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Ebola Bundibugyo, MSF: il virus sfugge ai test standard, nessun vaccino per l’emergenza OMS

Il responsabile di Medici Senza Frontiere (MSF) per la risposta all’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo e Uganda analizza le criticità della malattia da virus Bundibugyo, tra difficoltà nel diagnosticare i contagi e assenza di vaccini e trattamenti appropriati.
Operatori durante le procedure di controllo sanitario in un centro di risposta all’Ebola. Credit: MSF
Operatori durante le procedure di controllo sanitario in un centro di risposta all’Ebola. Credit: MSF

L’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo in Repubblica Democratica del Congo e Uganda che ha portato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a dichiarare l’emergenza sanitaria internazionale è diversa dalle precedenti. Il virus Bundibugyo, spiegano da Medici Senza Frontiere (MSF), sfugge ai test standard per rilevare altre specie di Ebola e non esistono vaccini o trattamenti specifici contro la malattia. “Questa epidemia presenta sfide che non avevamo mai affrontato nei focolai degli ultimi anni” afferma John Johnson, responsabile medico di MSF per la risposta all’epidemia.

Uno dei principali problemi, sottolineano gli operatori sanitari impegnati sul campo, riguarda proprio l’identificazione dei contagi. I primi sintomi della malattia possono essere simili a quelle di altre infezioni diffuse nell’area e la mancanza strumenti diagnostici rapidi rende difficile avere un quadro completo dell’epidemia.

I primi casi sono comparsi settimane fa e oggi la situazione epidemiologica è ancora incerta e in rapida evoluzione” riferisce MSF. Le aree colpite sono segnate da conflitti e forti movimenti di popolazione tra Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Sud Sudan, mentre molte strutture sanitarie operano sotto pressione e con risorse limitate, fattori che complicano ulteriormente il contenimento dell’epidemia.

A rendere più complessa la risposta sanitaria è l’assenza di vaccini specifici contro il virus Bundibugyo. “Attualmente esistono due vaccini approvati contro la malattia di Ebola, ma nessuno dei due è autorizzato per le infezioni da virus Bundibugyo” precisa Johnson. “Uno dei preparati disponibili, il vaccino Ervebo (rVSV-ZEBOV) può essere utilizzato nelle strategie di vaccinazione ad anello per cercare di limitare la diffusione del virus tra contatti stretti e operatori sanitari, mentre un secondo vaccino può essere impiegato sia durante le epidemie per le persone a rischio di esposizione al virus, sia come misura preventiva per gli operatori in prima linea o per coloro che vivono in aree non ancora colpite dall'epidemia”.

Tuttavia, questi due vaccini sono progettati specificatamente per il virus Ebola più comune, il virus Zaire, responsabile della devastante epidemia che ha colpito l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016”.

Attualmente l’OMS sta valutando quali vaccini sperimentali possano essere testati contro il virus Bundibugyo attraverso studi clinici d’emergenza. MSF ha dichiarato di essere pronta a contribuire alle nuove sperimentazioni, come già avvenuto durante le campagne condotte in Repubblica Democratica del Congo nel 2019, che portarono allo sviluppo e all’approvazione dei vaccini e dei trattamenti oggi disponibili contro altre forme di Ebola.

Cos’è il virus Bundibugyo e la nuova emergenza Ebola OMS

Il virus Bundibugyo è una rara specie di Ebolavirus responsabile della malattia da virus Ebola, una febbre emorragica virale con un alto tasso di mortalità. La specie è  stata identificata per la prima volta nel 2007 nel distretto di Bundibugyo, in Uganda, durante un’epidemia che ha causato centinaia di casi sospetti e decine di decessi. Prima della nuova emergenza sanitaria dichiarata dall’OMS, il virus Bundibugyo era stato collegato soltanto a un’altra epidemia, registrata in Repubblica Democratica del Congo nel 2012. I sintomi possono includere febbre, debolezza, diarrea, vomito ed emorragie nei casi più gravi, mentre la trasmissione avviene attraverso il contatto diretto con fluidi corporei di persone o animali infetti.

Abbiamo ricevuto i primi allarmi sull’attuale epidemia il 9 e il 10 maggio, che segnalavano un aumento di decessi nella zona sanitaria di Mongwalu, a nord-ovest di Bunia, nella provincia di Ituri” riporta Johnson. “Altri casi sono stati successivamente identificati anche nelle zone sanitarie di Bunia e Rwampara e, pochi giorni dopo, nella vicina provincia del Nord Kivu, compresa la città di Goma”.

Nel frattempo, le autorità sanitarie dell’Uganda hanno segnalato due casi confermati in laboratorio a Kampala, incluso un decesso, a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. “Il 17 maggio, l’OMS ha attivato il livello di allerta più alto in risposta all'epidemia” prosegue Johnson. “Più di 50 persone erano già morte dall'inizio di aprile, prima ancora che l'epidemia venisse ufficialmente dichiarata, un segnale di un ritardo nell'individuazione del problema”.

Secondo MSF, i casi sospetti hanno ormai superato quota 500 e la diffusione reale del virus potrebbe essere più estesa di quanto finora confermato ufficialmente, con segnalazioni arrivate dalle province dell’Ituri, del Nord Kivu e del Sud Kivu.

In assenza di trattamenti e vaccini approvati, la risposta si basa su una combinazione di misure epidemiologiche e di sanità pubblica, dall’isolamento precoce dei casi sospetti al monitoraggio dei contatti e al lavoro sul campo per ricostruire le catene di trasmissione” conclude Johnson. “Nulla di tutto ciò può funzionare senza un impegno costante delle comunità locali e un rapporto di fiducia con la popolazione, un compito ancora più difficile nelle aree colpite da conflitti e con accesso limitato all’assistenza sanitaria”.

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