Fino a qualche ora fa, la bozza della legge di bilancio inviata a Bruxelles rappresentava il risultato più chiaro e consistente del Governo Conte e si configurava come il collante fondamentale della coalizione tra Lega e Movimento 5 Stelle, ben più del fumoso e confuso contratto per il governo del cambiamento. La discussione su quanto fosse forte e stabile il legame fra i due azionisti della maggioranza sembrava poter passare in secondo piano davanti a una intesa che era riuscita ad accontentare tutti, restituendo anche una minima parte di credibilità alla figura del ministro dell'Economia Giovanni Tria, costretto a incassare colpi su colpi nelle settimane precedenti e alle prese con una lunga e complessa partita a scacchi con Bruxelles.

La legge di bilancio era così diventata lo specchio dell’intesa fra Salvini e Di Maio, l’evidenza più chiara di cosa davvero significasse la formula "governo del cambiamento", la sintesi dell’esperimento che vede al governo una forza orgogliosamente populista e un partito della “nuova” destra nazionalista. Un reddito di cittadinanza (che reddito di cittadinanza non è) finanziato in deficit e ancora tutto da costruire, dopo aver condotto una campagna elettorale giurando di aver già trovato le coperture; la riforma della legge Fornero fatta solo in parte, un passo alla volta, con il rischio che sia peggiorativa per tanti, dopo aver condotto una campagna elettorale all’insegna dell’abolizione immediata; la flat tax che flat non è e che da rivoluzione epocale è diventata un favore per un gruppo ristretto di lavoratori autonomi; il tutto con il forte rischio di ripercussioni drammatiche sull’equilibrio economico – finanziario del Paese e con la certezza o quasi della bocciatura europea. Una manovra che sarà anche “molto bella” (come l’ha definita Conte) e che risponde a scelte politiche pienamente legittime della maggioranza, ma che è appunto il simbolo del nuovo corso a Palazzo Chigi. Ovvero quello di chi, dopo aver accumulato consenso prefigurando risposte semplici ed esaustive a problemi complicati e annosi, ora fa i conti con la complessità della realtà, scende a compromessi e trova soluzioni in grado di accontentare anime ed esigenze diverse (ovviamente senza rinunciare a una comunicazione dal tono epico, alla retorica della rivoluzione in atto, alla demagogia del cambiamento no matter what e via discorrendo).

Il problema è che questo approccio ha delle conseguenze inevitabili. E quanto accaduto sul decreto fiscale, collegato alla manovra, ne è la dimostrazione. La situazione di fronte alla quale si sono trovati i Cinque Stelle sulla questione condono era oggettivamente complicata. Di Maio aveva costruito negli ultimi mesi la narrazione di “un Paese allo sbando, con ‘milioni di poveri, milioni di disoccupati, milioni di sofferenti’, in preda a una emergenza criminalità, le cui fondamenta sono minate dalla perdita di fiducia dei cittadini, dalla corruzione della classe politica, dall'incapacità decisionale della classe dirigente, dalla mollezza degli altri apparati istituzionali”; il Movimento 5 Stelle aveva fatto della parola “onestà” un ritornello ossessivo nella scorsa legislatura e in rete ci sono decine di interventi di esponenti e parlamentari che parlano di condoni e sanatorie come soprusi di lorsignori ai danni del popolo; Conte si era autonominato difensore del popolo italiano, non solo dalle angherie e dai soprusi della burocrazia, ma anche dai tanti furbetti che aggirano la legge. Già far coesistere questa narrazione con la rottamazione-ter delle cartelle sembrava impresa complicata (e le prime apparizioni pubbliche degli esponenti 5 Stelle erano state un misto di contraddizioni, supercazzole e precisazioni abbastanza imbarazzanti). Figurarsi quando viene messo nero su bianco l’aumento dell’imponibile da condonare fino a 500mila euro, lo scudo fiscale per riciclaggio e autoriciclaggio, il condono anche dell’IVA e via discorrendo. Insomma, Di Maio si era trovato nella stessa condizione del Tremonti – Guzzanti: “Sono stato sempre contrario al condono. Sono stato contrario quando l’ho proposto e sono stato contrario quando l’ho firmato”.

E perché non ricorrere a uno dei grandi classici della comunicazione 5 Stelle: la teoria del complotto, che rimanda al dualismo "potere oscuro e cattivo / popolo ingenuo e in buona fede". Ha funzionato spesso, perché non dovrebbe ora?

Ecco, il punto è che le versioni sulla dinamica dei fatti divergono in modo netto. C’è chi parla di incapacità e chi di strategia. C’è chi sostiene che Di Maio non sappia leggere le carte e non capisca cosa approva e chi sottolinea come complottismo e vittimismo siano armi vincenti della comunicazione 5 Stelle. C’è chi è sicuro che i grillini e i leghisti stiano gettando nel ridicolo le istituzioni e chi pensa che si tratti di mosse volte a scardinarle, o almeno a cambiarne l’orientamento. C’è chi crede che la crociata contro Tria e i tecnici del MEF serva a mascherare l’incompetenza dei parlamentari e chi invece immagina che possa essere un grimaldello per ammorbidire tecnici e funzionari ostili.

Paradossalmente, non importa nemmeno più di tanto quale sia la versione reale. Forse non c'è neanche una risposta sola. Perché la vicenda della manina, delle dichiarazioni smentite in un lampo, dei complotti farseschi e dei sabotaggi che forse non ci sono, ha una certa coerenza con la filosofia che sorregge l’esperimento del governo Lega – Movimento 5 Stelle. È semplicemente l’emergere delle contraddizioni di un modello, insomma. Perché non possono coesistere il rifiuto del concetto di “esperto”, di “tecnico” e la necessità di servirsene per supplire a mancanze e inefficienze della propria squadra. Non vanno di pari passo la delegittimazione delle competenze e la volontà di affrontare e risolvere questioni complesse. Non possono tenersi una malintesa concezione della parola “buonsenso” e il rispetto di prassi e regole che sono state pensate per tutelare i cittadini prima e le istituzioni poi. Non può bastare una comunicazione aggressiva e semplicistica per restituire l'idea di una lotta indefessa e instancabile contro il potere. Soprattutto se il potere lo hai tu. E, infine, sul piano più strettamente politico, va rilevato che contraddizioni di questo tipo sono inevitabili quando si mettono insieme, senza una seria riflessione, forze politiche simili per impostazione comunicativa e "ideologica", ma che hanno piattaforme programmatiche diverse, storie diverse e idee di futuro inconciliabili.

Di solito si dice che non esistono soluzioni semplici per questioni complesse. Nel caso del governo Conte siamo al passaggio successivo: non basta uno slogan semplice per risolvere una questione complessa. Soprattutto se non si ha neanche una soluzione.