video suggerito
video suggerito

Studio su Science fa emergere i lati oscuri del lavoro da remoto: solitudine e crollo della salute mentale

Un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science ha trovato una forte associazione tra il lavoro da remoto, l’isolamento sociale e una peggiore salute mentale. La ricerca condotta su 600.000 lavoratori.
Smart working. Credit: iStock
Smart working. Credit: iStock

Dopo lo scoppio della pandemia di COVID-19, a marzo del 2020, il telelavoro e lo smart working si sono sempre più diffusi e oggi moltissime aziende offrono diverse soluzioni per i propri dipendenti. Agli indubbi vantaggi, fra i quali figurano riduzione dei costi per spostamenti e pasti, maggior tempo libero, minor inquinamento ambientale e meno “distrazioni da ufficio”, fanno da contraltare isolamento sociale, potenziale minor senso di appartenenza al gruppo con cui e per cui si lavora, difficoltà di scindere vita privata e professionale, minori possibilità di crescita professionale, reperibilità “allargata” e molto altro. Anche per questo molte società offrono soluzioni ibride, nelle quali in genere sono richiesti 2 – 3 giorni in presenza e i restanti a casa; è un modello in cui si cerca di bilanciare costi e benefici del lavoro da remoto e di quello in presenza. La tendenza è tuttavia quella di desiderare più smart working per chi è obbligato a lavorare in ufficio, pur facendo un lavoro pienamente compatibile con le modalità di telelavoro.

Ma questa aumentata soddisfazione dei lavoratori che hanno la possibilità di svolgere il proprio impiego da casa è davvero salutare? Secondo una nuova ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Science, ci sarebbero dei lati oscuri nascosti – ma non troppo – da non sottovalutare. Il principale è proprio il sopracitato isolamento sociale, che può sfociare in una netta riduzione dei contatti umani e della vita in comunità (anche dopo il lavoro), con un aumento significativo dei giorni in completa solitudine. A questo può accompagnarsi un rilevante deterioramento della salute mentale, con un'impennata nell'utilizzo di farmaci antidepressivi e della richiesta dei servizi di assistenza psicologica. Per chi vive solo e non in famiglia, le probabilità di questi effetti negativi raddoppiano.

È quanto emerso dal nuovo studio condotto dalle tre scienziate Natalia Emanuel, Emma Harrington e Amanda Pallais, rispettivamente del Dipartimento di ricerca presso la Federal Reserve Bank di New York; del Dipartimento di Economia dell'Università della Virginia; e del Dipartimento di Economia della prestigiosa Università di Harvard. Le tre economiste hanno utilizzato le variazioni differenziali del lavoro da remoto per diverse professioni al fine di valutare il suo impatto sull'isolamento e sulla salute mentale. In sostanza hanno messo a confronto i livelli di isolamento e salute mentale di dipendenti di lavori possibili da remoto (come quelli che si occupano di software e scrittura) e di lavori impossibili da remoto (operatori sanitari). Hanno utilizzato i dati di cinque sondaggi condotti tra il 2011 e il 2024 ma hanno eliminato i due anni concentrati nel picco pandemico, quando lo smart working è diventato una priorità alla luce delle misure draconiane (lockdown e simili) per abbattere la catena dei contagi del coronavirus SARS-CoV-2. In totale sono stati coinvolti circa 600.000 lavoratori statunitensi, la cui professione è stata considerata possibile da remoto sulla base di un indice chiamato Dingel-Neiman.

Incrociando tutti i dati è emerso che, dopo la pandemia, chi svolgeva un lavoro da remoto in media trascorreva un'ora in più da solo rispetto ai lavoratori in presenza. Sono aumentati anche i giorni di totale solitudine e sono diminuite le attività sociali dopo aver chiuso computer e telefono. Per chi viveva da solo, la probabilità di trascorrere l'intera giornata senza contatti sociali “è aumentata di 7 punti percentuali (83 percento)”, spiegano le autrici dello studio. Al contempo, è aumentato il disagio mentale dai lavoratori da remoto. “I punteggi della scala Kessler (K-6) per la valutazione del disagio psicologico generalizzato sono aumentati di 0,1 deviazioni standard per coloro che svolgevano lavori da remoto rispetto a coloro che svolgevano lavori non da remoto”, hanno scritto Emanuel e colleghe. “L'aumento del disagio è stato circa il doppio per coloro che vivevano da soli rispetto a coloro che vivevano con la famiglia”, hanno aggiunto le scienziate, sottolineando che tendenze simili sono state rilevate anche nella prescrizione di antidepressivi, sintomi depressivi, utilizzo di servizi per la salute mentale e altro. Non sono aumentate però visite specialistiche per problemi non legati alla salute mentale e assunzione di farmaci non psichiatrici. In sostanza, è stato osservato una rilevante riduzione della salute mentale dei lavoratori da remoto rispetto ai lavoratori in presenza, soprattutto tra i solitari.

“Sebbene numerose ricerche indichino che i lavoratori desiderano lavorare da remoto, i nostri risultati suggeriscono che potrebbero non rendersi conto dei costi che il lavoro da remoto comporta per il loro benessere, costi che potrebbero manifestarsi nel tempo”, hanno chiosato le esperte, sottolineando l'importanza di valutare a fondo l'impatto sulla salute mentale del telelavoro. Tra i limiti della ricerca vi è il fatto che le ricercatrici non hanno fatto distinzione tra chi lavorava completamente in telelavoro e chi aveva un impiego ibrido in smart working, un dettaglio rilevante che dovrà essere approfondito in ulteriori indagini, prima di giungere a conclusioni affrettate. I dettagli della ricerca “Home alone: Remote work, isolation, and mental health” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Science.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views