“I sintomi sono psicologici”: molte donne affette da malattie autoimmuni ricevono questa risposta
Rispetto agli uomini, le donne affette da malattie autoimmuni ricevono più spesso diagnosi errate e tardive, inoltre i loro sintomi vengono inizialmente attribuiti a condizioni psichiatriche e psicosomatiche. Ciò è foriero di sofferenza e significativo ritardo nell'adozione del giusto trattamento per la patologia in corso, oltre che di perdita di autostima e fiducia nei confronti degli operatori sanitari. In alcuni casi possono trascorrere anche quattro anni prima che una donna venga indirizzata verso il percorso terapeutico appropriato (accade anche agli uomini, ma è più probabile per il genere femminile).
È quanto emerso da un nuovo studio pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Lancet eClinicalMedicine, i cui risultati sono tuttavia considerati “esplorativi” e non conclusivi da parte degli autori. La ragione risiede principalmente nel fatto che si basa su questionari, pertanto ritardi ed errori diagnostici potrebbero essere percepiti dai pazienti e non confermati dalle cartelle cliniche. Ciò che è certo è che dall'analisi è emersa una netta disuguaglianza tra come donne e uomini possono essere valutati in presenza di malattie autoimmuni, dove pregiudizi di genere storici e sintomatologia di base aspecifica (stanchezza, disturbi del sonno, alterazioni dell'umore, dolori etc etc) possono innescare la significativa discrepanza.
A determinare che le donne con malattie autoimmuni hanno maggiori probabilità degli uomini di ricevere diagnosi tardive – e di vedersi attribuire i propri sintomi a condizioni di salute mentale – è stato un team di ricerca britannico guidato da scienziati Facoltà di Medicina e Salute dell'Università dell'East Anglia, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi di vari istituti. Fra quelli coinvolti il Dipartimento di Sanità Pubblica e Unità di Cure Primarie dell'Università di Cambridge, il Dipartimento di Reumatologia del St George's University Hospitals NHS Foundation Trust e l'Unità per il Lupus Louise Coote del Guy's and St Thomas' Hospitals NHS Foundation Trust. I ricercatori, coordinati dalla professoressa Melanie Sloan, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i dati di oltre 6.600 persone con diagnosi confermata di malattia autoimmune o reumatica infiammatoria. I partecipanti hanno risposto a un questionario online tra dicembre 2024 e marzo 2025 e gli autori dello studio hanno condotto un'analisi osservazionale trasversale sui risultati.
Incrociando tutti i dati, come indicato, è emersa la netta disuguaglianza fra uomini e donne. Il primo dato rilevante è il tempo di attesa superiore per le donne per ricevere la diagnosi corretta. Ad esempio, circa il 50 percento degli uomini ha ricevuto la diagnosi entro un anno dalla comparsa dei sintomi, contro il 39,7 percento delle donne. Il 31,8 percento delle donne, inoltre, ha riferito un ritardo nella diagnosi di almeno 4 anni, contro il 25,5 percento degli uomini. Il percorso per arrivare a una risposta risulta inoltre più lungo e complesso per le donne, considerando che il 26,2 percento ha effettuato almeno 11 visite mediche prima di giungere alla risposta, contro il 18,4 percento dei maschi. Per quanto concerne i sintomi delle malattie autoimmuni, il 43,3 percento delle donne ha ricevuto come indicazione che essi fossero legati a condizioni di salute mentale, contro il 32,7 percento degli uomini. Le attribuzioni psicosomatiche erano invece del 33,9 percento (donne) contro il 21,5 percento (uomini). Tenendo presenti fattori come età, condizioni socioeconomiche e altri elementi influenti, la professoressa Sloan e colleghi hanno determinato che le donne avevano un rischio del 74 percento di ricevere una diagnosi psichiatrica errata, contro il 46 percento degli uomini.
Questi risultati, per quanto esplorativi, secondo gli autori dello studio possono essere legati a pregiudizi di genere storici, laddove una parte dei medici sarebbe più propensa a interpretare i sintomi delle donne come maggiormente legati a condizioni emotive e psicologiche. Tra le malattie più influenzate da questa disuguaglianza figurano l'encefalite autoimmune e la malattia indifferenziata del tessuto connettivo (UCTD). Le malattie autoimmuni, spiega l'Istituto Superiore di Sanità (ISS), sono patologie in cui il sistema immunitario non riconosce come propri tessuti e cellule, finendo per colpirli con gli autoanticorpi. In Europa 4.000 persone ogni 100.000 sono affette da una malattia autoimmune, fra le quali si annoverano lupus eritematoso, diabete di tipo 1, vasculite, celiachia, morbo di Graves e molte altre. Avere una diagnosi rapida permette naturalmente di ottenere i migliori benefici in termini terapeutici e di qualità della vita.
Tra i limiti del nuovo studio, oltre al fatto che si basa su dati autoriferiti di un questionario, figurano anche il 90 percento dei partecipanti donna, la sintomatologia generica e la mancanza di test diagnostici definitivi nelle fasi iniziali. I dettagli della ricerca “Sex and disease differences in patients’ diagnostic experiences in autoimmune diseases: an international cross-sectional study” sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Lancet eClinicalMedicine.