“Pronto?! Sono al 1116 di Ocean Drive, un uomo è stato ferito con una pistola, per favore, per favore, per favore!”. Dalla cornetta del telefono del 911, alle 8 e 45 di martedì d’estate, una voce maschile supplica con accento italiano: “Perché non sono ancora arrivati?! Siamo solo a un minuto di distanza!”. Pochi istanti dopo Carlos Noriega, poliziotto in servizio del dipartimento di Miami Beach, si fa strada di corsa tra le case art decò di South Lake.

L’allarme è partito da Casa Casuarina, pomposa magione di Gianni Versace a Miami. Il re della moda giace immobile in una pozza di sangue, le chiavi di casa da un lato e il giornale dall’altro, di fronte la porta di ingresso. Disperato, sulla soglia, il suo compagno, Antonio D’Amico supplica i paramedici di aiutarlo. Mentre il corpo insanguinato dello stilista viene caricato su una barella, giù in fondo alla strada un ragazzo corre disperato, zigzagando tra i bronzi di Riace che sfilano sulla strada di ‘Miami Vice’. In mano ha una semiautomatica  Taurus PT, nel petto, il cuore che palpita frenetico.

È il 15 luglio 1997: Gianni Versace è stato ucciso mentre rincasava dalla sua passeggiata mattutina, lascia un business di centinaia di milioni di dollari. Il mondo commenta costernato l’inspiegabile assassinio dello stilista; Sting e Elton John piangono ai funerali; la polizia ha una pista. Pochi metri distante dal luogo dell’aggressione, nel giardino della sontuosa villa, gli agenti hanno trovato la carcassa di una colomba bianca, firma inconfondibile della malavita organizzata. Tutto si incastra alla perfezione nell’iconografia americana tutta mafia e spaghetti del magnate italiano: Mr Versace è stato vittima di una pericolosa partnership con Cosa nostra, ma è tutto sbagliato. La colomba è stata colpita accidentalmente da un proiettile mentre volava sopra la villa. La verità è a poche miglia di distanza, nella rabbia di un ragazzo di 23 anni, mezzo filippino e mezzo italiano.

Cosa lega Gianni Versace e Andrew Cunanan

Prima di incrociarsi le strade di Gianni Versace e Andrew Cunanan hanno fatto giri lunghissimi. Secondo di tre figli di una famiglia di Reggio Calabria, classe 1946, Gianni cresce nell’atelier di mamma Franca, alimentando la sua grande sensibilità artistica e la sua vena creativa. Nel 1972 si trasferisce a Milano per lavorare nel mondo della moda, ed è proprio lì che fonda, dopo essersi accreditato come creativo innovatore, il marchio con la medusa. Il suo tratto classicheggiante e urbano insieme lo elegge a stilista iconico degli anni '90, artista panneggia i corpi della donne più belle e influenti del decennio tra le quali, al fianco delle pop star e delle dive del cinema, c'è anche Lady Diana. In virtù di un’amicizia personale, infatti, la principessa del Galles diventa una delle sue muse preferite. Non a tutti piace Versace, però. I barocchismi, la macrofantasie, l’immagine erotizzata diffusa dalle sue pubblicità gli guadagnano critiche spietate che a nulla valgono, però, contro la grande vena innovativa dell’uomo che aveva portato la strada in passerella e fatto delle strade una fucina di idee.

Mentre a quarant'anni Gianni Versace entra nel mito con un brand da 138 boutique in tutto il mondo, da qualche parte in California, Mary Ann Schillaci e Modesto Cunanan, militare di nazionalità filippina, mettono al mondo un bambino speciale. Il piccolo Andrew, classe 1969, è intelligente, loquace, brillante: un genio in miniatura con un QI di 147. Come spesso accade ai bambini più dotati della media, Andy sviluppa dei tratti della personalità patologici, diventando un abile manipolatore e un prolifico bugiardo, tanto da inventare storie sulle sue origini, tarate, ognuna, sull'interlocutore con cui parla. Spesso si presenta come David Morales, ad alcuni racconta di essere un imprenditore o un ereditiere, è così camaleontico da cambiare aspetto in base a ciò che giudica più attraente rispetto alle circostanze. Quando suo padre torna nelle Filippine, ormai dipendente da cocaina ed eroina, Andrew va via di casa per condurre una vita ai limiti della prostituzione. Bello e intelligente, diventa il party boy d'alto bordo nella comunità gay che conta, gigolò strapagato di uomini ricchissimi e influenti.

Il punto di rottura

Il 1997 è quello in cui l'angelo dagli occhi a mandorla comincia la sua caduta agli inferi. Cunanan, alias Diego Morales, o chiunque altro decida di essere, è al culmine di una crisi esistenziale potrebbe esserci, secondo alcuni, una diagnosi di AIDS. È aprile quando Andrew fa il suo esordio come serial killer uccidendo a martellate Jeffrey Trail, 28 anni. Pochi giorni dopo tocca a David Madison, 33 anni, quello che Andy chiamava ‘l’amore della mia vita', freddato a colpi di pistola: con lui Andy è stato più pietoso. Lo stesso non si può dire della sorte dell'immobiliarista 75enne, Lee Miglin, anche lui ex partner di Andrew, torturato con un cacciavite e poi sgozzato con un paio di cesoie nella villa di Chicago. E poi la volta di William Reese, custode del cimitero militare di Pennsville (New Jersey). Al contrario degli altri tre delitti quello di Reese è un omicidio di opportunità: Cunanan lo uccide per impossessarsi del pick up rosso con il quale arriverà in Florida.

Tutti i dubbi del caso

È proprio qui, nel viaggio tra l'Illinois e la Florida, nei 1913 km che separano Chicago e Miami, che si affastellano tutti i dubbi, le incongruenze e i misteri del caso Versace. Dunque, Andrew si mette alla guida del veicolo, ormai pluriomicida ricercato, per raggiungere quella che ha già designato come quinta (e forse, nei suoi piani) anche ultima vittima: Gianni Versace. Perché, dopo l'omicidio di tre partner di lungo corso e dopo quello ‘funzionale' del custode, Andrew Cunanan sceglie proprio Versace? Cosa li lega? Stando alle informazioni postume, i due si sarebbero incrociati  una sera all'opera, eppure Cunanan ha scelto di affrontare quasi 20 ore di viaggio, ricercato, per ucciderlo.

Come è morto Andrew Cunanan

Il resto della storia è tutto nei due colpi esplosi davanti all'ingresso della villa di Ocean's Drive.  Dopo l'omicidio, Cunanan, al quale gli investigatori arrivano dopo aver accantonato rapidamente la falsa pista del delitto di mafia, è uno dei 100 uomini più ricercati d'America dall'FBI. Come accadde due anni prima con OJ Simpson, l’America rimane con il fiato sospeso in attesa della cattura. Dopo una caccia all'uomo durata alcuni giorni, gli agenti arrivano in una casa galleggiante poco distante da South Lake. Dentro c'è il corpo senza vita di Andrew Cunanan, ucciso con la stessa arma dei delitti. Niente, in quel posto, spiega i motivi di quel gesto. Il caso della morte dello stilista, surclassato in clamore e popolarità appena un mese dopo da quello dell'amica Diana Spencer, finisce in archivio, chiuso, per morte del reo, ufficialmente suicida.

 L'eredità di Gianni

Mentre le ceneri di Versace vengono sepolte nella tomba di famiglia, vicino al Lago di Como, il brand risorge dalla sue ceneri grazie alla guida di Donatella Versace, sorella minore di Gianni, mentre il testamento (attesissimo) affida alla figlia 11enne di Donatella, Allegra, il 50 % del gruppo Versace. Eppure mancano ancora tanti tasselli alla storia, tra cui il il movente. Si fa largo l'ipotesi, poi accettata come definitiva, secondo la quale Cunanan avrebbe eliminato lo stilista in quanto simbolo vivente di tutto ciò che nella vita avrebbe voluto essere e non era diventato. Un omicidio per invidia sociale, un delitto da mitomane, quasi che Versace fosse un moderno John Lennon, ucciso dal Mark David Chapman di turno.

L'epilogo

Eppure, come negli anni successivi avrebbero osservato giornalisti e appassionati del caso, questa ipotesi si incastra malissimo con il profilo di Cunanan assassino dei suoi partner, mantide religiosa al maschile, così come tuttora inspiegabile resta l'improvvisa escalation omicida cominciata nell'aprile del '97. A spiegarla ci ha provato di recente la giornalista Maureen Orth, autrice del libro Vulgar favors – sul quale si basa la stagione "The assassination of Gianni Versace", di American Crime Story, in Italia onda su Fox Crime. Nel libro-biografia della vita di Cunanan, la giornalista americana avanza il dubbio che il movente dell'escalation fosse stato la vendetta per un ipotetico contagio dell'HIV. La Orth ipotizza addirittura che lo stilista Gianni Versace, fosse già sieropositivo ai tempi del cancro all'orecchio e che avesse evitato di rendere pubblico il suo male per non compromettere la quotazione in borsa del marchio, di fatto mai avvenuta. Gli esami medico legali hanno escluso definitivamente che Gianni Versace fosse sieropositivo.