Inondazioni Nepal e Tibet, Mario Tozzi: “A rischio anche le Alpi a causa del cambiamento climatico”
Lo zero termico sale oltre le vette più alte, i ghiacciai fondono e le montagne perdono il collante naturale che le tiene insieme da milioni di anni. Il disastro avvenuto in Nepal e Tibet – dove una catastrofica frana ha causato centinaia di morti e migliaia di dispersi – è l'ennesimo campanello d'allarme di un equilibrio idrogeologico spezzato dal riscaldamento globale.
Già, il cambiamento climatico. Ancora e sempre lui. In attesa di analisi più approfondite, appare già chiaro che il disastro sull'Himalaya non è stato causato da una serie di terremoti, come inizialmente ipotizzato, bensì dall'improvviso e imprevedibile collasso di un'enorme massa di ghiaccio e detriti su un lago glaciale in alta quota che, dopo aver oltrepassato gli argini, si è riversato a valle causando gli impatti catastrofici immortalati anche in alcuni impressionanti video.
Una dinamica che, fatte le debite differenze, ricorda la tragedia del Vajont del 1963 ma che, in scala fortunatamente ridotta, si sta verificando già anche sull'arco alpino italiano, come dimostrano la valanga sulla Marmolada del luglio 2023 e l'alluvione di Bardonecchia dell'anno successivo. Fanpage.it ne ha parlato con Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, che non ha dubbi: di fronte a un equilibrio idrogeologico ormai compromesso dal riscaldamento globale è sempre più urgente mettere in sicurezza il territorio azzerando il consumo di suolo zero, bloccando ogni nuovo cantiere in quota e trovando finalmente il coraggio di fare un passo indietro. Insomma, lasciare finalmente "in pace" le Alpi e smetterla di edificare per assecondare le esigenze del turismo di massa.
Professor Tozzi, partiamo dal drammatico evento avvenuto in Nepal e nella regione cinese del Tibet. Dal punto di vista scientifico e geologico, cosa ha scatenato questa catastrofica colata di acqua, fango e rocce?
Al momento non abbiamo ancora una certezza assoluta, ma i primi riscontri ci dicono cose molto interessanti. Inizialmente si era valutato il possibile impatto di un terremoto, visti i sismi di magnitudo 4, 4.5 e 5.2 registrati nell'area, tuttavia, gli studiosi dell'USGS – il servizio geologico degli Stati Uniti – hanno stabilito che quelle scosse sarebbero state in realtà provocate dal crollo stesso della frana, non il contrario. Quando una massa rocciosa enorme precipita da quote così elevate, l'impatto sul terreno può generare terremoti locali. Escludendo quindi la causa sismica come innesco primario, lo scenario più probabile vede come colpevole l'accumulo eccessivo e concentrato di acqua di fusione dei ghiacciai. Questa massa d'acqua ha rotto gli argini naturali in cui era trattenuta ed è precipitata a valle tutta insieme, trascinando con sé rocce, detriti e ogni cosa che ha trovato sul suo corso.
Si può ipotizzare una correlazione diretta tra questo disastro e la crisi climatica che stiamo attraversando?
Molto probabilmente sì, anche se in attesa di verifiche più approfondite usare il condizionale è d'obbligo. Il fenomeno si è verificato verso la fine dell'estate, proprio nel periodo in cui i ghiacciai raggiungono il loro minimo storico annuale di consistenza. Il riscaldamento globale ha, come risultato generale, quello di acuire i fenomeni estremi, vuoi per il maggiore calore presente in atmosfera e la maggiore quantità di vapore acqueo, che causano precipitazioni spesso molto violente, vuoi – a livello locale – per queste situazione che interessano l'arco alpino himalayano; le grandi catene montuose d'alta quota, come l'Himalaya, sono ambienti incredibilmente delicati e sensibili ai cambiamenti climatici: essendo le aree in cui si concentra la maggior parte dei ghiacci del pianeta, sono anche quelle più direttamente colpite e destabilizzate dal surriscaldamento atmosferico.
Spostiamoci a casa nostra: un disastro di questa portata, naturalmente su scala ridotta, potrebbe verificarsi anche sull'arco alpino?
In realtà, eventi simili – ma di portata fortunatamente minore – stanno già accadendo anche sulle nostre montagne. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continui crolli di roccia sulle Dolomiti, al disastro della Marmolada e a decine di episodi di fusione rapida con rottura di piccoli sbarramenti naturali che trattenevano acqua, ghiaccio e neve. Le immagini che arrivano dal Nepal mostrano una colata di fango grigio e scuro alta diversi metri che ha spazzato via intere infrastrutture, case e binari, provocando migliaia di dispersi, compresi molti turisti. Una violenza distruttiva che non avevo mai visto e che – fatte le debite differenze – a livello di dinamica ricorda molto la tragedia del Vajont del 1963: lì la causa scatenante fu legata a un'opera artificiale come la diga, ma il crollo della frana nel bacino generò un'ondata d'urto devastante, preceduta da una forte compressione d'aria prima ancora dell'arrivo dell'acqua e del fango.
Però sulle Alpi non abbiamo i volumi di ghiaccio e gli spazi geografici immensi dell'Himalaya…
Certo, la scala dei fenomeni rimane più ridotta, ma la dinamica profonda è la stessa. Oltre alla valanga della Marmolada – che nel luglio 2022 causò 11 vittime – penso ad esempio a quanto accaduto a Bardonecchia nel 2023 o ai crolli alle Tre Cime di Lavaredo. Il problema alla base è che, sempre a causa del cambiamento climatico, il ghiaccio non fa più da sostegno e da collante per la montagna: poiché lo zero termico si è alzato oltre le vette più alte, il ghiaccio profondo fonde, la montagna perde stabilità e inevitabilmente frana. Questi fenomeni diventeranno sempre più frequenti, intensi e distribuiti lungo tutto l'anno, poiché le stagioni calde si stanno allungando a dismisura.
Di fronte a questa progressiva fragilità dei territori montani, quali sono le misure di adattamento urgenti che le amministrazioni pubbliche dovrebbero adottare in Italia?
La prima cosa fondamentale da fare è smetterla di costruire su tutto l'arco alpino. Bisogna fermare qualsiasi nuovo cantiere nei comuni montani, imponendo il consumo di suolo zero: nessun nuovo metro quadro di cemento, nessuna nuova seconda casa, albergo, ristorante o infrastruttura. Prendiamo Bardonecchia come caso emblematico: lì, per assecondare il turismo invernale, si è costruito l'inverosimile, in modo privo di senso, edificando aree esposte dove il fango, prima o poi, era destinato a scendere per via naturale, e nel 2023 non ci sono state vittime solo per puro caso. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la stagione invernale naturale per lo sci è ormai finita e difficilmente vedremo ancora delle Olimpiadi invernali sulle Alpi. Insistere con l'innevamento artificiale, consumando enormi risorse idriche ed energetiche per portare l'acqua in quota, significa solo sommare errori su errori. Per non parlare di opere inutili come la pista da bob delle scorse Olimpiadi, di cui è meglio non discutere nemmeno.
Oltre a bloccare il nuovo cemento, poi, le amministrazioni devono avere il coraggio di rimuovere e demolire le strutture già esistenti posizionate in aree ad altissimo rischio, eliminando del tutto la possibilità di risiedere in zone non sicure. Dobbiamo smettere di aggredire la montagna con nuovi impianti sciistici e infrastrutture inutili: l'unica vera misura di adattamento efficace è fare un passo indietro e lasciare finalmente in pace le Alpi.