Eruzione del vulcano Marsili, lo studio sugli scenari: nel caso peggiore uno tsunami in 10 minuti

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Nel 2020 il Bulletin of Volcanology ha pubblicato uno studio scientifico firmato da un team di ricerca italiano per spiegare cosa può succedere in caso di eruzione del Marsili, il vulcano sottomarino che si trova nel Mar Tirreno.

Con le scosse che stanno attraversando la Sicilia negli ultimi giorni si è tornato a parlare del Marsili, il vulcano sottomarino che si trova sul fondo del Mar Tirreno. Il punto esatto è a 120 km a Nord della Sicilia e 170 km a Ovest della Calabria. È uno dei vulcani più estesi di tutto il continente europeo: circa 70 km di lunghezza e 20 km di larghezza media con un’altezza che nel suo punto massimo supera i 3 km, arrivando quindi a circa 500 metri sotto il livello del mare. Una premessa:  diversi geologi hanno commentato in questi giorni il rapporto tra le scosse registrate in Sicilia e il vulcano Marsili: al momento non ci sono segni di correlazione. Spiega così il professor Nicola Alessandro Pino nella sua intervista a Fanpage.it: “Escludo un ruolo del Marsili: questo vulcano sottomarino si trova in una diversa area del Tirreno, distante qualche centinaio di chilometri dall’epicentro di questi terremoti”. E questa è sicuramente una buona notizia, visto che le conseguenze di un’eruzione del vulcano Marsili sarebbero molto complesse da gestire.

L’8 dicembre del 2020 la rivista scientifica Bulletin of Volcanology ha pubblicato uno studio firmato da un team di scienziati italiani che hanno provato a simulare cosa succedere in caso di eruzioni. Il titolo è Tsunamis from prospected mass failure on the Marsili submarine volcano flanks and hints for tsunami hazard evaluation. Sono scenari teorici, certo non vicini, che però prendono in considerazione tutti gli effetti possibili. Secondo questo studio il rischio peggiore non è costituito dall’eruzione in sé, troppo in profondità e troppo distanziata dalle coste per causare un danno a chi vive vicino. Il problema è il distacco di volumi di roccia dal vulcano: sono le frane il vero problema.

Lo studio identifica in tutto cinque scenari, qui li raggruppiamo in tre per sintesi.. Il primo prevede cosa può succedere in caso di cedimenti di piccolo volume o in acque profonde. È uno scenario che è stato documentato analizzando due casi del passato. Uno che prevede una frana di piccole dimensioni sul fianco Nord del vulcano a 800 e 1.400 metri di profondità. E un altro che prevede una frana di dimensioni più larghe, circa 2,8 km³ ma tra i 2.400 e i 3.200 metri di profondità. Le onde che vengono generate da questi casi hanno volumi molto ridotti. Parliamo di pochi millimetri nel primo caso, pochi centimetri nel secondo: in entrambi gli scenari non c’è nessuna conseguenza per i territori costieri. I cedimenti di piccoli volumi non generano abbastanza forza, mentre quelli troppo profondi vengono ammortizzati dall’acqua.

Passiamo agli altri due casi. Nello studio viene analizzato anche cosa può succedere se venissero rilevati cedimenti medi in acque poco profonde. Parliamo di volumi da 2,4-2,7 km³ vicino alla cresta, la parte più alta del vulcano. In questo caso si verificherebbero degli tsunami, onde anomale tra 1 e 4 metri in grado di arrivare sulle coste di Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Nell’ultimo caso viene analizzato lo scenario peggiore: il cedimento di un intero settore di vaste dimensioni, si parla di 17,6 km³. Qui parliamo di onde in grado di superare 20 metri in Basilicata, i 15 metri in Campania e tra i 5 e i 10 metri in Sicilia. Le prime ad essere colpite sarebbero le isole Eolie: 10 minuti. Poi Calabria, Sicilia, Basilicata e Campania: 20 minuti. E solo all’ultimo Sardegna: 45 minuti, ovviamente vista la distanza con onde più contenute.

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