Guardati con sospetto fino a poco tempo fa, i Bitcoin, valuta virtuale nata nel 2008 e di cui sono in circolazione oltre 12 miliardi di unità, le cui quotazioni sono salite vertiginosamente negli ultimi mesi (sino a toccare un cambio di 674 dollari al pezzo lo scorso 18 novembre), possono rappresentare “un mezzo di scambio legale” secondo quanto hanno affermato i responsabili del Dipartimento di giustizia americano in un’audizione davanti al Senato Usa. Questo perché “le valute virtuali in sé e per sé non sono illegali”, anche se resta da verificare se debbano o meno essere sottoposte a regolamentazione da parte delle autorità statunitense.

Cosa questa che peraltro al momento la Federal Reserve, impegnata in ben più importanti vicende visto che deve trovare la quadratura del cerchio tra un attivo di bilancio gonfiato come un sufflè dal 2007 a oggi e il desiderio, ribadito ancora ieri a Washington da Ben Bernanke (attuale banchiere centrale Usa in procinto di lasciare la poltrona alla sua vice, Janet Yellen), che i tassi rimangano “vicini a zero per un considerevole periodo di tempo” (anche dopo che l’acquisto di bond sul mercato, tuttora in corso al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese, terminerà e la disoccupazione sarà ridiscesa sotto la soglia del 6,5%), non sembra aver intenzione di fare. In una lettera al Comitato per la Sicurezza Nazionale e gli Affari di Governo lo stesso Bernanke ha anzi ricordato che “anche se la Federal Reserve controlla in generale gli sviluppi delle valute virtuali e di altre innovazioni del sistema dei pagamenti, non deve necessariamente avere autorità di vigilanza diretta o regolamentare queste innovazioni o i soggetti che le forniscono al mercato”.

Neppure la Sec, la potente commissione che controlla i mercati finanziari Usa, sembra particolarmente vogliosa di metter mano a una regolamentazione: la sua presidente, Mary Jo White, aveva già scritto in una lettera del 30 agosto scorso ricordata oggi dall’agenzia Bloomberg che “se una valuta virtuale costituisca un titolo ai sensi delle leggi federali sui titoli, e sia quindi soggetta al nostro regolamento, dipende da fatti e da circostanze” tuttora oggetto di valutazione. Sviluppati nel 2008 da un gruppo di programmatori noti col nickname di “Satoshi Nakamoto” e da allora diventati una valuta virtuale utilizzata comunemente per comprare su internet beni e servizi, i Bitcoin, arrivati ormai ad un volume di oltre 12 miliardi di unità secondo gli ultimi dati di Bitcoincharts.com, sembrano sempre meno “virtuali” e sempre più una valuta a tutti gli effetti, anche se è prevedibile che occorrerà trovare il modo di ottenere una maggiore trasparenza nel processo di creazione e di scambio di questa e delle altre valute virtuali, per evitare di gonfiare l’ennesima bolla speculativa.

Chi già ora si può fregare le mani sono i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, già tra i fondatori (“mancati”) di Facebook che alcuni mesi or sono erano tornati all’onore delle cronache finanziarie mondiali annunciando di aver acquistato 11 milioni di dollari di Bitcoin quando la quotazione di questi ultimi era attorno ai 100 dollari. Come dire che nel frattempo i due ex membri della squadra olimpica di canottaggio americana a Pechino 2008 dovrebbero aver guadagnato qualcosa come una quarantina di milioni di dollari. In verità i Winklevoss anche in questo caso sarebbero stati “bruciati” da qualcun altro, nello specifico SecondMarket Inc, società che gestisce l’omonimo marketplace americano e che ha lanciato in luglio il proprio Bitcoin Investment Trust, un fondo privato che investe unicamente nella valuta virtuale (se pensate di aderirvi sappiate che è necessaria una sottoscrizione minima di 25 mila dollari e che la quotazione su un mercato regolare non è prevista prima del marzo 2014), battendo i due gemelli che sempre in luglio avevano depositato una domanda di ammissione alle quotazioni di un proprio ETF (il Winklevoss Bitcoin Trust).

Per l’ETF dei Winklevoss i tempi di attesa sembrano ancora lunghi e l’arrivo sul mercato, se non ci saranno intoppi, è previsto nell’arco di 6-18 mesi dal momento del deposito della domanda (quindi in teoria nel corso del prossimo anno), ma i due fratelli non si scoraggiano e ancora di recente hanno dichiarato che il mercato dei Bitcoin potrebbe raggiungere, in uno scenario “moderatamente” positivo (“small bull case scenario”), i 400 miliardi di dollari di controvalore, oltre 6,5 volte il valore attuale con i Bitcoin che oscillano poco sopra i 500 dollari al pezzo. Il tempo dirà chi ha ragione: personalmente trovo che i Bitcoin siano una scommessa “a leva” sulla crescita dell’economia e ancor più della finanza americana e che qualcuno rischi di farsi molto male in futuro. Ma al di là del prezzo, il fatto che le valute “virtuali” non siano più considerate dei semplici “gettoni di gioco”, come nel caso dei Linden Dollar o degli Imvu Credit, è di per sé significativo e sta a indicare che in tutto il mondo (e prima o poi, chissà, anche in Italia) il sistema creditizio inizia a non essere più un monopolio esclusivo delle banche. E questo trovo possa costituire una novità importante e positiva per tutti.