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Intelligenza artificiale (IA)

A 20 anni diventa dipendente da un chatbot di IA: primo caso italiano in un Ser.D del Veneto

Un Ser.D del Veneto ha iniziato a seguire il caso di una ventenne che ha sviluppato una dipendenza comportamentale legata all’intelligenza artificiale. In altri termini, ha sviluppato un rapporto compulsivo e distorto col il suo chatbot di IA, del quale non può fare a meno. Sempre più adolescenti si legano emotivamente agli assistenti virtuali con rischi significativi per la salute mentale, il rendimento scolastico e le interazioni sociali.
A cura di Andrea Centini
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Il Dipartimento per le Dipendenze (Ser.D) dell'azienda sanitaria Ulss 3 Serenissima di Venezia ha preso in carico il caso di una ventenne che ha sviluppato una “dipendenza comportamentale” da intelligenza artificiale (IA). A darne notizia è il Gazzettino, che segnala come il caso Veneto sia il primo di questo genere in Italia. I Servizi per le Dipendenze Patologiche, conosciuti appunto come Ser.D o Ser.D.P, sono strutture territoriali legate al Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che si occupano di diagnosi, cura e riabilitazione per i pazienti che soffrono per una o più dipendenze.

In genere, quando si pensa a queste strutture, vengono subito in mente i casi di tossicodipendenza, ovvero la dipendenza da sostanze come droghe (eroina, cocaina etc etc), alcol, benzodiazepine e altro, tuttavia gli specialisti che vi lavorano si prendono cura anche delle dipendenze comportamentali. Fra quelle più comuni figurano social network, gaming, internet in generale – le cosiddette dipendente tecnologiche – ma anche gioco d'azzardo e shopping compulsivo. Era solo questione di tempo che i Ser.D iniziassero ad assistere i primi pazienti dipendenti da chatbot e agenti IA di vario genere, alla luce del loro utilizzo sempre più diffuso e pervasivo, soprattutto fra gli adolescenti. Basti leggere cosa è emerso dalla nostra indagine sulle chat di supporto per disintossicarsi dall'IA.

Secondo il recente report “Talk, Trust, and Trade-Offs: How and Why Teens Use AI Companions” condotto negli Stati Uniti da Commons Sens Media, quasi tre adolescenti su quattro utilizzano assistenti virtuali basati sull'intelligenza artificiale. Talvolta questi chatbot sono plasmati per avere “personalità umane” talmente realistiche da rendere impossibile distinguere le interazioni da quelle con una persona. Se a questo si aggiunge che gli assistenti virtuali sanno chi siamo, hanno memoria delle conversazioni che abbiamo avuto in precedenza e soprattutto sono progettati per dirci quello che vorremmo sentirci dire, in contesti di isolamento sociale e fragilità emotiva possono diventare qualcosa di ben più significativo di semplici consiglieri.

Uno studio condotto da scienziati dell'Università Drexel di Philadelphia, ad esempio, ha rilevato che circa il 25 percento di ragazzi e ragazze tra i 13 e i 17 anni si è rivolto all'IA per avere proprio del supporto emotivo, contro il 5 percento circa che lo ha fatto per altre ragioni, come chiedere informazioni pratiche, giocare o avere un supporto per lo studio. Nonostante l'approccio iniziale positivo, per alcuni giovanissimi queste interazioni con i chatbot sono diventate costanti, quotidiane, trasformandole in veri e proprio rapporti di confidenza, amicizia e in taluni casi anche amore.

Questi dialoghi con l'algoritmo possono evolvere in veri e propri casi di dipendenza comportamentale, nella quale i ricercatori hanno rilevato le stesse dinamiche che si osservano nei comportamenti della tossicodipendenza, con un impatto significativo sulla qualità della vita, le relazioni sociali e il rendimento a scuola degli adolescenti. “Man mano che impara a conoscerti sa dare delle risposte che corrispondono a quanto vorresti sentire, anche molto più di un tuo coetaneo, rafforzando progressivamente quella che sembra essere una relazione amicale”, ha affermato al Gazzettino la dottoressa Laura Suardi, primaria del Ser.D che sta seguendo la ventenne dipendete dall'IA. “Diventa un problema quando non la si sa gestire, quando diventa un unico orizzonte di riferimento”, ha aggiunto la specialista, sottolineando che limitare l'uso di questi strumenti non è sufficiente. “Di fronte a questi disturbi comportamentali il nostro aiuto è quello di mettere in campo competenze non solo psicologiche, ma anche psichiatriche, coinvolgendo pure i familiari dei pazienti”, ha chiosato la dottoressa Suardi.

Lo studio americano ha rilevato che nei rapporti con i chatbot sono presenti molte (o tutte, a seconda dei casi) delle dinamiche tipiche delle altre dipendenze, dal senso di colpa all'astinenza, trainati dal fortissimo desiderio di rimettersi davanti allo schermo e dalla consapevolezza che si sta esagerando. Il legame con i chatbot può essere ossessivo e compulsivo. C'è chi riesce a staccarsene e poi ci ricade in un momento di difficoltà, esattamente come può avvenire con alcol, droghe e gioco d'azzardo. E a rendere il tutto più complesso è il forte legame affettivo che si instaura col proprio compagno virtuale, alla luce della sua costante disponibilità, della capacità di ascoltarci, comprenderci e darci le risposte che vorremmo sentire. Un mix esplosivo che può avere effetti devastanti soprattutto sulle menti degli adolescenti più fragili.

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