Cos’è un GLOF e perché se ne parla dopo l’alluvione in Nepal: esperti divisi sulle cause del disastro
La devastante alluvione che il 26 agosto 2026 ha colpito la zona di confine tra Nepal e Tibet non ha ancora una causa accertata. Tra le prime ipotesi circolate c’è quella di un GLOF, acronimo di Glacial Lake Outburst Flood, un’inondazione improvvisa provocata dallo straripamento di un lago glaciale, anche se gli esperti stanno ancora cercando di capire cosa abbia davvero scatenato il disastro.
Al centro delle ipotesi c’è il crollo di un ghiacciaio, secondo quanto ricostruito da un team di scienziati internazionali che ha analizzato immagini satellitari e altri dati. Questo distacco è stato sufficientemente potente da essere registrato come un evento sismico di magnitudo 5.2 alle 8:37 del mattino ora locale, venendo inizialmente confuso con un terremoto. Ulteriori indagini dell’US Geological Survey hanno chiarito che l’evento era legato al crollo di un’enorme porzione di ghiacciaio e a una frana detritica di eccezionale intensità.
“Escludendo quindi la causa sismica come innesco primario, lo scenario più probabile vede come colpevole l’accumulo eccessivo e concentrato di acqua di fusione dei ghiacciai” ha spiegato Mario Tozzi a Fanpage.it.
Cos’è un GLOF, l’inondazione da straripamento di un lago glaciale
Un GLOF (Glacial Lake Outburst Flood) è un’inondazione causata dallo straripamento di un lago glaciale. Si verifica quando una barriera di ghiaccio o detriti che trattiene l’acqua di fusione di un lago glaciale cede improvvisamente, provocando ingenti portate fluviali a valle.
Questo tipo di fenomeno provoca spesso inondazioni catastrofiche, che negli ultimi anni hanno colpito più volte il Nepal, dal villaggio di Thame nel 2024 alla piena di Rasuwa nel 2025.
Questi precedenti hanno fatto inzialmente supporre che l’alluvione del 26 agosto 2026 fosse dovuta a questa stessa dinamica, ma le ricostruzioni successive hanno sollevato dubbi su questa ipotesi.
Cosa è successo in Nepal
L’esatta causa dell’alluvione nella regione di confine tra Nepal e Tibet non è ancora stata chiarita, né sono stati individuati laghi glaciali preesistenti nell’area a monte del disastro.
Le immagini satellitari acquisite da Planet Labs prima e dopo l’inondazione hanno tuttavia permesso di individuare il crollo di una sostanziale porzione di ghiacciaio che avrebbe dato inizio all’evento, trascinando con sé una notevole quantità di roccia e detriti.
Questo materiale sarebbe precipitato dal fianco della montagna fino al fiume Lhende Khola, un affluente del fiume Bhote Koshi, che scorre dalla Cina al Nepal. La forza dell’impatto avrebbe sciolto parte del ghiaccio e, lungo il percorso, la corrente avrebbe incorporato fango e altri detriti.
Secondo quanto ricostruito dal geologo Daniel Shugar dell’Università di Calgary in Canada, membro del gruppo scientifico che indaga sul disastro, questa combinazione di eventi avrebbe prodotto “un muro d’acqua eccezionalmente potente, capace di inghiottire qualsiasi cosa sul suo cammino”.
Altri esperti ritengono invece l’acqua potrebbe essersi accumulata sotto il ghiacciaio ed essere stata rilasciata di colpo nel momento del crollo, oppure che la massa di ghiaccio caduta possa aver sbarrato temporaneamente il corso del fiume, creando una diga naturale poi collassata sotto la pressione dell’acqua accumulata.
Ciò su cui gli esperti sembrano però convergere è la correlazione tra il disastro e la crisi climatica in atto. “Le grandi catene montuose d’alta quota sono ambienti incredibilmente delicati e sensibili ai cambiamenti climatici” ha sottolineato Tozzi. “Essendo le aree in cui si concentra la maggior parte dei ghiacci del pianeta, sono anche quelle più direttamente colpite e destabilizzate dal surriscaldamento atmosferico”.