Inquietanti plasticoralli trovati sulle spiagge del Giappone: “Si formano con plastica fusa e coralli morti”
I ricercatori hanno scoperto su alcune spiagge giapponesi dei detriti mai visti prima, originati dalla fusione di pezzi di corallo morto e plastica alterata termicamente. In sostanza, si tratta di aggregati di materiale organico e inorganico che gli scienziati hanno deciso di chiamare col sinistro nome di “plasticoralli”. Sono a tutti gli effetti figli dell'inquinamento da plastica pervasivo in tutto il pianeta, il cui impatto sulle barriere coralline potrebbe essere devastante.
È solo di alcuni giorni fa la notizia della scoperta di decine di detriti plastici e di gomma in un abisso incontaminato a 250 chilometri dalla costa dell'Argentina. In precedenza la plastica era stata trovata anche nell'abisso Calipso (il punto più profondo del Mediterraneo, 5.000 metri sotto la superficie) e addirittura nella Fossa delle Marianne, l'abisso più estremo della Terra, nel cuore dell'Oceano Pacifico.
A scoprire e descrivere i plasticoralli è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati giapponesi del Laboratorio di Sistematica Molecolare ed Ecologia degli Invertebrati (MISE) dell'Università delle Ryukyu, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi di molteplici istituti. Fra quelli coinvolti l'Istituto di Scienze Marine dell'Università del Texas a Austin (Stati Uniti); l'Istituto di scienza e tecnologia di Okinawa (OIST); e la Facoltà di Scienze e Ingegneria della James Cook University (Australia). Gli scienziati, coordinati dal professor Ifenna Ilechukwu, docente presso la Scuola di Specializzazione in Ingegneria e Scienze dell'ateneo nipponico, hanno trovato questi strani detriti durante un'attività di monitoraggio sulle spiagge dell'isola di Okinawa, che con i suoi oltre 1.200 chilometri quadrati e una popolazione di 1,4 milioni di persone è la più grande e popolata dell'arcipelago delle Ryukyu.
In tutto sono stati rinvenuti cinque plasticoralli, tre sulla spiaggia di Sosu, uno su quella di Ibu e un altro a Odo. Gli strani detriti avevano un peso compreso tra 11,48 a 67,81 grammi e una lunghezza tra i 38,18 e gli 88,34 millimetri. Si tratta dunque di oggetti piccoli, ma assai significativi. Tra i pori dello scheletro corallino emergevano infatti degli strani colori vividi, come il rosso, blu, giallo e verde. Dopo aver analizzato i detriti attraverso la tecnica della spettroscopia di Raman è emerso che si trattava di agglomerati di plastica fusa di polietilene (PE) e polipropilene (PP). Erano così ben inseriti nei coralli dal formare un tutt'uno, un nuovo tipo di aggregato fra materiale organico e inorganico. Gli scienziati chiamano questi aggregati plastiglomerati, ma hanno vari nomi in base ai materiali che coinvolgono. Ad esempio il plasticrust è composto da plastica e roccia, mentre il plastitar da plastica e catrame. Il nuovo nome “plasticoral” è stato coniato proprio perché coinvolge gli scheletri dei coralli morti.
I ricercatori non sanno come si sono formati, tuttavia ritengono che falò sulla spiaggia, incendi e altre tipologie di alterazione termica possono far fondere la plastica con i pezzi di corallo morto, che sono piuttosto comuni sulle spiagge tropicali. Essi giocano un ruolo ecosistemico molto importante, dato che tornando al mare spesso vanno a formare la base di supporto per nuovi coralli vivi. L'integrazione della plastica in questo meccanismo potrebbe avere degli effetti imprevisti e destabilizzanti sugli equilibri ecologici. Fra l'altro, i plasticoralli potrebbero rappresentare un simbolo del cosiddetto “Plasticene” l'epoca – non formale – dagli anni '50 ad oggi caratterizzata da una produzione massiva di plastica. I dettagli della ricerca “Introducing plasticoral: A biogenic–plastic agglutinate as an emerging indicator of the Plasticene in Okinawa reef environments” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Marine Pollution Bulletin.