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Epidemia di Ebola Bundibugyo in Congo: “Individuata tardi, difficile da gestire”. Possibile origine nei mercati di carne

L’epidemia di Ebola Bundibugyo attualmente in corso nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) è stata identificata tardi ed è per questo che è difficile tenere sotto controllo la catena dei contagi. Non a caso l’OMS ritiene che i casi aumenteranno. Esperto spiega la possibile origine del focolaio nei mercati di carne selvatica.
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L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) attualmente in corso ha qualcosa di molto diverso e più preoccupante rispetto a quelle registrate in passato. In genere i focolai provocati da questo virus erano di piccole dimensioni e circoscritti ad aree rurali e remote, ma numeri, velocità nella trasmissione dei contagi e ampiezza del territorio coinvolto nell’evento attuale – che comprende anche le città di Bunia e Goma – raccontano una storia completamente diversa. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato che siamo innanzi a un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale: il rischio a livello globale continua a restare basso, ma è considerato molto alto a livello nazionale e alto per i Paesi confinanti, in particolar modo per l’Uganda, dove sono già stati confermati alcuni contagi e due decessi. Sono circa una decina i Paesi più esposti alla potenziale espansione dell’epidemia: Angola, Burundi, Etiopia, Kenya, Repubblica Centrafricana, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia, come affermato dal dottor Jean Kaseya, presidente dell’Africa CDC.

In base all’ultimo aggiornamento ufficiale dell’OMS sulla situazione epidemiologica, citato anche dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale (IZS) del Lazio e della Toscana – Centro di Referenza Nazionale per i Primati Non Umani – si contano 746 casi di infezione da virus Ebola, di cui 85 confermati con test di laboratorio, e 176 decessi. Tuttavia, il Ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo, nel suo ultimo bollettino, ha riportato 867 casi sospetti e 204 morti. Sono numeri in crescita ed evoluzione costante, segnale che l’epidemia è fuori controllo e molto difficile da gestire. Una delle ragioni, come spiegato in un’intervista alla BBC dalla dottoressa Kate White, responsabile di programma per l’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) – partita da Manchester domenica per la RDC per aiutare a fronteggiare l’epidemia assieme a centinaia di colleghi provenienti da tutto il mondo – risiede nel fatto che il focolaio è stato individuato tardi. “Questo focolaio si è protratto per un periodo di tempo considerevole prima di essere individuato, il che significa che non comprendiamo appieno le catene di trasmissione”, ha affermato la dottoressa. “Quando non le comprendiamo appieno, diventa molto più difficile tenerle sotto controllo”, ha aggiunto la scienziata. In sostanza, è estremamente complicato sapere chi è stato esposto al virus e dunque potrebbe ammalarsi e contagiare altre persone.

L’IZS evidenzia che il caso indice ha mostrato i primi sintomi il 24 aprile; tuttavia, i modelli matematici messi a punto dagli scienziati britannici dell’Imperial College London indicano che l’epidemia nella RDC sia iniziata tra la fine di marzo e l’inizio di aprile. “Si è verificato dunque un ritardo diagnostico, imputabile in parte alla scarsa sensibilità dei test impiegati e in parte alla qualità non ottimale dei campioni analizzati”, ha spiegato l’istituto zooprofilattico. A rendere il tutto più complicato vi è il fatto che è coinvolto l’Ebola Bundibugyo, una specie rara di Ebolavirus identificata per la prima volta nel 2007 nell’omonimo distretto in Uganda. Non esistono né un vaccino né trattamenti specifici contro questo patogeno; inoltre, come evidenziato da Medici Senza Frontiere (MSF), esso sfugge ai test standard per rilevare altre specie virali responsabili della febbre emorragica altamente mortale. “Attualmente esistono due vaccini approvati contro la malattia di Ebola, ma nessuno dei due è autorizzato per le infezioni da virus Bundibugyo”, ha affermato il dottor John Johnson, responsabile medico di MSF per fronteggiare l’attuale epidemia. Si ritiene che la loro applicazione possa avere effetti limitati. Sono fortunatamente in sviluppo vaccini sperimentali, ma come sempre serve del tempo per poterne disporre sul campo. A tutto questo si aggiunge il fatto che la zona interessata è teatro di sanguinosi conflitti, con parte del territorio controllato da milizie e ribelli.

Ma come può essere scoppiato un simile focolaio? Non è stato ancora identificato il serbatoio naturale del virus, tuttavia si ritiene molto probabile che siano coinvolti i pipistrelli della frutta, dei quali vivono popolazioni significative nell’area e che sono noti portatori di Ebolavirus. Secondo gli esperti, lo spillover con il caso indice sarebbe avvenuto attraverso il contatto con uno di questi animali (vivo o con la sua carne) oppure con le sue escrezioni, lasciate ad esempio su frutta fresca raccolta dagli alberi. A spiegarlo su Nature è il dottor James Baguma, ricercatore epidemiologo che per anni ha studiato le interazioni tra la fauna selvatica e le persone che vivono nel distretto di Bundibugyo, quello che ha dato il nome alla specie responsabile dell’attuale epidemia innescata nella provincia di Ituri. L’esperto spiega che gli abitanti di Bundibugyo “vivono vicino ai parchi nazionali”, dove sono presenti pipistrelli e primati portatori del virus, come scimmie e babbuini. “Questi animali interagiscono con le comunità. Le persone si recano nei parchi nazionali per cacciare e gli animali si avvicinano agli orti in cerca di cibo. Il contatto fisico con la fauna selvatica è comune e alcune persone si nutrono di questi animali. L’ecosistema è strettamente interconnesso, il che aumenta la possibilità di una trasmissione di specie attraverso il contatto diretto”, ha spiegato il dottor Baguma.

Poiché i confini tra Uganda e RDC sono molto “porosi”, evidenzia l’esperto, con persone che si spostano fra i due Paesi liberamente e anche senza documenti di identità, è possibile portare contagi da una parte all’altra. A catalizzare il rischio vi è il fatto che tra i confini dei due Paesi ci sono mercati dove si vende carne di pipistrelli della frutta, scimmie e babbuini. Come ci ricorda la pandemia di COVID 19, questi mercati possono essere un volano per lo spillover dei patogeni. Poiché molte persone dicono di mangiare questa carne senza ammalarsi, continuano a farlo ignorando il rischio significativo di potenziale contagio. “La presenza di pipistrelli nelle case rappresenta un ulteriore rischio. Possono contaminare cibo e acqua senza che le persone se ne accorgano. I loro escrementi e l’urina si accumulano sui pavimenti delle abitazioni, e le persone potrebbero far cadere del cibo, raccoglierlo e mangiarlo senza lavarlo”, ha spiegato Baguma a Nature. Non sappiamo come sia scoppiato il recente focolaio, ma è verosimile pensare che il contatto stretto con la fauna selvatica o con la sua carne sia coinvolto. L’OMS ha avvertito che il numero di casi continuerà a salire a causa del fatto che il virus ha circolato per diverso tempo prima che l’epidemia venisse identificata.

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