20 Giugno 2022
14:01

Le condizioni di lavoro incidono sulla salute mentale delle donne

Lo mostrano i risultati di uno studio sul legame tra condizioni lavorative e benessere mentale.
A cura di Valeria Aiello

Qualità e condizioni lavorative incidono sulla salute mentale delle donne. Lo mostrano i risultati di un nuovo studio condotto da un team di ricerca dell’Università di Trieste, dell’Università di Torino e dell’Università Milano Bicocca in collaborazione con il King’s College di Londra, che ha esaminato l’impatto della qualità del lavoro e delle condizioni lavorative sulla salute mentale delle donne del Regno Unito.

I dati, provenienti da oltre 26.000 lavoratori britannici (donne e uomini) che hanno svolto lo stesso lavoro tra il 2010 e il 2015, sono stati analizzati valutando come la salute mentale dei lavoratori sia stata influenzata nel tempo dal cambiamento delle condizioni di lavoro. Pur mantenendo lo stesso lavoro, le condizioni all’interno delle quali queste persone hanno operato, sono cambiate nel tempo, e questo può essere messo in relazione con i cambiamenti dovuti alle condizioni di lavoro che vanno ad incidere sullo stato di salute mentale.

Cosa incide del lavoro sulla salute mentale

Le principali caratteristiche di un lavoro che hanno effetto sulla salute mentale sono due: la flessibilità di organizzazione degli orari di lavoro e il grado di autonomia che le persone hanno nell’applicare e sviluppare le proprie competenze sul posto di lavoro. La ricerca ha rilevato che entrambe queste caratteristiche hanno conseguenze diverse nelle lavoratrici e nei lavoratori: in particolare, la salute mentale delle donne appare più sensibile, rispetto a quella degli uomini, a variazioni della qualità del lavoro.

La qualità del lavoro, spiegano i ricercatori, ha ripercussioni su vari sintomi di benessere mentale come depressione, ansia, disfunzione sociale (capacità di prendere decisioni e concentrarsi) e fiducia in sé stessi (autostima). Un miglioramento nel grado di responsabilità personale delle lavoratrici, ad esempio, porta a una riduzione nel rischio di depressione clinica del 26% in media tra tutte le età, e un miglioramento negli indici di ansia del 20% per lavoratrici giovani o ultracinquantenni. Altri benefici sono una riduzione nelle disfunzioni sociali fino al 12%, e un miglioramento dell’autostima del 28% tra le giovani e del 45% tra le lavoratrici più anziane. Un miglioramento sugli orari di lavoro porta a un miglioramento del 11% nei livelli di ansia e del 24% nell’autostima, tra le lavoratrici anziane. Riduzioni nell’esposizione a rischi fisici nel lavoro riduce il rischio depressione del 20% tra le donne giovani, e del 42% tra quelle anziane, mentre riduce l’ansia del 7% tra le giovani e del 11% tra le anziane; risulta inoltre avere un grande beneficio sull’autostima delle lavoratrici anziane (+25%), ma non tra quelle giovani.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Labour Economics, mostra inoltre la grande rilevanza economica e sociale dei risultati per il contesto della figura lavorativa femminile, considerando anche come in Inghilterra, così come in Italia, le donne ricoprano più frequentemente una molteplicità di ruoli cruciali anche in famiglia. La ricerca ha anche provato che i miglioramenti nella qualità del lavoro portano a grandi riduzioni della depressione e dell’ansia nelle donne.

Questo studio ha rilevato, ad esempio, che se alcune posizioni lavorative solitamente meno flessibili (ad esempio gli addetti alle vendite, ai servizi ricettivi, e all’assistenza sociale) potessero sperimentare la stessa autonomia degli impiegati addetti al lavoro di ufficio, si osserverebbe una riduzione nel rischio di depressione clinica del 26% come diretta conseguenza – ha spiegato Ludovico Carrino, ricercatore del King’s College di Londra e dell’Università di Trieste – . Ci auguriamo dunque che la dimostrazione di questa relazione causale possa avere un impatto reale, anche alla luce del dibattito politico in corso sulla creazione di migliori posti di lavoro e sulla riduzione delle disuguaglianze nel lavoro femminile nell’era post-Covid”.

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