Chiedere all’IA di svolgere i compiti al posto nostro può ridurre l’attività del cervello: lo studio del MIT

Non è la prima volta che succede. L'avvento prima di internet e poi degli smartphone, con la possibilità di accedere in qualsiasi momento al web e ai motori di ricerca, è stato studiato da diversi ricercatori per i suoi possibili effetti cognitivi. Alcuni hanno anche coniato l'espressione "effetto Google" per indicare la possibilità che i motori di ricerca, permettendoci di usare una sorta di memoria esterna, stiano di fatto modificando il modo in cui funziona la nostra memoria.
Oggi però molti ricercatori nell'ambito delle neuroscienze si stanno concentrando su un altro fenomeno: gli effetti cognitivi della diffusione capillare dell'IA generativa (intelligenza artificiale) e soprattutto degli LLM (modelli linguistici di grandi dimensioni), come ChatGPT, Gemini o Copilot, nella vita di tutti i giorni. Sempre più persone (bambini compresi) infatti si interfacciano con i chatbot per avere risposte sugli argomenti più svariati – dalle domande sulla salute a quelle legate alla sfera personale e relazionale – ma spesso lo fanno anche per far eseguire all'IA compiti e mansioni, sia sul lavoro che nella vita privata. In sostanza demandiamo ai chatbot compiti che finora avevamo svolto in autonomia.
Cos'è la "delegazione cognitiva"
I ricercatori lo chiamano "delegazione cognitiva" (letteralmente "delegazione cognitiva") e sebbene non abbiano ancora dati assolutamente certi, molti ricercatori temono che potrà avere degli effetti negativi sulle nostre capacità cognitive.
Tra gli scienziati che stanno studiando il possibile impatto dell'IA sul nostro cervello c'è Nataliya Kosmyna, ricercatrice del laboratorio Fluid Interfaces del MIT Media Lab e visiting researcher di Google, che ha appena realizzato uno studio sull'argomento. Sebbene per il momento siano stati pubblicati soltanto i risultati preliminari, questi si aggiungono agli altri studi condotti finora che avevano già suggerito come esternalizzare i compiti mentali all'IA potrebbe influenzare alcune delle nostre competenze cognitive fondamentali, come il pensiero critico.
Alla BBC Kosmyna ha raccontato di aver avvertito l'urgenza di approfondire l'argomento mentre stava leggendo le lettere di presentazione che aveva ricevuto dopo aver aperto una posizione per uno stage. Le candidature erano sorprendentemente simili, tanto da far sorgere alla scienziata il dubbio che la maggior parte dei candidati avesse fatto scrivere la lettera di presentazione all'IA. Nello stesso periodo Kosmyna aveva notato durante le lezioni al MIT che i suoi studenti sembravano dimenticare più facilmente le nozioni di quanto era solita osservare qualche anno prima, una coincidenza che l'ha spinta a riflettere sul possibile impatto dell'uso dei chatbot sull'attività cognitiva.
Lo studio sull'attività cognitiva
Per verificare i propri dubbi sui possibili effetti che l'uso dei chatbot potrebbe avere sulle nostre capacità cognitive, anche quelle necessarie nei compiti più semplici, la ricercatrice ha raccolto un campione di 54 studenti tra i 18 e i 39 anni e li ha divisi in tre gruppi. Tutti i tre avevano la stessa consegna, ovvero scrivere un saggio su un argomento molto ampio e libero, ma il primo gruppo doveva svolgerlo senza aiuti esterni, il secondo poteva usare un motore di ricerca mentre il terzo aveva accesso all'IA attraverso un LLM. Poi in una seconda fase, il gruppo che non aveva accesso a nessun strumento informatico e quello che poteva usare l'IA hanno ripetuto il compito, ma a parti invertite.
Per valutare l'attività cognitiva dei partecipanti durante la realizzazione del compito, è stata effettuata un’elettroencefalografia sui loro cervelli, mentre i saggi di tutti i gruppi sono stati analizzati con diversi sistemi di valutazione. Gli elaborati sono stati anche giudicati da un gruppo di docenti e da uno strumento basato sull'IA.
Cosa mostrano i risultati
Anche se lo studio non è stato ancora sottoposto alla cosiddetta "revisione tra pari" (peer review) – il passaggio fondamentale che rende uno studio scientifico ufficialmente valido – i risultati osservati dal team del MIT sono particolarmente interessanti, soprattutto nella diversa intensità nell'attività cognitiva durante l'elaborazione del saggio tra il gruppo che ha utilizzato solo il proprio cervello e quello che invece aveva accesso all'IA. Nello specifico, mentre i partecipanti che avevano usato soltanto le proprie risorse cognitive mostravano l'attività cognitiva più intensa, il gruppo con accesso a un LLM ha mostrato i valori più bassi di coinvolgimento cognitivo: la loro attività cognitiva era sensibilmente ridotta (anche fino al 55%) rispetto al primo gruppo.
Non solo, i partecipanti del gruppo che aveva usato l'IA erano anche quelli che avevano fatto più fatica a percepire i propri elaborati come risultato del loro lavoro e facevano anche più fatica a ricordarne i contenuti. Quando poi, dopo quattro mesi, il primo e il terzo gruppo hanno invertito i compiti: i partecipanti che nella prima fase dello studio avevano utilizzato l'IA hanno mostrato una ridotta connettività cerebrale e una minore attivazione di alcune specifiche aree cerebrali, soprattutto rispetto ai partecipanti che nella prima fase dell'esperimento avevano usato soltanto le proprie forze."Si è registrata una minore attivazione nelle aree deputate alla creatività e all'elaborazione delle informazioni", ha spiegato Kosmyna.
Questi risultati non puntano a condannare l'utilizzo dei chatbot e dell'IA in toto, ma vogliono sollevare l'attenzione sui "potenziali costi cognitivi" dell'uso continuativo di questi strumenti e richiamare l'attenzione sui possibili rischi sul lungo periodo, al momento sconosciuti, della dipendenza dagli LLM nella nostra quotidianità. D'altronde, la loro presenza nella nostra vita rappresenta a tutti gli effetti un fattore nuovo che potrebbe avere effetti imprevedibili, ad esempio un recente studio della Drexel University ha messo in guardia sui rischi per i più giovani dell'uso dei chatbot di compagnia: il rischio sollevato dai ricercatori è infatti che si creino vere e proprie dipendenze comportamentali, con tratti simili alla tossicodipendenza.