In Italia la percentuale di dipendenti pubblici sul totale degli occupati era nel 2016 del 14%, contro una media Ue del 16%. Così certifica l'Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione Europea, che segnala peraltro come la percentuale italiana, fra le più basse d'Europa, abbia avuto tendenza a diminuire fortemente fra il 2000 e il 2016, l'ultimo anno per cui sono disponibili dati. All'interno di questi numeri sono compresi gli impiegati pubblici a livello nazionale, regionale e locale e anche le forze armate. L'Istituto precisa che i confini del settore pubblico possono variare a seconda degli Stati membri, includendo o meno segmenti importanti come l'Istruzione o la Sanità.

La percentuale di dipendenti pubblici in Europa, fra il 2000 e il 2016, ha oscillato fra il 15% e il 17% e la caduta più vistosa, tra gli Stati per cui sono disponibili dati, si è verificata in Slovacchia, Regno Unito e Italia, mentre gli aumenti più importanti sono avvenuti in Romania, Ungheria e Slovenia. Nel 2016 i valori più elevati sono stati quelli registrati in Svezia (29%), seguita da Danimarca (28%), Finlandia (25%), Estonia (23%), Lituania, Francia e Ungheria (tutte al 22%), chiudevano invece la classifica Spagna, Portogallo e Irlanda (tutte al 15%), Italia (14%), Olanda (13%), Lussemburgo (12%) e Germania (10%).

Nel 2014, in Europa, il salario medio mensile lordo nel settore della Pubblica amministrazione e della Difesa (escludendo Sanità e Istruzione) è stato di 2.600 euro. L'Italia si colloca stavolta appena sopra la media Ue, con 2.612 euro lordi mensili. I salari più elevati nel settore pubblico sono stati quelli rilevati in Danimarca (4.500 euro), Irlanda (4.300 euro), Svezia (3.700 euro) e Olanda (3.600 euro), mentre i valori più bassi sono stati registrati in Ungheria (700 euro), Romania (600 euro) e Bulgaria (500 euro). Se si considera il potere d'acquisto (al netto delle differenze sul livello dei prezzi fra i vari paesi) di questi stipendi, la classifica si modifica leggermente: l'Irlanda sale al primo posto, seguita da Germania, Olanda e Danimarca, mentre il fondo della classifica rimane inalterato.

Scrivevano gli autori di una ricerca pubblicata pochi mesi fa sul bollettino Adapt, l'associazione fondata da Marco Biagi, che "continuare a ignorare la necessità di una massiccia espansione dell’occupazione nel settore pubblico sta diventando sempre più pericoloso". Infatti in Italia, al carente numero dei dipendenti pubblici sarebbe legata, almeno in parte, la soluzione di alcuni gravi problemi come l'insufficiente domanda interna, la disoccupazione giovanile e l'inefficienza della pubblica amministrazione.

In Italia, secondo un recente report dell'Istat, solo il 18,7% dei 25-64enni è laureato, un valore pari a poco più della metà della media europea (31,4%), un dato che si scontra però paradossalmente con un basso tasso di occupazione, pari al 62,7%, contro una media Ue dell'84,9%. Secondo i ricercatori di Adapt "la spiegazione di questo apparente paradosso non può che essere il sottodimensionamento del settore pubblico, che in un’economia sviluppata è uno dei principali datori di lavoro per laureati, probabilmente il principale".

Viene fatto anche rilevare che "l’età media dei pubblici dipendenti italiani è eccezionalmente alta, e la loro scolarità molto bassa", quindi non si tratta di spostare o aggiornare i dipendenti già assunti, perché "difficilmente un impiegato cinquantenne con un diploma di scuola media superiore potrà svolgere le stesse mansioni di un esperto informatico venticinquenne e laureato". Per colmare il divario "fra l’Italia e i paesi sviluppati ‘normali'", i ricercatori Adapt pensano ad "almeno un milione di assunzioni", finanziate con una "imposta patrimoniale straordinaria sulla ricchezza finanziaria delle famiglie (e quindi non su quella immobiliare)". Si tratta di una ricchezza che, viene rilevato, è "molto elevata (e molto concentrata); nel 2017 ha raggiunto i 4200 miliardi". In ogni caso sarebbe una misura temporanea in quanto poi "si ripagherebbe con una spinta alla domanda interna (e farebbe crescere ipso facto il PIL di circa l’1 – 1.5%), con i conseguenti effetti moltiplicativi".