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L’allucinazione dell’IA che ruba il lavoro ai giovani, Fuggetta: “Confondiamo la causa con la correlazione”

Diversi studi stanno iniziando ad analizzare in modo più approfondito l’effettivo impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro e, contrariamente alla narrazione dominante, molte di queste ricerche mettono in discussione l’idea che l’IA renderà impossibile per i giovani trovare un’occupazione. Fanpage.it ne ha parlato con Alfonso Fuggetta, professore del Politecnico di Milano: “La verità è che non sappiamo ancora con certezza cosa succederà”.
Intervista a Alfonso fuggetta
Professore di informatica al Politecnico di Milano
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Da mesi il dibattito pubblico sull'intelligenza artificiale sembra oscillare tra due estremi. Da una parte l'entusiasmo per una tecnologia destinata a rivoluzionare l'economia, dall'altra la paura per una sostituzione di massa uomo-macchina che colpirà soprattutto i più giovani. Ogni nuova ondata di licenziamenti nelle grandi aziende tecnologiche viene così accolta con la gravità di un memento mori: l'IA prenderà il posto delle persone ed è già troppo tardi per fare qualcosa.

Eppure, se si osservano da vicino i dati, questi sembrano raccontare una storia molto diversa. A metterlo nero su bianco è per esempio un lungo approfondimento appena pubblicato dal MIT Technology Review che ha raccolto studi economici e statistiche sul mercato del lavoro americano arrivando a una conclusione decisamente controcorrente: la grande apocalisse occupazionale causata dall'intelligenza artificiale, almeno per ora, non solo non si è verificata, ma non sembra neanche così vicina.

Secondo le analisi citate dalla rivista del Massachusetts Institute of Technology, i tassi di disoccupazione nelle professioni considerate più esposte all'IA non mostrano segnali di collasso. Anzi, in alcuni casi risultano inferiori rispetto a quelli registrati in settori meno coinvolti dalla trasformazione tecnologica. Ancora più significativo, spiegano gli economisti, è il fatto che non si osservi uno spostamento di massa dei lavoratori verso professioni manuali considerate "più sicure" perché poco toccate del pericolo dell'automazione. Il problema, dunque, non è negare che l'intelligenza artificiale stia cambiando il lavoro. Il problema è capire come lo stia facendo davvero.

I giovani faticano a trovare lavoro ma la colpa non è (solo) dell'IA

Che il mercato del lavoro stia attraversando una fase difficile – soprattutto per i più giovani – è un dato assolutamente reale. Se in Italia il recente report Giovani e Mercati del Lavoro (riferito ai dati del 2024) registra un tasso di disoccupazione tra i neolaureati del 7,2%, anche negli Stati Uniti questo indicatore ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni successivi alla crisi del 2008 (5,6%). Secondo molti analisti, questo trend sarebbe in gran parte da attribuire ai processi di automazione adottati dalle aziende che, integrando l'IA nei processi produttivi, andrebbero a ridurre enormemente il bisogno di personale inesperto. Ma siamo davvero sicuri che sia tutta colpa dell'IA?

È qui che entra in gioco un altro studio inglese pubblicato lo scorso 20 maggio dai ricercatori Peter John Lambert e Yannick Schindler. I due studiosi hanno analizzato 243 milioni di assunzioni e oltre 400 milioni di annunci di lavoro negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada e in Australia, cercando di capire se dietro il calo dei lavoratori junior ci fossero altre spiegazioni oltre allo spauracchio dell'IA. In effetti, andando a spulciare i dati, i ricercatori si sono accorti di un altro fattore decisivo: il lavoro da remoto.

Le professioni più esposte all'IA risultano infatti essere anche quelle che, dopo la pandemia, hanno adottato maggiormente la modalità dello smart working. Sviluppatori software, consulenti e commercialisti sono per esempio sia mestieri dove il lavoro da remoto è molto diffuso, sia occupazioni particolarmente "minacciate" dall'IA. Al contrario, professioni manuali come gli elettricisti o i falegnami non vengono sfiorate dallo smart working e sono anche poco interessate ai tagli motivati dall'automazione.

Lambert e Schindler si sono quindi chiesti se questa particolare sovrapposizione non avesse portato a una lettura distorta del fenomeno (i proverbiali fischi per fiaschi). Inserendo entrambe le variabili – integrazione dell'IA e adozione dello smart working – all'interno dello stesso modello statistico, si è così potuto notare come il peso dell'IA nel calo delle assunzioni junior fosse molto meno rilevante. In altre parole, molte aziende potrebbero assumere meno giovani non perché sostituiti dall'intelligenza artificiale, ma perché il lavoro a distanza rende più difficile formare e seguire personale inesperto.

Fuggetta: "Stiamo confondendo causa e correlazione"

Di questi argomenti si occupa con grande interesse Alfonso Fuggetta, professore di informatica al Politecnico di Milano, che nella sua newsletter ha recentemente analizzato proprio lo studio di Lambert e Schindler. Per l'accademico, il valore più importante di queste ricerche risiede proprio nella capacità di ridimensionare narrazioni troppo semplicistiche. "La situazione attuale legata all'impatto dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro appare quantomeno meno tragica di quanto si tenda a raccontare", spiega a Fanpage.it. "La verità è che non sappiamo ancora con certezza come si evolverà lo scenario".

Secondo Fuggetta, il dibattito pubblico soffre soprattutto di un errore metodologico molto frequente, ben spiegato dallo studio di Lambert e Schindler: confondere una correlazione con l'effettiva causa del fenomeno. "Il fatto che due fenomeni si verifichino contemporaneamente non significa che uno sia la causa dell'altro. Se esco con l'ombrello e piove, non significa che è l'ombrello a causare la pioggia", ricorda. "Eppure oggi assistiamo a un ragionamento analogo: diminuisce l'occupazione giovanile e, poiché siamo nell'era dell'IA, si conclude immediatamente che la colpa sia dell'intelligenza artificiale".

Profezie e interessi: il destino dell'IA è ancora tutto da scrivere

Alla luce di un tale clima, Fuggetta invita quindi a guardare con maggiore attenzione alle trasformazioni organizzative introdotte dal lavoro remoto. "Se un giovane candidato chiede di lavorare interamente da remoto, molte aziende potrebbero preferire una figura senior. Non per colpa dell'IA, ma perché un professionista esperto è più semplice da gestire a distanza rispetto a un giovane che deve ancora essere formato".

"Purtroppo si continuano a trarre conclusioni affrettate sotto la spinta dell'emozione, laddove ci sarebbe bisogno di razionalità", continua il professore, sottolineando il ruolo dei media in questa narrazione distorta. "La realtà è complessa e governata da molte più variabili di quante si tenda a considerare".

Anche i grandi protagonisti di questo epocale rinnovamento come lo stesso Dario Amodei, CEO di Anthropic che ha più volte parlato della rivoluzione occupazionale in atto, contribuiscono ad alimentare il clima di ansia. Eppure la storia recente invita alla prudenza. Già nel 2016, un rapporto dell'amministrazione Obama prevedeva che innovazioni come camion a guida autonoma avrebbero eliminato milioni di posti di lavoro. Lo stesso Geoffrey Hinton – premio Nobel del 2024, considerato da molti uno dei padri dell'IA – sosteneva che con le nuove macchine intelligenti i radiologi sarebbero presto diventati inutili. Nessuna di queste previsioni si è però ancora concretizzata.

Viene quindi naturale chiedersi se tutte le recenti dichiarazioni sull'impatto dirompente dell'IA sul mondo del lavoro siano date da un genuino entusiasmo per la tecnologia più promettente degli ultimi vent'anni o da mero calcolo. A questo dubbio Fuggetta risponde con un motto popolare: "Non chiedere mai all'oste se il suo vino è buono".

"Questi grandi player sono parte in causa", conclude. "È ovvio che esprimano un punto di vista fortemente orientato ed è doveroso accoglierlo con il giusto spirito critico". Senza farsi prendere dal panico o anticipando i tempi di un'età dominata dalle macchine che, nei fatti, non sembra così vicina come potremmo pensare.

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