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Sono stato alle proteste in Albania e ho visto da vicino un movimento esploso inaspettatamente

Il governo di Edi Rama finora non scommette sulla repressione delle proteste, ma sul fatto che la gente si stanchi. Il movimento dei fenicotteri in Albania è esploso inaspettatamente, ma non è chiaro quale sarà la sua evoluzione.
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Sabato 27 giugno è il ventottesimo giorno di manifestazioni quotidiane a Tirana. C'è chi gira con una maglietta con su scritto "I meet you at the protest", un invito a partecipare, ma anche il segno di una nuova abitudine urbana. L'appuntamento è alle 19.00, quando la calura inizia ad allentare la morsa, ma i manifestanti sciamano lentamente verso il Palazzo del Primo Ministro fino a quando è buio. C'è chi arriva con tutta la famiglia, chi ha appuntamento con gli amici, chi arriva e sa che qualcuno troverà. Il palco è un rettangolo di cemento delimitato da delle sedie, chi vuole parlare al microfono si arrampica su una traballante scaletta e gli viene passato il microfono.

La polizia è più che discreta. Si mantiene lontana dalla piazza. Il governo finora non scommette sulla repressione, ma sul fatto che la gente si stanchi. Il movimento dei fenicotteri è esploso inaspettatamente, perché è impossibile stabilire quando arriverà la goccia che farà traboccare il vaso. In Albania la goccia è stata la repressione dei manifestanti che protestavano contro l'inizio dei lavori sull’isola di Saseno nella laguna di Narta, dove grazie al governo di Edi Rama e in barba a ogni regola, è iniziata la costruzione di un resort di lusso da parte di una società controllata da Jared Kushner, genero di Donald Trump, e attore fondamentale nella diplomazia fatta di affari e rapporti personali del presidente USA (e non è un caso che tra i candidati a entrare nel Board of Peace ci sia proprio l'Albania).

Edi Rama è al potere dal 2013, e agli albanesi ha proposto un tacito accordo: sviluppo economico e ingresso in Europa, in cambio di non essere disturbato nella gestione del potere. Ma lo sviluppo economico si è basato per lo più sulla speculazione edilizia e sullo sviluppo turistico, e ad essersi arricchiti sono sempre gli stessi. Chi ha visitato Tirana dieci anni fa troverà una città irriconoscibile, tra grattacieli che sono sbucati un po' ovunque e il centro della città che ha ora l'aspetto di una dinamica città occidentale. "Rama non è un capo di governo, ma il gestore di una lavanderia", dice ridendo un ragazzo avvolto in una bandiera albanese, indicando la nuova Tirana. I soldi per costruire palazzi e resort sulla costa sarebbero infatti capitali della criminalità organizzata da ripulire, grazie alla firma di prestigiosi studi di architettura europei, sotto l'occhio vigile dell'oligarchia al governo che garantisce permessi ed espropri.

Arriva la sera e la piazza si movimenta. Una banda di ottoni suona una versione albanese di Bella ciao, mentre un corteo di fenicotteri di gomma piuma fa su e giù fendendo la folla. "Rama n'burg! Berisha n'burg!", "Rama in galera! Berisha in galera!", è uno degli slogan più gettonati. Il problema non è solo il resort di Kushner, qualcosa si è rotto nella società albanese ed è difficile pensare che possa essere aggiustato. Quello che gli albanesi vogliono davvero è che la transizione dal regime socialista alla democrazia si compia fino in fondo. Chiedono le dimissioni di Rama, e allo stesso tempo chiariscono di non volere il suo eterno avversario, l'ottantenne Sali Berisha. C'è anche chi grida "via i comunisti!", perché l'alternanza tra Partito Socialista d'Albania e Partito Democratico d'Albania è vista come una competizione tra i reduci e i figli della vecchia oligarchia, oggi riciclata in una nuova oligarchia, che si sa muovere tra i flussi globali di capitali leciti e illeciti, pronta a genuflettersi agli sponsor internazionali.

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Il presidio si trasforma in corteo. "Vogliono prenderci per stanchezza, ma non ci stancheremo". Ma Rama si dimetterà? C'è chi fa spallucce, chi dice di sì, chi è convinto che resisterà ignorando il movimento. Ma cosa verrà dopo? "Intanto vediamo di vincere oggi", è la risposta più gettonata. Il movimento ha stilato un documento che chiede un governo di transizione di dodici mesi che porti il paese a nuove elezioni. Il governo di transizione dovrebbe modificare la costituzione (sottoponendola poi a referendum popolare), limitando il potere del premier, riformando la legge sul finanziamento ai partiti e il codice elettorale, e stralciare tutte le leggi grazie alle quali "il governo sta svendendo l'Albania al migliore offerente".

In pochi giorni è difficile farsi un'idea precisa della composizione di chi partecipa alle proteste. Quel che è certo è che l'esplosione della rivolta è stata possibile grazie anche a un tessuto di giovani e coraggiosi attivisti, evidentemente meno isolati dalla società di quello che forse loro stessi pensavano. In questi anni questi attivisti si sono misurati con l'opposizione ai progetti di esproprio delle aree naturali a favore di resort e impianti turistici di lusso, quanto ai processi di gentrification a Tirana (dove la casa è diventata un problema serio), e poi contro il Protocollo sui migranti firmato da Italia e Albania. Sono gli stessi attivisti che prima di organizzare le proteste contro Rama hanno guidato le manifestazioni in solidarietà con la Palestina. Hanno tutti iniziato la loro attività politica contro la riforma dell'istruzione nel 2019, quando erano a scuola e all'università, tanti hanno sono andati a studiare all'estero e ora sono tornati a casa per lottare.

Sono i più politicizzati in una piazza che parla però tante lingue diverse, e che di certo non potrà trasformarsi domani in un partito o in una lista elettorale. Il sentimento prevalente è facile raccoglierlo anche lontana dalla piazza. "Non si può rimanere al potere per tutta la vita, non so cosa verrà dopo, ma ora basta Rama va messo un limite ai mandati presidenziali", ci dice battendo il conto un ristoratore di un bel locale di Tirana che dice di essere dalla parte del movimento. "Le manifestazioni? Quando finisco di lavorare vado anche io. Non so".

I piccoli partiti di opposizione partecipano alla mobilitazione, ma stanno un passo indietro in un movimento che si presenta soprattutto contro la corruzione di tutto il sistema politica. "Albania is not for sale", è lo striscione che ha fatto il giro del mondo dove si ritrova il giovane partito di sinistra Lévizja Bashke, i cui attivisti sperano che il movimento possa rompere il monopolio della rappresentanza. Ma ci sono anche le opposizioni di centrodestra che non stanno con Berisha.

Si sono fatte le undici di sera, i bar di Tirana sono strapieni. Dalle finestre e dai tavolini all'aperto arrivano gli applausi indirizzati al rumoroso serpentone, ampiamente ricambiati. Dalla testa vengono distribuiti dei cartoncini di cartone verde da sventolare in aria come fossero banconote. "Volete anche questi?", è la domanda retorica posta a chi dai grattacieli e dai palazzi del governo guarda con preoccupazione a chi sta manifestando.

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