Perché l’adenocarcinoma di Papa Leone XIV ha richiesto l’asportazione dell’intero lobo del polmone destro
Operato all’Ospedale Gemelli di Roma per un adenocarcinoma polmonare, con l’asportazione del lobo inferiore del polmone destro, Papa Leone XIV sta affrontando il decorso post-operatorio, mentre si attendono i risultati dell’esame istologico definitivo sul tessuto asportato. L’intervento, eseguito dall’équipe di chirurgia toracica guidata dal professor Stefano Margaritora, ha però fatto pensare a una situazione diversa rispetto al “piccolo nodulo polmonare” di cui si era parlato inizialmente.
Per capire quali possano essere state le ragioni di un’asportazione più estesa di quella lasciata intendere dalle informazioni circolate, abbiamo contattato il professor Giuseppe Fiorentino, ordinario di Malattie dell’apparato respiratorio e Direttore della Pneumologia dell’Università Federico II di Napoli, che a Fanpage.it ha fatto il punto su questo tipo di interventi.
Si era parlato di un intervento mini-invasivo, per rimuovere un nodulo, ma al Papa è stata asportata una parte del polmone destro. Come si conciliano le due cose?
Sul piano medico, la mini-invasività si riferisce alla procedura chirurgica, perché l’intervento è stato condotto con una tecnica mini-invasiva, cioè con la videotoracoscopia. Quanto a una resezione più ampia intorno al nodulo, credo che sia stata una valutazione sulla base dell’esame intraoperatorio, che ha deposto per un processo oncologico.
In situazioni come quella dell’adenocarcinoma polmonare, quando il quadro clinico lo permette, quindi le buone condizioni di salute del paziente e l’assenza di gravi comorbidità, si opta per una resezione più ampia, dato che la lesione può diffondersi ai linfonodi e alle strutture vicine. Si preferisce quindi un intervento con margini di sicurezza adeguati, che spesso consiste in una lobectomia.
In cosa consiste questa tecnica mini-invasiva video-assistita?
Rispetto alla chirurgia a torace aperto, la toracotomia, in cui si apre il torace attraverso più spazi intercostali per raggiungere la zona da operare, nella chirurgia mini-invasiva si praticano da uno a tre piccoli fori, attraverso i quali si inseriscono sonde e strumenti guidati. In questo modo si esegue lo stesso intervento, ma in maniera meno invasiva per il paziente.
Tecnicamente, come viene gestita la parte di polmone da asportare?
Si chiude il bronco e si chiudono i vasi, sia venosi sia arteriosi, che arrivano alla zona da asportare. La parte di polmone collassa perché non riceve più aria né sangue, viene separata e poi estratta attraverso uno dei piccoli fori. Il resto del polmone si riespande, andando poi ad occupare lo spazio lasciato libero.
Dopo l’intervento anche la respirazione?
Mediamente, il polmone sinistro contribuisce per circa il 45% alla funzione respiratoria totale, mentre il destro per il 55%. Un singolo lobo rappresenta più o meno il 20% della funzione respiratoria. Pertanto, quando la valutazione clinica lo permette, si può procedere con maggiore sicurezza a un’asportazione più estesa.
Al contrario, se il paziente ha una riserva respiratoria molto scarsa, si cerca di preservare quanto più possibile il tessuto polmonare.
Dopo questo tipo di operazione, quali sono i passaggi clinici più importanti? Come avviene il recupero?
Il recupero funzionale, ovvero la riespansione del polmone, avviene, mediamente, subito dopo l’intervento. La ripresa fisica è più graduale, e il paziente può solitamente essere dimesso già dopo 4-5 giorni, a seconda della risposta.
Quanto alla fase post-operatoria, è previsto un drenaggio, che serve per fare uscire l’aria rimasta nella pleura e drenare il sangue residuo dell’intervento. Dopo 2-3 giorni, questo drenaggio viene tolto e, da lì poi, il paziente può essere dimesso, per un ciclo di riabilitazione. Solitamente, nel giro di un mese, si torna praticamente attivi come prima.
Possono esserci delle complicazioni post-intervento?
Generalmente, eventuali complicanze sono immediate, come il sanguinamento per la riapertura della ferita chirurgica. Una volta esclusa questa circostanza, altre complicanze sono numericamente esigue.
Cosa potrà rivelare l’esame istologico e quali informazioni ci darà sullo stadio del tumore?
Dopo che l’esame intraoperatorio ha rilevato un adenocarcinoma, l’esame istologico definitivo confermerà, con ogni probabilità, lo stesso tipo di tumore. È difficile che emerga una diagnosi diversa, anche se possono esserci forme tumorali miste.
Riguardo invece alla stadiazione, questa viene effettuata già prima dell’intervento, attraverso gli accertamenti necessari. Con i nuovi esami sul tessuto asportato si otterranno informazioni più precise sulla stadiazione anatomopatologica e verrà verificato se, tra le altre cose, i linfonodi di quell’area sono stati interessati oppure no dalla malattia, e se sarà necessario o meno ricorrere a ulteriori terapie.
Quando è necessaria una terapia oncologica dopo l’intervento?
Dipende innanzitutto da ciò che emerge dall’esame del tessuto asportato, in particolare dalla presenza di eventuali marcatori molecolari e dal possibile coinvolgimento dei linfonodi. Sul tessuto vengono infatti ricercati, attraverso esami specifici, dei marcatori che permettono di individuare eventuali terapie mirate. Se necessario, viene scelta la terapia adatta a quel marcatore, come una chiave per la giusta serratura. Se tuttavia non sono presenti marcatori per cui siano disponibili terapie mirate, si può ricorrere alla chemioterapia classica.
L’immunoterapia può invece essere utilizzata quando rimane il dubbio che la malattia non sia stata eliminata completamente, per esempio in caso di sospetto coinvolgimento dei linfonodi o di altri elementi che facciano pensare che il nodulo non fosse isolato.
Se però il nodulo è isolato ed è stato asportato completamente, spesso l’intervento è sufficiente e non sono necessarie altre terapie.