“Uccidete l’ignoranza, non le persone”: l’incredibile vita di Moshen Makhmalbaf, padre del cinema iraniano
“Le vedi queste colline? Assomigliano all’Iran”. Moshen Makhmalbaf adora rompere il silenzio. E su un van che trasporta sei persone di nazionalità diverse dall’aeroporto di Bari a Pisticci, provincia di Matera al Lucania Film Festival, di silenzio ce n’è parecchio. E per Moshen Makhmalbaf, padre del cinema iraniano, che da anni collabora col festival cinematografico dedicato ai cortometraggi di questo piccolo angolo di Basilicata che pende verso il mar Ionio, il silenzio è oppressione. Classe 1957, Makhmalbaf è considerato il padre del moderno cinema iraniano, ma vive all’estero da anni – ora a Londra – per sfuggire a un regime che l’ha condannato a morte. Chi lo conosce dice che dorme a terra, non a letto, perché il letto, per lui, è il luogo della tortura. Ci rivediamo il giorno dopo quel viaggio, e mi saluta come se ci conoscessimo da una vita.
Ieri mi ha raccontato di essere nato a Teheran, in uno dei quartieri più poveri della città. Vorrei partire proprio dalla sua infanzia. Che ricordi ha di quel periodo? Che cosa provava? E in che modo quell'esperienza ha influenzato la sua vita?
Sono nato in un quartiere poverissimo della capitale iraniana e ho conosciuto la povertà nel modo più duro. Molte volte ho sofferto la fame. Ricordo che vivevamo in una stanza piccolissima, circa un metro e mezzo per un metro e ottanta. Eravamo in quattro: io, mia nonna, mia madre e mia zia. D'inverno non avevamo nemmeno un piccolo braciere per riscaldarci. Il nostro quartiere era pieno di persone povere. Il Paese era in una fase di sviluppo, ma allo stesso tempo viveva sotto una dittatura: quella dello Scià. Ricordo che quando avevo otto anni, durante l'estate, lavoravo per pochi spiccioli. Una giornata di lavoro mi permetteva di comprare appena mezzo pane. Ho conosciuto una povertà durissima, un'esperienza che avrebbe influenzato profondamente tutto il mio lavoro successivo.
La povertà e anche la dittatura…
Sì. Da adolescente cominciai a leggere moltissimi libri e mi impegnai nell'attività politica. In quel periodo Che Guevara rappresentava un'ispirazione per tutta la mia generazione. Esistevano diversi gruppi che combattevano contro la dittatura. Venni arrestato più volte. Dai dodici ai diciassette anni non frequentai la scuola. Lavoravo per procurare da mangiare a me e a mia madre e, nello stesso tempo, ero coinvolto nell'attività politica. Alla fine, a diciassette anni, fui arrestato definitivamente.
Come mai?
Tentai di sottrarre un'arma a un poliziotto. Il mio obiettivo era uccidere lo Scià, il dittatore, mentre si dirigeva verso l'aeroporto. Volevo liberare il mio Paesei. La polizia mi sparò. Il proiettile entrò dalla schiena e uscì dall'addome. Mi arrestarono. Rimasi due settimane in ospedale e poi iniziarono le torture. La mia gamba sinistra fu devastata: tutte le ossa erano frantumate. Mi prelevarono pelle da diverse parti del corpo per ricostruirla. Fui condannato a morte, ma essendo minorenne la legge prevedeva un massimo di cinque anni di carcere. Dopo quattro anni e mezzo, con la rivoluzione, venni liberato.
Che cosa provò quando il suo nemico, il dittatore che lei aveva cercato di uccidere, fu rovesciato dalla rivoluzione guidata dall'Ayatollah? Era felice?
Sì. Come la maggior parte degli iraniani, eravamo felici. Il Paese era in via di sviluppo, ma tutto dipendeva dalla volontà di un solo uomo. Per esempio, gli ingegneri dicevano che per controllare l'acqua e produrre elettricità serviva una diga alta 178 metri. Lo Scià rispondeva: "Perché 178? Facciamola di 180, è meglio". Senza alcuna competenza decideva lui ogni cosa, e questo portava continuamente a errori. Quando arrivò la rivoluzione, la maggioranza degli iraniani pensò di essere finalmente entrata in paradiso.
Invece?
Invece entrammo all'inferno. Ci liberammo di un dittatore, ma perdemmo anche la libertà personale, a causa della rivoluzione ideologica che seguì. Ci sono stati periodi diversi. A volte la situazione è migliorata un po', ad esempio durante la presidenza di Khatami, che rappresentò una sorta di evoluzione. Poi arrivò Ahmadinejad e le cose peggiorarono ancora. E dopo di lui ancora peggio.
Oggi, quindi, ritiene che questo regime sia peggiore di quello precedente?
Non mi piaceva nemmeno il regime dello Scià. Il punto è che stiamo confrontando due sistemi cattivi. Non il bene contro il male, ma due forme diverse di oppressione.
Le torture che ha subito hanno lasciato un segno nella sua anima?
No. Quando uscii dal carcere mi dissi: "Dimentico e perdono". Non volevo portarmi dentro il peso della tortura per tutta la vita, perché altrimenti avrei cercato vendetta. E non volevo diventare come coloro che mi avevano torturato. Oggi sono in pace. Non si trattava soltanto delle persone che mi torturavano: era il prodotto di un'intera cultura e di un intero sistema. A un certo punto bisogna mettere fine alla vendetta. Bisogna costruire una cultura della pace. Da giovane ero stato ispirato da Che Guevara: pensavo che con le armi si potesse cambiare un Paese combattendo il dittatore. Poi, però, sono stato ispirato da Gandhi e da Mandela, dalla loro idea di rivoluzione non violenta. Questo cambiamento è arrivato anche nei miei film. L'istante dell'innocenza, ad esempio, nasce proprio da questa riflessione.
E quando è entrato il cinema nella sua vita?
È un'altra storia. Mia madre e mio padre rimasero sposati soltanto sei giorni. Mi concepirono e poi divorziarono. Mio padre ci abbandonò senza lasciare soldi né per il cibo né per il resto, così mia madre fu costretta a lavorare. Quando lei era al lavoro, era mia nonna a occuparsi di me. Era una donna profondamente religiosa e credeva che chiunque andasse al cinema sarebbe finito all'inferno. Per questo, da bambino, non vidi mai un film. Tra i dodici e i diciassette anni ero troppo impegnato a lavorare e non potevo né andare a scuola né al cinema. Poi arrivò il carcere, dove naturalmente non c'era il cinema. Così, quando uscii di prigione avevo ventidue anni e non avevo praticamente alcuna esperienza cinematografica. Scoprire il cinema dopo la rivoluzione fu come se un cieco riacquistasse improvvisamente la vista. Rimasi sbalordito. Le immagini in movimento sul grande schermo, il sonoro in una sala cinematografica… per chi cresce con il cinema tutto questo diventa normale, ma per me fu una rivelazione.
Qual è stato il primo film che vide?
Uno di quei film commerciali coreani, probabilmente anche piuttosto mediocre. Ma io piangevo come un bambino. Il cinema ebbe su di me un effetto sconvolgente. Mi dissi: "Questa è l'arma migliore". Misi da parte il fucile di Che Guevara e presi una macchina da presa. Pensai che non bisognasse uccidere le persone, ma l'ignoranza. Bisognava parlare all'anima delle persone. C'è un mio film, Il silenzio, presentato molti anni fa alla Mostra del Cinema di Venezia, che racconta proprio qualcosa di me. Parla di un bambino cieco che lavora in una piccola bottega di strumenti musicali. Ogni giorno percorre la strada da casa al lavoro, ma ogni volta che sente della musica cambia direzione e la segue, dimenticando dove doveva andare. Quel bambino sono io. Il cinema è arrivato nella mia vita molto tardi, ma è entrato molto in profondità.
Ha iniziato come regista?
No. Ho iniziato come scrittore. Prima scrivevo sceneggiature e testi teatrali per altri, perché avevo moltissime storie da raccontare. Nel carcere politico eravamo circa settemila detenuti. Uno dei miei esercizi quotidiani consisteva nel parlare ogni giorno per una o due ore con un altro prigioniero. Gli chiedevo di raccontarmi la sua vita e, in cambio, gli raccontavo la mia. Così raccoglievo storie. Ho conosciuto la società iraniana attraverso i racconti dei prigionieri politici. La mia mente era piena di storie e per questo cominciai a scrivere per gli altri. Poi iniziai a fare cinema, pur non avendo alcuna formazione cinematografica.
Quindi ha iniziato come sceneggiatore e poi è diventato regista.
Esatto. Cominciai scrivendo sceneggiature e opere teatrali per altri, perché avevo tantissime storie da raccontare. Il mio primo film nacque in modo molto spontaneo. Pensavo: "Se riesco a scrivere una storia, posso anche raccontarla davanti a una macchina da presa."
La politica, il cinema e la letteratura si sono intrecciati…
Durante la prigionia, dopo i primi sei mesi di torture, interrogatori e pressioni, fui processato e condannato. Da quel momento avevo soltanto una cosa da fare: leggere. Ogni detenuto poteva avere un solo libro. Così ci scambiavamo continuamente i libri tra di noi. Mi promisi che ne avrei letto uno al giorno. Quando uscii dal carcere credo di aver letto quasi duemila libri. Avevo tutto il tempo del mondo. Dalla mattina alla sera non c'era altro da fare che leggere.
Quindi aveva una cultura letteraria straordinaria.
Sì. Mio nipote, che oggi ha sette anni e mezzo, mi imita. Ha già letto più di mille libri per bambini. Ogni giorno legge con piacere. Anch'io, quando leggevo in carcere, mi sentivo in paradiso. Per qualche ora dimenticavo persino di essere in prigione. La povertà, la dittatura, la lettura di migliaia di libri – di filosofia, psicologia, sociologia, storia e molti altri argomenti – e poi la scoperta così tardiva del cinema: è stata la combinazione di tutte queste esperienze a formare la mia vita.
Ho letto che lei compare anche in Close-Up di Kiarostami…
In realtà non recito. Close-Up parla di me. Il protagonista finge di essere me, perché in quel periodo ero all'apice della mia notorietà. Io, nel film, non interpreto un personaggio: sono semplicemente me stesso.
Qual è stato il suo primo lungometraggio?
Raccontava la storia di un impiegato di banca che muore. La famiglia lo seppellisce, ma improvvisamente si accorge che è ancora vivo. Tutti fuggono, perfino i suoi familiari. L'uomo chiede aiuto, ma nessuno glielo offre. Allora riflette sulla propria vita e si rende conto di aver dedicato tutto se stesso soltanto alla famiglia, ignorando la società. Ora che è lui ad avere bisogno degli altri, nessuno è disposto ad aiutarlo. Comprende anche di aver commesso molti errori, perché in passato aveva rifiutato di aiutare le persone che glielo chiedevano. Alla fine capisce che è meglio non fare del male agli altri, invece di fare del male e poi chiedere scusa. Era un modo molto morale di raccontare una storia. Il film ebbe un grande successo. Non tanto dal punto di vista cinematografico, quanto da quello del racconto. Fu allora che iniziai a studiare seriamente il cinema. Comprai e presi in prestito centinaia di libri. Ne raccolsi circa quattrocento, quasi tutti tradotti in persiano. Per sei mesi non feci altro che leggerli. Leggo molto velocemente. Mentre studiavo prendevo appunti, dividendoli per argomento: costruzione della storia, obiettivi, illuminazione, montaggio… Continuavo a riassumere gli appunti fino a ridurli a un piccolo taccuino che tenevo sempre in tasca. Avevo annotato una ventina di regole per scrivere una sceneggiatura, altre per la regia, per la recitazione e così via. In totale erano circa duecento regole. Continuai a fare film e i critici si chiedevano come fosse possibile che migliorassi così rapidamente. La risposta era semplice: avevo imparato tutto dai libri. Ma ci fu anche un'altra cosa che mi aiutò enormemente.
Quale?
Un giorno un ex prigioniero politico mi chiese: "Conosci il generale Giáp?" Risposi di no. Mi spiegò che era il comandante dell'esercito vietnamita e che aveva una straordinaria capacità di concentrazione: riusciva a studiare una mappa militare per diciotto ore consecutive. Poi mi domandò: "E tu riesci a concentrarti su una cosa sola anche solo per un'ora?" Provai. Mi accorsi che il massimo che riuscivo a fare erano cinque minuti. Così iniziai ad allenare la concentrazione. Da quando mi promisi di leggere un libro al giorno, allenavo anche quella. Più tardi, quando insegnavo cinema alla mia famiglia, ci dedicavamo per mesi a un solo argomento. Due mesi di filosofia, otto ore al giorno. Due mesi di poesia, otto ore al giorno. Sempre concentrati su una sola materia. Non passavamo continuamente da un argomento all'altro. Questo non è mai stato il mio metodo. La combinazione di tutte queste esperienze e di quella disciplina mi ha permesso di realizzare venti lungometraggi, oltre dieci documentari e cortometraggi, e di scrivere circa settanta libri.
Uno degli ingredienti fondamentali del cinema è la libertà. Ma in Iran quella libertà non esisteva…
Non è mai esistita. Per questo eravamo costretti a competere continuamente con la censura. La ingannavamo. Ad esempio, all'inizio bisognava consegnare la sceneggiatura alle autorità. Se la approvavano, potevi girare il film e poi lo controllavano nuovamente una volta terminato. Noi consegnavamo una sceneggiatura e giravamo un altro film. Quando arrivava il momento del controllo preparavamo perfino una versione del montaggio pensata apposta per i censori. Una volta ottenuta l'approvazione, facevamo uscire clandestinamente dal Paese la versione autentica. Oppure inserivamo volutamente alcune scene molto provocatorie, sapendo che i censori le avrebbero eliminate. Loro erano soddisfatti di aver tagliato quei passaggi, senza accorgersi che il vero significato del film era nascosto altrove, nei dialoghi e nei sottintesi. A volte arrivavamo perfino a far uscire illegalmente le copie dei film. Il tempo dell'amore, per esempio, rimase proibito per cinque anni. Io riuscii comunque a farne uscire una copia clandestinamente e a portarla al Festival di Cannes. Usavamo ogni possibile stratagemma. Oggi tutti i miei film, tutti i miei libri e tutta la mia famiglia sono banditi in Iran. Ma continuo comunque a raggiungere il pubblico iraniano grazie alle televisioni e ai canali che trasmettono dall'estero.La settimana scorsa è morto uno dei più grandi attori comici iraniani, protagonista di uno dei miei film, The Actor. La BBC Persian ha trasmesso quel film e milioni di iraniani hanno potuto vederlo.
A un certo punto lei ha deciso di lasciare l'Iran. È successo circa vent'anni fa, giusto?
Sì, circa vent'anni fa.
Era prima o dopo Viaggio a Kandahar?
Dopo. Kandahar è del 2000-2001 ed è probabilmente il mio film più conosciuto a livello internazionale. Per me è stata anche l'esperienza più pericolosa della mia vita. All'epoca in Iran vivevano circa tre milioni di rifugiati afghani. Erano poverissimi. Lavoravano duramente per salari da fame e circa settecentomila dei loro figli non avevano il diritto di frequentare la scuola. Provavo una profonda solidarietà nei loro confronti. Già prima avevo realizzato un film, The Cyclist, dedicato proprio a un rifugiato afghano. Racconta di un uomo la cui moglie è gravemente malata e sta morendo in ospedale. Per raccogliere i soldi necessari alle cure accetta di pedalare senza sosta, giorno e notte, per una settimana, come attrazione in un circo. Mentre lui continua a girare in bicicletta, intorno a lui cresce uno spettacolo sempre più grande. Quel film nasceva già dalla mia vicinanza agli afghani. Sapevo che la situazione dentro l'Afghanistan era terribile. Così vi entrai clandestinamente per una settimana, per vedere con i miei occhi cosa stesse realmente accadendo. Quando tornai rimasi sconvolto. Alla periferia di Herat migliaia di persone morivano lungo le strade per fame e malattie. Io non potevo fare nulla per salvarle. Vedevo esseri umani morire semplicemente perché non avevano pane da mangiare o medicine. Mi promisi allora che avrei realizzato un film capace di mostrare al mondo quella tragedia, ignorata da tutti. Così nacque Kandahar.
Tre mesi dopo la sua presentazione al Festival di Cannes avvennero gli attentati dell'11 settembre..
E improvvisamente il mondo iniziò a chiedersi: "Che cos'è l'Afghanistan?" E, in qualche modo, il mio film rappresentava una risposta. Ricordo di aver rilasciato circa quattrocento interviste durante il Festival di Cannes. In tutte parlavo dell'Afghanistan e quasi sempre finivo per piangere, raccontando ciò che avevo visto. È il film che ho realizzato più con il cuore, mosso soltanto dalla compassione per quelle persone. Non mi limitai però al cinema. Fondammo anche una ONG chiamata Afghan Children Education Movement. Avevo già realizzato un documentario intitolato Afghan Alphabet, che oggi è disponibile anche su YouTube. Mostrava centomila bambini afghani costretti a rimanere fuori dalle scuole iraniane, ad ascoltare le lezioni dalle finestre perché non era loro permesso entrare. Quando Mohammad Khatami divenne presidente dell'Iran, gli mostrai quel documentario. Grazie a quel film il governo cambiò la legge e circa mezzo milione di bambini afghani poterono finalmente iscriversi a scuola. In Afghanistan lavoravamo contemporaneamente nel cinema e nelle attività umanitarie, costruendo scuole per i bambini. Le due cose procedevano insieme. Ma fu allora che il regime iraniano decise di eliminarmi.
In che modo?
Durante le riprese di un film fecero esplodere una bomba. Stavamo girando in un mercato, con circa duecento comparse. L'esplosione provocò molti feriti e alcune vittime. E lasciare l'Iran non bastò. Continuarono a cercarmi anche all'estero. Quando mi trasferii a Parigi, nei primi due anni tentarono due volte di uccidermi. La polizia francese mi assegnò sette guardie del corpo per quattro mesi. Alla fine dissi che non potevo vivere in quel modo e mi trasferii a Londra.
Si sente ancora oggi minacciato dal regime iraniano?
Sempre. Non posso nemmeno sorvolare lo spazio aereo iraniano. Una volta, durante un volo da Doha a Londra, l'aereo stava entrando nello spazio aereo dell'Iran. Io iniziai a gridare contro l'equipaggio. Dissi loro: "Se passate da lì, sarete responsabili della mia morte." Il regime iraniano ha assassinato molti oppositori anche fuori dai propri confini. A Parigi, ad esempio, decine di dissidenti iraniani sono stati uccisi: alcuni gettati nei fiumi, altri sgozzati davanti alle loro case. Questo è il sistema iraniano. Per descriverlo direi che è una combinazione di Hitler, Mussolini e Stalin.
Lei ha visto anche l'Afghanistan prima e dopo il ritorno dei Talebani. Molti sostengono che l'Occidente abbia abbandonato quel Paese.
No, non è vero. Io ero lì. L'Occidente ha aiutato davvero l'Afghanistan. Prima del 2001, sotto i Talebani, tutte le scuole erano chiuse. Non esistevano televisioni, giornali. Le donne vivevano prigioniere del burqa e delle proprie case. Dopo la caduta dei Talebani le scuole riaprirono. Milioni di ragazze iniziarono a studiare. Vennero costruite strade. Nacquero più di trecento giornali e stazioni radio. La società cambiò profondamente. Il problema fu un altro. Da una parte c'era una corruzione enorme, alimentata dall'incontro tra le mafie afghane e quelle occidentali. Dall'altra, il nuovo sistema democratico rifiutava la tortura e rispettava lo stato di diritto. I Talebani venivano arrestati, ma spesso erano liberati attraverso scambi di prigionieri e tornavano immediatamente a combattere. È uno dei paradossi della democrazia: non puoi usare i metodi degli estremisti. Alla fine migliaia di combattenti tornarono liberi e riconquistarono il potere con il terrore. Durante i vent'anni della presenza occidentale più di centomila persone morirono negli attentati terroristici. Oggi il Paese è "sicuro" solo perché i terroristi sono al governo. Non c'è libertà. Per questo non condivido l'idea che l'Occidente non abbia fatto nulla. Ha fatto molto. Semplicemente non è riuscito a completare quel processo.
Cosa ne pensa della situazione attuale?
Quando parlo con le persone in Italia, noto una cosa. Gli italiani provano compassione per molti paesi, come la Palestina o l'Iran, ma non riescono a mettersi nei panni degli iraniani. Non si chiedono come si sentano davvero. Gli italiani sono contrari a Trump e, di conseguenza, dimenticano cosa stia accadendo dall'altra parte agli iraniani. La popolazione iraniana è sotto una forte pressione economica. Per fare un esempio: al tempo della rivoluzione, un dollaro valeva sette rial; oggi ne vale 200mila. Significa che la valuta ha perso valore di 30mila volte. Questa è la situazione economica. Molte persone cercano cibo nei cassonetti; c'è chi vive in stanze minuscole o addirittura sui tetti. È una crisi economica profonda. Quanto alla libertà: se sei un artista e chiedi al governo perché abbia ucciso 40mila persone in sole due notti, ti arrestano e ti confiscano la casa. Non sei più proprietario della tua abitazione, tutto perché hai pubblicato qualcosa su Instagram. Non c'è libertà e ogni giorno vengono uccise persone che scendono in strada per manifestare.
Pensa che ci sia la possibilità di rovesciare questo regime?
Gli iraniani da soli non possono farcela, perché il regime ha un'ideologia e può contare su un 10% di sostenitori pronti a tutto; sono liberi di uccidere in nome di quell'ideologia. Hanno mano libera nell'uccidere quando vedono la gente manifestare e gridare "libertà". Per gli iraniani, a mani nude, è impossibile vincere. Hanno bisogno di sostegno internazionale, ma la Cina offre supporto economico e la Russia quello politico; l'apparato militare sostiene il regime iraniano. Chi sostiene, invece, il popolo iraniano? Abbiamo avuto, ad esempio, il grande movimento "Donna, Vita, Libertà": per mesi, in 200 città, le persone sono scese in piazza per combattere contro questo regime. Il sostegno dell'Occidente si è ridotto a otto ministre degli Esteri che si tagliano i capelli dicendo: "Ecco, mi taglio i capelli per sostenere il movimento iraniano". Questo non è vero sostegno.
Cos’è, se non è sostegno?
È solo una messa in scena. Serve bene per Instagram. In realtà, non è cambiato nulla. Ma chi sostiene il popolo iraniano?
Israele?
Israele stesso ha le sue colpe; sono loro che uccidono i palestinesi. Non si preoccupano della nostra democrazia; sono semplicemente nemici del regime iraniano. Magari si potrebbe dire che, alla fine, la cosa vada a vantaggio degli iraniani. Ma in che modo? Quando non si riesce a cambiare il regime e si finisce per sganciare bombe su di loro?
C'è chi dice: "Beh, una parte degli iraniani è pronta a morire". Se arrivassero le bombe e il regime crollasse, magari per la rabbia o per la fragilità di chi non sa quale futuro lo attenda. Il 10% degli iraniani ha lasciato il Paese.
Perché?
Si tratta di intellettuali, di scienziati, di persone capaci di guidare il Paese, ma che se ne vanno perché non vedono alcun futuro per l'Iran. Quindi, non so cosa potrebbe accadere. Non si tratta solo di dire che Trump è negativo. Sì, lo è; è un capitalista, ha problemi psicologici, è vero, e non ha a cuore la nostra democrazia. Se ci avesse aiutato a cambiare rotta, la gente sarebbe stata felice. Ma non l'ha fatto; anzi, ha aumentato la pressione sul popolo iraniano. Ha peggiorato la situazione.
A cosa sta lavorando ora?
Negli ultimi due anni ho preparato i libri che avevo scritto e che erano stati tutti vietati. Quando vivevo in Iran, vent'anni fa, ho pubblicato 30 libri. Negli ultimi vent'anni ne ho scritti altri 40. Così li ho preparati tutti e li pubblico liberamente su Internet, uno ogni due settimane. Ne ho finito uno… per liberarmi, in un certo senso, di quei lavori che non avevano mai visto la luce. E forse l'anno prossimo ricomincerò a fare film. Non lo so ancora.
Come pensa che andrà a finire in Iran?
Molte volte ho sperato: "Ok, molto presto torneremo alle nostre origini". Ma dopo un mese o due, la speranza svanisce di nuovo, perché la situazione è molto complicata. C'è un 10% del Paese che si contrappone al restante 90%. Quel 10% ha denaro, petrolio e il sostegno di Russia e Cina. Il 90% non ha nulla.
Quale sarà il futuro del suo Paese?
Non lo so, nemmeno l’'opposizione non è unita. E questo è un altro problema. Una parte della popolazione preferirebbe tornare al regime precedente alla rivoluzione. Ma il nostro futuro non deve necessariamente consistere nel tornare al passato, a un altro tipo di dittatura. Non lo so davvero.
Spera di tornare in Iran? O pensa che sia una speranza impossibile?
No, non è una speranza impossibile; quando eravamo in prigione non ci aspettavamo che scoppiasse una rivoluzione, eppure è successo all'improvviso. Magari accade qualcosa di inaspettato, qualcosa che ci mette di fronte a una sorta di miracolo.