sub, ma lo ricicla: il sistema trattiene il gas espirato, elimina l'anidride carbonica e reintegra l'ossigeno consumato, rendendo la miscela nuovamente respirabile. Poiché i sommozzatori dovranno probabilmente trascorrere molte ore a scandagliare le grotte sommerse dell'atollo, i tre speleosub hanno optato per questo sistema che garantisce un'autonomia molto superiore rispetto alle normali attrezzature subacquee.
Come funziona il circuito chiuso del rebreather
Nel circuito del rebreather, chiamato CCR (Closed Circuit Rebreather) vengono utilizzate due bombole. Una contiene ossigeno puro, l'altra il cosiddetto diluente, generalmente aria o trimix nelle immersioni più profonde. Il gas passa attraverso un filtro chimico che assorbe la CO2 prodotta dalla respirazione. Il composto filtrante, chiamato sofnolime, contiene sostanze come idrossido di litio, sodio e potassio, capaci di "catturare" l'anidride carbonica. Una volta depurato, il gas rientra nel circuito tramite tubi corrugati e torna disponibile per il subacqueo a una pressione ottimale per la respirazione.
L'ossigeno consumato dal metabolismo viene invece reintegrato automaticamente attraverso una valvola elettronica, il cosiddetto "solenoide", oppure manualmente nei modelli meno automatizzati. Grazie a questo metodo, il gas viene riciclato quasi totalmente e durante la risalita sfuggono soltanto poche bolle.
Per supportare questo sistema occorre un'attrezzatura specifica composta da:
- Un boccaglio.
- Le due bombole.
- Tubi corrugati che trasportano il gas attraverso i filtri dell'anidride carbonica.
- Un sacco polmone, ossia un sacchetto che si espande e contrae in base al respiro (spesso sono due).
- Il filtro che contiene il sofnolime.
- Un sensore per controllare l'ossigeno.

Perché viene usato il rebreather per trovare i corpi
Il rebreather viene spesso usato da fotografi e documentaristi perché l'assenza di bolle riduce i disturbi per le riprese e permette di avvicinarsi alla fauna marina senza disturbarla. Nel caso delle operazioni di recupero alle Maldive, però, il principale vantaggio offerto da questo sistema è l'autonomia d'immersione. A parità di profondità e durata dell'immersione, un circuito chiuso può garantire un'autonomia fino a sei volte superiore rispetto a un sistema tradizionale.
Non solo. Durante il processo di riciclo l'aria viene umidificata e riscaldata, il che aiuta il sub a mantenersi più caldo durante l'immersione. Un dettaglio non da poco, anche perché le temperature nelle grotte dove si stanno svolgendo le ricerche sono decisamente basse.
Una tecnologia complessa e delicata
Proprio per la particolare tecnologia che offre tutti i vantaggi appena elencati, il rebreather richiede un addestramento specifico e un elevato livello d'attenzione in ogni fase del suo utilizzo. Il sistema è molto più complesso rispetto alle tradizionali bombole e il subacqueo deve monitorare continuamente la pressione parziale dell'ossigeno tramite appositi sensori elettronici.
Un errore nella gestione della miscela respiratoria o un malfunzionamento possono avere conseguenze gravissime. Per questo i rebreather vengono utilizzati soprattutto da subacquei tecnici altamente specializzati, addestrati a gestire procedure di emergenza e decompressioni complesse.