Il mistero di Green Boots, l’alpinista morto nel 1996 sull’Everest: si tenterà il recupero del corpo a 8.500 metri

10 maggio 1996, Monte Everest. La montagna più alta del mondo viene investita da una violentissima bufera di neve che imperversa per diverse ore, con venti di 100 km/h, visibilità ridotta allo zero e temperatura percepita di – 40 °C. Per le spedizioni di alpinisti impegnati nella scalata (o nella discesa) del gigante di oltre 8.800 metri, inizia un'odissea. A causa di code sulla via, legate alla mancata installazione anticipata delle corde, alcuni arrivano in vetta troppo tardi (in genere se non si è giunti entro un certo orario si torna indietro per ragioni di sicurezza). Quando iniziano a tornare indietro vengono investiti in pieno dal fenomeno atmosferico estremo: perdono la vita otto scalatori, appartenenti a tre spedizioni distinte: Adventure Consultants, Mountain Madness e Polizia di Frontiera indo-tibetana (ITBP). È così che è iniziata la macabra storia di Green Boots (Stivali Verdi), il corpo di uno scalatore che giace all'interno di una piccola grotta di roccia, a circa 8.500 metri sul livello del mare.
L'uomo faceva parte della spedizione indiana, che per la prima volta tentò la difficilissima via della cresta nord-est dell'Everest, raggiungibile dal versante del Tibet e della Cina. Dei tre uomini dell'ITBP non sopravvisse nessuno. Fino ad oggi si riteneva che Green Boots fosse l'Agente Capo Tsewang Paljor, ma secondo dati raccolti recentemente, si tratterebbe del Lance Naik Dorje Morup. L'identità, si legge in un documento visionato dal Guardian, “è stata confermata attraverso un precedente processo di verifica condotto nell'ambito di una precedente gara d'appalto/valutazione tecnica”. Ma non ci sono dettagli su questo repentino cambiamento di identità a 30 anni di distanza. Il mistero potrebbe essere svelato presto, perché l'India ha appena pubblicato un bando per recupere il cadavere entro il mese di ottobre.
Il corpo dell'uomo, che ha tentato una discesa disperata affrontando temperature rigidissime, carenza di ossigeno e visibilità zero, è diventato una sorta di punto di riferimento per gli scalatori che si avventurano sull'Everest, una sorta di indicatore del loro percorso, che viene regolarmente comunicato ai campi base, come racconta il quotidiano britannico. Si dice che una spedizione cinese abbia spostato il corpo nel 2014, ma come affermato al giornale dall'alpinista e blogger statunitense Alan Arnette, il corpo sarebbe ancora nella nicchia in cui ha trovato la morte 30 anni fa, in base alle testimonianze di scalatori che continuano ad affrontare questa sfida. Green Boots è stato chiamato così per gli stivali color lime che vedete in testa all'articolo. L'uomo è rannicchiato, come se stesse riposando. Ha un pile rosso che gli copre il viso, probabilmente un ultimo disperato gesto per proteggersi dalle temperature estreme e letali.
Non c'è da stupirsi che il corpo di un alpinista si trovi ancora sull'Everest: sono infatti oltre 200 le persone decedute non recuperate dalla montagna. Per volontà personale (c'è chi chiede di essere lasciato riposare per sempre nel luogo in cui ha perso la vita, prima di una scalata impegnativa come questa) e per la difficoltà intrinseca del recupero dei corpi. Come spiegato al Guardian da Tshiring Jangbu, fondatore dell'Everest Sherpa Expedition, il corpo di uno scalatore morto congelato, bardato di attrezzatura, può pesare oltre 200 chilogrammi. E trasportarlo in condizioni di scarso ossigeno è un'impresa rischiosissima. Inoltre gli elicotteri non possono volare in sicurezza a simili altitudini e in un ambiente del genere. Sono morte diverse persone nel tentativo di recuperare dei corpi dall'Everest; come ci ricorda la tragedia del militare delle Maldive deceduto mentre era impegnato nella ricerca dei corpi dei subacquei italiani, questi ambienti estremi rappresentano una sfida insidiosa anche per i più esperti.
È in questo contesto che si tenterà il recupero del corpo di Green Boots. Il bando dell'India prevede il coinvolgimento di sei sherpa che hanno già scalato l'Everest diverse volte. Secondo le stime, la missione potrebbe richiedere circa 150.000 dollari e quaranta giorni di tempo per essere portata a termine. A causa delle difficoltà di trasporto dei corpi congelati, talvolta devono essere rimosse le braccia degli alpinisti, se sono in posizioni innaturali. Come spiegato da Jangbu, tutta la procedura può essere molto difficile per gli sherpa anche dal punto di vista emotivo, alla luce della religione buddista che segue la maggior parte di essi. Non è chiaro perché si sia deciso adesso, a 30 anni dalla morte, di recuperare il corpo di Green Boots; forse c'entra proprio la nuova identificazione, con i famigliari che potrebbero aver richiesto il ritorno della salma in India, ma al momento sono solo speculazioni.