17 Ottobre 2012
20:27

Portogallo in protesta: assediato il parlamento mentre varava nuovi tagli e tasse

Parlamento blindato a Lisbona, mentre fuori monta la protesta contro le nuove misure di austerity. L’assedio della popolazione si stringe intorno ai governanti, incapaci di opporsi alle pretese delle banche e della troika, operando nell’interesse dei cittadini.
A cura di Anna Coluccino

Lo scenario di protesta in Portogallo non è diverso da quello che anima la Grecia o la Spagna, e va avanti da mesi: Lisbona è già stata teatro di rumorose e imponenti manifestazioni, cosa pressoché inedita nella storia del popolo iberico, da sempre incline a un certo immobilismo. Ma il governo di coalizione di centro-destra capitanato da Pedro Passos Coelho sembra aver passato il segno. D'altronde la politica di Coelho ha un legame indistricabile con l'Europa, specie se si considera che l'attuale presidente della Commissione Europea – José Barroso – è  a sua volta esponente del Paritito Social Democratico, lo stesso di cui è attualmente leader Coelho. Il premier portoghese si è sempre mostrato più che disponibile al varo di misure lacrime e sangue nel corso di tutto questo primo anno e mezzo di governo ma, ora, la popolazione è ben oltre la soglia di sopportazione o – se vogliamo – ben oltre la soglia di dignità; quella dopo la quale si comincia a percepire gli abusi economico-politici come vere e proprie violenze sociali, e si risponde di conseguenza. Come tutte le piazze in subbuglio del meridione europeo, anche quella portoghese non parla solo il linguaggio dei partiti, dei ribelli di professione, dei giovani in protesta, delle forze organizzate; parla la lingua degli individui, la lingua di moltissimi anziani che – da mesi – non smettono di gridare il proprio sdegno.

Il mese di settembre è stato decisamente caldo per quanto riguarda le proteste in terra portoghese. Su una popolazione di dieci milioni di abitanti, quasi un milione ha mostrato il proprio volto e la propria rabbia in piazza lo scorso 15 settembre. I cittadini partecipano in massa sia alle iniziative organizzate – come quelle promosse dal partito comunista o dai sindacati – che a cortei e manifestazioni spontanee. Il 29 settembre, a Lisbona, il Terreiro do Paço era stracolmo di persone. Il 13 ottobre la "Marcia contro la disoccupazione" ha portato nella capitale centinaia di migliaia di disoccupati, in alcuni casi partiti una settimana prima dalle zone più lontane del paese. E poi c'è la giornata di ieri, nel corso della quale i cittadini hanno assediato il parlamento facendo saltare le transenne e arrivando allo scontro con le forze dell'ordine (particolare affatto comune nelle dinamiche di piazza portoghesi).

La manifestazione si è protratta fino alle due di notte, mentre i parlamentari se ne stavano barricati nelle loro stanze per prendere decisioni esplicitamente contrarie al desiderio popolare e dettate – parola per parola – dalla Troika, come è già accaduto per i governi di mezza Europa. Bisogna mantenere gli impegni. Ce lo chiede l'Europa… Il copione è sempre lo stesso, le parole d'ordine pure, e le reazioni di intere generazioni allo sbando non tardano a farsi sentire. Tanto più se gli eletti dal popolo – in questo caso parliamo del primo ministro Pedro Passos Coelho e del suo partito – affermano di non aver alcun dubbio sulla necessità di applicare ricette neoliberiste per curare i danni del neoliberismo. Sono deciso ad andare avanti dice Coelho, dovesse passare sul cadavere della popolazione portoghese, dovesse sacrificare sull'altare del neoliberismo tutti i cittadini che queste manovre costringono alla disperazione, all'accattonaggio, all'emigrazione, alla paura.

La geniale manovra governativa – la più restrittiva della storia democratica del Portogallo – si fonda all'80% sulla pressione fiscale. Una trovata a dir poco rivoluzionaria, brillante, qualcosa per cui era davvero necessario scomodare Vitor Gaspar, ministro delle finanze portoghese (anch'egli volto tecnico e non politico, con precedenti esperienze come consigliere della Banca del Portogallo e come direttore generale della Banca Centrale Europea). In poche parole, il coacervo di illuminati cui è legato il destino e il futuro del Portogallo ha immaginato che l'unica soluzione alla crisi fosse un aumento delle imposte già esistenti e l'invenzione di nuove tasse. Ma non è tutto: c'è il caro vecchio taglio delle pensioni, l'aumento delle imposte sulla casa, l'eliminazione di esenzioni e sussidi sociali, la tassazione delle transazioni finanziarie ed è solo grazie alle proteste se, per ora, i cittadini portoghesi sono riusciti a evitare ulteriori tagli agli stipendi. La stessa minestra, lo stesso copione per tutti, alla faccia delle "specificità locali", delle "differenze economico-politiche" di ciascuno stato.

Tanto è evidente l'appiattimento dei governi sui dictat europei che, almeno, qualcuno si decide a dire la verità sul perché le differenze tra le varie manovre sono inesistenti. E a farlo è proprio il ministro delle finanze portoghese – Vitor Gaspar – che afferma chiaramente: "Il nostro margine di manovra è inesistente". Non dice "scarso" dice "inesistente", e così sottolinea come non ci sia alcuna possibilità per i governi di rispettare gli impegni assunti con la Troika se non applicando i metodi imposti dalla Troika stessa. Non esiste, quindi, una politica economica autonoma negli stati dell'Europa del sud, non c'è sovranità nazionale, gli stati sono – di fatto – commissariati e soggetti a obblighi e ispezioni. Tutto ciò che i governi fanno è leggere la ricetta consegnatagli dall'UE-BCE-FMI, trovare gli ingredienti e girare il pastone. E a imporre tutto ciò non è il consesso degli eletti del Parlamento Europeo ma un task force di non eletti che, in barba al giudizio di fior fior di intellettuali, continuano a imporre politiche economiche suicide. Molti brillanti economisti considerano folle che un paese porti il carico fiscale complessivo oltre la soglia del 36% del Pil, e a bocciare le ricette neoliberiste non sono amatori delle scienze economiche, ma Premi Nobel per l'economia, sociologi, filosofi e fior fiori di politologi che hanno bollato come "suicide" politiche di questo genere. Ma non importa, meglio non farsi domande, meglio obbedire ai dictat della Troika: loro sanno quello che fanno. Del resto, i precedenti risultati delle cure neoliberiste in giro per mondo sono sotto gli occhi di tutti…

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