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Epidemia di Ebola, Pregliasco dopo allarme OMS: “La letalità del virus è elevata: per questo meno contagioso”

Le poche informazioni certe sulla diffusione del focolaio di ebola dovuto al virus Bundibugyo in Repubblica del Congo e Uganda, hanno contribuito alla decisione dell’Oms di dichiarare l’emergenza sanitaria internazionale. Le risposte del virologo Fabrizio Pregliasco sull’entità dell’emergenza in corso.
Intervista a Fabrizio Pregliasco
Direttore sanitario dell’Irccs ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio di Milano
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Dopo aver dichiarato l'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale (Pheic) – il massimo livello di allerta possibile – per l'epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda, l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha convocato per oggi, 19 maggio, il suo comitato di emergenza. Pur avendo specificato che l'emergenza in corso "non soddisfa i criteri di emergenza pandemica", l'Oms ha spiegato che il focolaio dovuto al virus Bundibugyo "costituisce un rischio per la salute pubblica degli altri Stati membri a causa della diffusione internazionale della malattia". In base a quanto ha riferito il portavoce del governo di Kinshasa finora sarebbero almeno 131 i decessi segnalati e altri 513 casi sospetti, inoltre diversi casi sarebbero stati registrati anche in altre aree dell'est del Congo dopo i primi casi nella provincia di Ituri.

Nonostante le rassicurazioni dell'Oms sull'assenza del rischio pandemico, l'attenzione internazionale sul focolaio in corso è molto elevata, per diversi motivi. Tra tutti l'incertezza sull'estensione geografica del focolaio e la gravità della malattia causata dal virus Bundibugyo, per il quale a differenza di altri virus responsabili dell'Ebola, non esistono né trattamenti disponibili né vaccini. Il virus causa infatti una malattia molto grave con febbre emorragica virale. Secondo quanto riporta la Fondazione Umberto Veronesi, la letalità media stimata dell'Ebola è pari al 50%, ma storicamente questo tasso ha oscillato tra il 25% e il 90%.

Gli Stati Uniti hanno annunciato che non potranno entrare nel Paese i cittadini non americani che negli ultimi 21 giorni hanno visitato le regioni colpite dal focolaio. In Italia invece il ministero della Salute ha attivato i protocolli di sorveglianza sanitaria "nei confronti del personale di organizzazioni governative, non governative, e cooperanti, impiegati nel Paese interessato dal focolaio, provenienti da tutti i territori della Repubblica democratica del Congo e dell'Uganda". A Fanpage.it il punto del professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università Statale e Direttore sanitario dell’Irccs ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio di Milano.

Come dobbiamo interpretare le notizie che arrivano da Congo e Uganda? Ci troviamo di fronte a una situazione completamente nuova o a qualcosa di ciclico?

Anche in passato ci sono state epidemie di Ebola. Non parliamo di una cosa ricorrente, ma di un virus che purtroppo in quei contesti geopolitici tende a ripresentarsi, anche perché coesistono diverse problematiche. In questo caso specifico, la situazione è resa ancora più complessa dalla guerra tra Uganda e Congo e, dove ci sono i conflitti, si sa, c'è sempre un caos enorme per quanto riguarda la possibilità di contatti. Inoltre in queste regioni del mondo abbiamo un altro grande problema in caso di focolaio.

Di quali problematiche parla?

In genere i dati sull'effettiva estensione del focolaio sono sottostimati. I dati che riceviamo sono sicuramente la punta dell'iceberg di casi ulteriori che non arrivano alla segnalazione ufficiale perché vengono nascosti. C'è poi una problematica legata alle tradizioni locali: i riti funebri per i defunti prevedono abluzioni e lavaggi della salma, pratiche ad altissimo rischio infettivo. Queste tradizioni espongono a un rischio ancora più elevato di entrare in contatto con il virus (il virus Bundibugyo si trasmette attraverso il contatto con i fluidi corporei e materiali contaminati, non per via aerea, ndr).

Qual è la vera criticità del virus Bundibugyo rispetto agli altri ceppi di Ebola già noti?

La vera criticità di questa volta è proprio la variante: per il Bundibugyo non esistono terapie specifiche o vaccini. Per altre varianti, come la Zaire, abbiamo a disposizione anticorpi monoclonali e vaccini in corso di sviluppo. Di conseguenza, l'unica arma resta una terapia di supporto tempestiva e precoce. A questo si aggiunge il problema logistico: i focolai si stanno registrando anche in aree urbane, miniere e passaggi di frontiera. Una situazione decisamente complessa.

Lo status di emergenza sanitaria internazionale dichiarato dall’OMS indica che il virus potrebbe arrivare anche da noi, o va inteso diversamente?

La dichiarazione di emergenza è un atto formale, ma estremamente utile perché evidenzia la necessità di uno sforzo internazionale comune. In queste situazioni è fondamentale avere una collaborazione in fatto di comunicazione e scambio tempestivo di informazioni, oltre che di sostegno economico e logistico alle strutture sanitarie locali. Questo è fondamentale perché il virus causa una malattia molto grave e la sopravvivenza è strettamente legata al riconoscimento molto precoce della malattia.

Quindi non c'è il rischio che il virus si diffonda fuori dell'Africa?

In natura il rischio zero non esiste mai, ma la drammatica realtà di questa patologia presenta un "vantaggio" epidemiologico rispetto al Covid. Il Covid ci ha messi in ginocchio perché moltissimi soggetti infetti e contagiosi erano asintomatici o paucisintomatici, circolavano liberamente e trasmettevano il virus. L’Ebola Bundibugyo, invece, è una malattia talmente grave da avere, paradossalmente, meno possibilità di diffusione globale: le persone colpite stanno troppo male per muoversi e diffondere il virus.

Nel frattempo, il nostro Ministero della Salute ha diffuso una circolare con misure di vigilanza per gli operatori delle ONG. Dobbiamo preoccuparci o serve a tranquillizzare?

Serve assolutamente a tranquillizzare, rientra nelle normali procedure di attenzione generalizzata. È la stessa identica cosa che è stata fatta di recente per l'Hantavirus, quando è stata messa in quarantena precauzionale una turista siciliana di ritorno dalle zone endemiche dell'Argentina. Sono tutti strumenti di prevenzione standard ed efficaci.

Servono a limitare il rischio di nuove pandemie?

A differenza di quanto sostengono Stati Uniti e Argentina, ma anche alcuni nostri politici, che vorrebbero farci uscire dall'Oms, farne parte è fondamentale ed emergenze come questa lo rendono evidente.  Al contrario, l'OMS serve eccome, e la pandemia di Covid lo ha ampiamente dimostrato: abbiamo assoluto bisogno di canali per una comunicazione immediata, per lo scambio di dati e per l'assistenza reciproca. Anche se è inverosimile che questo virus si diffonda oltre l’Africa, questi protocolli servono a bloccare i rischi sul nascere, anche nello scenario di nuove possibili pandemie, che inevitabilmente ci saranno perché la storia dell'uomo ne è costellata. Dobbiamo pensare alle epidemie come a degli incendi: si deve intervenire in modo tempestivo e con i giusti strumenti per spegnere il fuoco prima che l'incendio divampi e le fiamme siano incontrollabili.

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