Virus Shamonda nell’uomo, primo caso in Francia e altre possibili infezioni: Lorusso (IZSAM) fa chiarezza

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Il dottor Alessio Lorusso, responsabile dell’Unità di Virologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (IZSAM), spiega cosa sappiamo della capacità del virus Shamonda di infettare l’uomo dopo il primo caso registrato in Francia.

Il primo caso di infezione da virus Shamonda identificato nell’uomo, in un paziente immunocompromesso morto all’inizio di ottobre in Francia, ha cambiato il quadro delle conoscenze su un patogeno del bestiame finora ritenuto incapace di infettare gli esseri umani. Trasmesso dai moscerini ematofagi del genere Culicoides, il virus Shamonda è noto dagli anni Sessanta, con evidenze della sua circolazione dall’Africa fino al Giappone. Nell’estate 2026 si è ampiamente diffuso anche in Europa, colpendo per la prima volta gli animali da allevamento di diversi Paesi, inclusa l’Italia.
L’uomo deceduto in Francia, secondo il rapporto pubblicato su Eurosurveillance, avrebbe contratto l’infezione all’inizio dell’estate. “Potrebbe essere stato punto da un moscerino infetto, avendo frequentato zone rurali circondate da allevamenti, dove la presenza del virus è stata documentata” spiega a Fanpage.it il dottor Alessio Lorusso, responsabile dell’Unità di Virologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise di Teramo. “Parliamo di un uomo con un sistema immunitario gravemente indebolito, quindi molto più vulnerabile alle infezioni”.

Un primo caso atipico, che però dimostra la capacità di questo virus di infettare l’uomo?
Sì, fino a pochi giorni fa avrei detto che il virus Shamonda non infetta l’uomo. Ora sappiamo che può infettare l’uomo e replicarsi nell’organismo di un paziente gravemente immunocompromesso. Si tratta di un caso che introduce un elemento nuovo rispetto alle conoscenze precedenti.

Il paziente, un sessantenne affetto da leucemia e in una condizione di grave immunodepressione, aveva contratto l’infezione prima di essere sottoposto, a fine agosto, al trapianto di cellule staminali ematopoietiche. Analisi retrospettive hanno infatti rilevato il virus Shamonda nel plasma del paziente già il 2 luglio, mentre il contagio potrebbe essere avvenuto tra la metà di giugno e l’inizio di luglio. Le condizioni di immunodepressione potrebbero aver avuto un ruolo importante nell’evoluzione e nella gravità del quadro clinico.

Cosa provoca questo virus negli animali?
Nei bovini adulti, in particolare nelle vacche da latte, l’infezione può determinare un calo transitorio della produzione lattea, accompagnato talvolta da febbre, diarrea, letargia e perdita dell’appetito. Nella maggior parte dei casi, gli animali adulti tendono a recuperare. Maggiore attenzione deve invece essere rivolta alle possibili conseguenze dell’infezione durante la gravidanza nei bovini: come osservato per altri virus affini, l’infezione può essere associata ad aborti, natimortalità e malformazioni congenite.

Nel caso del paziente francese si è però parlato di sintomi neurologici?
Sì, nel paziente sono state osservate importanti manifestazioni neurologiche. Negli animali i disturbi neurologici non rappresentano la manifestazione più comune dell’infezione, ma sono stati documentati in alcuni cavalli, nei quali il virus è stato rilevato anche nel tessuto cerebrale. Si tratta di un aspetto particolarmente interessante che richiede ulteriori approfondimenti.

C’è il rischio che il caso registrato in Francia non sia isolato?
Al momento abbiamo evidenza di un solo caso di infezione nell’uomo, peraltro verificatosi in un paziente con una grave compromissione del sistema immunitario. Si tratta quindi di una situazione molto particolare, dalla quale non possiamo trarre conclusioni sulla capacità del virus di causare malattia nella popolazione generale.

Non ci sono, allo stato attuale, elementi che indichino una circolazione del virus nell’uomo. Questo primo riscontro ci suggerisce però l’opportunità di approfondire le conoscenze su Shamonda anche dal punto di vista della salute umana. Oggi, strumenti come la genomica e la metagenomica permettono di identificare agenti infettivi che possono sfuggire ai normali pannelli diagnostici. Grazie alle conoscenze ottenute con questi strumenti, si possono poi mettere a punto test diagnostici specifici per i patogeni, test meno costosi e soprattutto più veloci.

Sarà quindi utile sviluppare e affinare strumenti diagnostici e sierologici specifici e condurre studi mirati, anche per verificare l’eventuale presenza di anticorpi specifici nella popolazione. Questo ci consentirà di comprendere meglio se l’infezione nell’uomo rappresenti un evento eccezionale o se possano essersi verificati altri contatti con il virus senza manifestazioni cliniche rilevanti.

Sulla base di quanto emerso finora, le autorità sanitarie non hanno identificato alcun rischio per la popolazione generale. Quali segnali potrebbero far cambiare questa valutazione?
Sarebbe sicuramente preoccupante se comparissero altri casi umani, soprattutto in persone immunocompetenti. Un altro elemento di preoccupazione sarebbe la comparsa di vie di trasmissione diverse dalla puntura di Culicoides.

Dobbiamo inoltre monitorare eventuali cambiamenti genetici del virus, sebbene le mutazioni non comportino necessariamente variazioni nel suo comportamento. Se però le mutazioni si accompagnano a cambiamenti nell’epidemiologia, nella trasmissione o nei sintomi clinici, il rischio che il virus può rappresentare per gli esseri umani e per gli animali deve essere approfondito.

Che cosa si può fare, al momento, per contenere la diffusione del virus Shamonda?
Al momento, dal punto di vista medico-veterinario, dobbiamo continuare a monitorare e segnalare la diffusione del virus, oltre ad attuare, se indicato, la lotta al vettore, come già avviene per la Bluetongue (la malattia della lingua blu) e per altre malattie virali trasmesse dai Culicoides. Per la Bluetongue, nello specifico, la sorveglianza è stata importante anche per capire da dove arrivano questi insetti e quali virus possono introdurre.

Perché? Da dove arrivano questi moscerini infetti?
In Italia, storicamente, le regioni del Sud e, in particolare, la Sardegna, sono state esposte all’arrivo di questi moscerini infetti con il virus della Bluetongue dal Nord Africa, trasportati dai venti e dalle tempeste di sabbia. Per questo è importante anche la collaborazione con i colleghi nordafricani, che possono aiutarci a individuare in anticipo i virus trasmessi dai Culicoides destinati ad arrivare in Europa.

Nel caso del virus Shamonda, al momento non conosciamo né l’origine geografica precisa né la modalità con cui il virus è stato introdotto in Europa. Il quadro ricorda però altre emergenze recenti di virus trasmessi dai Culicoides, come il virus Schmallenberg e alcuni sierotipi della Bluetongue, comparsi inizialmente nell’Europa centro-settentrionale.

Nel caso di Shamonda il fenomeno è ancora più interessante, perché le analisi genomiche hanno identificato almeno due varianti europee geneticamente distinte, denominate SHAV-EU1 e SHAV-EU2. I dati disponibili sono compatibili con almeno due eventi indipendenti di introduzione del virus in Europa. Questo ci dice quanto siano complesse le dinamiche di diffusione dei virus trasmessi da vettori e quanto sia importante una sorveglianza genomica coordinata a livello europeo.

Tra le possibili modalità di introduzione rientrano anche gli spostamenti legati al commercio. Culicoides infetti possono essere trasportati accidentalmente in nuove aree, così come la movimentazione di animali viremici può contribuire all’introduzione del virus. Se sono presenti vettori competenti e condizioni ambientali favorevoli alla trasmissione, il virus può quindi iniziare a circolare sul territorio.

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