Guerra tra Iran, Usa e Israele

Perché è scoppiata ora la guerra tra Iran, Israele e Usa: i motivi dell’attacco e le origini del conflitto

La guerra in corso tra Iran, Israele e Usa sarebbe iniziata per il presunto sviluppo di armi atomiche nei siti nucleari in Iran, ma le radici del conflitto trovano origine nel 1979 con la Rivoluzione islamica e la deposizione dello Scià. Ricostruiamo i motivi che hanno portato allo scoppio della guerra nel Golfo Persico.
A cura di Redazione
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Le cause che hanno portato all'attuale guerra nel Golfo Persico sono varie e hanno radici lontane, al 1979, da quando i rapporti tra Iran, Israele e Stati Uniti sono completamente cambiati con la Rivoluzione islamica. Ormai è chiaro al mondo intero. L'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran non è stata un'operazione chirurgica, limitata ai siti nucleari o alla decapitazione del regime degli Ayatollah. Stiamo assistendo a una vera e propria guerra su larga scala, che continua ad espandersi a tutta la regione del Golfo e che rischia sempre di più di andare fuori controllo. Sono cadute migliaia di bombe, altrettanti missili sono stati lanciati. E tutto è cominciato con un attacco che Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno definito "preventivo", anche se nel diritto internazionale non esiste nulla del genere. Un attacco arrivato dopo mesi di proteste della popolazione iraniana, che per quanto siano state represse nel sangue hanno sicuramente indebolito il regime di Teheran, e dopo il fallimento dell'ennesimo round di negoziati sul programma nucleare.

Per comprendere le vere ragioni dell'attacco bisogna analizzare attentamente quali sono gli interessi politici, economici e militari di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. E per farlo è necessario un passo indietro di quasi cinquant'anni.

Le radici del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele

L'Iran non è sempre stato il nemico giurato di Israele e, di conseguenza, degli Stati Uniti. Tutt'altro. Prima della Rivoluzione islamica del 1979 Teheran, Tel Aviv e Washington erano legate da una salda alleanza. L'Iran era stato uno dei primi Paesi della regione a riconoscere la nascita dello Stato ebraico dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per Israele si trattava di un'importante alleato per far fronte alle ostilità degli Stati arabi, un'ostilità dovuta da un lato al processo di espropriazione delle terre palestinesi per far spazio al nuovo Stato, e dall'altro all'ingerenza statunitense che si andava via via rafforzando in quella porzione di terra.

L'Iran a quel tempo era una monarchia, guidata dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi, molto vicino al governo statunitense. Dopo la fine del mandato britannico, gli Stati Uniti avevano infatti cercato di rafforzare i loro legami con alcuni alleati per assicurarsi sempre un certo grado di controllo nella regione. E lo Scià era uno di questi. Negli anni Settanta, nel tentativo di erigere il Paese a principale potenza in Medio Oriente, la monarchia iraniana aveva lanciato da un lato una serie di riforme di modernizzazione, ma dall'altro aveva rafforzato la natura accentratrice, oppressiva e controllante del suo potere. Iniziarono gli arresti degli antagonisti, la soppressione dei partiti e delle organizzazioni politiche, la sorveglianza da parte della polizia.

Tutte le forze di opposizione si concentrarono attorno alla figura dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini e iniziarono le proteste che portarono, nel 1979, alla Rivoluzione islamica e alla fuga dello Scià. Il vecchio monarca fu accolto proprio negli Stati Uniti, dove aveva cercato rifugio per curarsi dal cancro: il nuovo regime iraniano, però, temendo un colpo della Casa Bianca o della CIA per rimettere al potere Mohammad Reza Pahlavi – del resto anni prima gli Stati Uniti avevano sostenuto il golpe per rovesciare il primo ministro Mohammad Mossadeq –  ne chiese l'estradizione. Al rifiuto scoppiarono diverse manifestazioni in chiave anti-statunitense, condotte soprattutto da studenti, che presero anche d'assalto l'ambasciata USA a Teheran, tenendo in ostaggio 52 tra diplomatici e funzionari: la crisi degli ostaggi durò dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981. Una prima operazione militare per liberare gli ostaggi si concluse disastrosamente con la morte di otto militari statunitensi: alla fine il regime accettò di rilasciarli in cambio di una fornitura di armi, essenziali visto che l'Iran tra il 1980 e il 1988 era impegnato nella guerra contro il vicino Iraq.

Dopo la Rivoluzione, le relazioni tra Iran, Israele e Stati Uniti cambiarono radicalmente. L'Ayatollah Khomeini iniziò una feroce critica di Israele per l'occupazione dei territori palestinesi e quando nel 1982 Israele invase il Libano, Teheran inviò i Guardiani della Rivoluzione a sostegno delle milizie sciite. Come Hezbollah. L'ostilità è cresciuta reciprocamente negli anni e entrambe le parti hanno giurato la distruzione del nemico, descritto come una vera e propria minaccia esistenziale. Se Israele veniva – e viene tuttora – descritto dal regime iraniano come il "piccolo Satana", gli Stati Uniti sono presto diventati il "grande Satana". L'antiamericanismo è stato per Khomeini un collante culturale e ideologico, attraverso cui rafforzare il nuovo ordine morale, religioso e politico che stava prendendo forma in Iran.

L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la "Guerra dei 12 giorni"

Come aveva supportato Hezbollah in Libano, l'Iran ha presto iniziato a finanziare anche Hamas a Gaza. Insieme agli Houthi in Yemen, queste milizie formano il cosiddetto "Asse della Resistenza". Per Teheran è una rete militare e di influenza anti-americana nella regione: con l'attacco del 7 ottobre e il sostegno ad Hamas, Teheran puntava a rafforzare le sue alleanze e, di conseguenza, il suo potere nella regione. Ma le cose non sono andate come previsto. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno messo in ginocchio i miliziani di Hamas radendo al suolo l'intera Striscia di Gaza e il conflitto per procura tra Israele e Iran non ha fatto che intensificarsi. Fino a quando, il 13 giugno 2025 Israele ha lanciato a sorpresa un attacco contro infrastrutture nucleari (e non solo) in Iran. Sono state colpite basi militari, siti energetici, complessi residenziali.

La Repubblica islamica, in risposta, ha lanciato una pioggia di missili su Israele, spingendo gli Stati Uniti – che in quei giorni erano impegnati nei negoziati proprio con i funzionari iraniani per trovare un accordo sul programma nucleare degli Ayatollah – sono entrati nel conflitto per difendere Israele. L'Iran ha sferrato un attacco contro una base statunitense in Qatar prima di – dodici giorni dopo, appunto – accordare un cessate il fuoco.

I motivi dell'attacco Usa-Israele del 28 febbraio 2026 e gli obiettivi

E così arriviamo all'attacco di gennaio. Ci sono molte domande a riguardo: perché proprio ora, mentre era in corso un altro round di negoziati sul nucleare a Ginevra? Le motivazioni di Trump coincidono con quelle di Netanyahu? E quali sono, di preciso? Le ragioni ufficiali viaggiano su due binari: strategico e politico.

Partiamo dal lato strategico, militare. L’obiettivo primario, sostiene la Casa Bianca, è di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. L’offensiva del resto è scattata poco più di un giorno dopo che l’Iran ha respinto categoricamente l'ultimatum statunitense che pretendeva lo smantellamento totale dei siti sotterranei di Fordow, Natanz ed Esfahan, la consegna agli USA dello stock di uranio arricchito e il divieto di arricchire uranio in futuro. Erano programmati altri incontri con i funzionari iraniani per negoziare l’accordo, ma Trump avrebbe deciso che i negoziati fossero chiusi e che con l’Iran non si sarebbe mai trovato un accordo. Netanyahu, da parte sua,  ha parlato di una “guerra preventiva” per proteggere Israele e le basi USA da una minaccia imminente. Secondo l'intelligence israeliana l’Iran sarebbe stato a un passo dall’ultimare la produzione di quei missili balistici capaci di raggiungere Tel Aviv in 400 secondi aggirando i sistemi aerei tradizionali. Ragion per cui era necessaria un'azione immediata.

Ma c’è anche la motivazione politica: il regime change, cioè l’obiettivo di rovesciare la Repubblica Islamica. Nel suo messaggio dopo l’attacco, Trump ha definito il regime iraniano una “dittatura molto malvagia e radicale”, l’Ayatollah Ali Khamenei “una delle persone più terribili della storia”. E per rafforzare questa posizione davanti all'opinione pubblica internazionale, la Casa Bianca ha ricordato tutte le gravissime violazioni dei diritti umani da parte del regime, rammentando al mondo come, proprio tra dicembre e gennaio di quest'anno, abbia brutalmente massacrato migliaia di manifestanti disarmati che erano scesi in piazza per chiedere riforme, libertà e respiro da una crisi economica devastante.

Il programma nucleare e balistico iraniano

Ma si può prescindere, nonostante i crimini dei Pasdaran, da un ragionamento complessivo. L’attacco “preventivo” di Washington e Tel Aviv è stato  una palese violazione del diritto internazionale. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite parla chiaro: un attacco militare è legittimo solo in risposta a un’aggressione armata già avvenuta o imminente. Chiaramente, il terreno è estremamente scivoloso perché l’Iran ha alimentato sospetti per decenni. Ha costruito siti sotterranei segreti (come quelli di Fordow e Natanz) limitando l’accesso agli ispettori internazionali. La narrazione, qui, si divide su due fronti contrapposti: da un lato l’Iran sostiene che il suo programma nucleare sia solo per scopi pacifici e civili, legati alla produzione di energia e alla ricerca medica. Dall’altro, i dati tecnici dipingono l’Iran come un unicum globale, perché è l’unico Paese al mondo, privo di armi nucleari, ad arricchire l’uranio al 60%. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), si tratta di un livello di purezza senza alcuna giustificazione civile credibile, tecnicamente a un passo dalla soglia militare del 90%.

Eppure, c'è un dato cruciale che smonta in parte la tesi dell'attacco inevitabile: non esistono prove che questa bomba sia mai stata effettivamente realizzata. Anzi, sia l'AIEA che la stessa intelligence statunitense hanno confermato a più riprese che l'Iran aveva interrotto il suo programma militare strutturato nel 2003 e non stava attualmente assemblando un'arma. Nella Guerra dei Dodici Giorni, Israele e Stati Uniti avevano inoltre già preso di mira e bombardato i siti nucleari iraniani, infliggendo un grosso dann o alla capacità di Teheran di arricchire uranio. Il vero allarme di USA e Israele non sarebbe quindi stato l'esistenza di una bomba "pronta all'uso", ma il cosiddetto breakout time, ossia il tempo ridottissimo – (stimato tra i 3 e gli 8 mesi) – che sarebbe bastato a Teheran per produrre il materiale necessario qualora avesse deciso, politicamente, di farlo.

Ed è qui che si innesta la seconda, cruciale minaccia: l’arsenale balistico. Per capirci in modo semplice: se la testata nucleare è il carico letale, il missile balistico è il "camion" che la trasporta a destinazione. Pur non potendo competere con gli eserciti convenzionali di superpotenze come USA, Russia o Cina, l’Iran possiede un arsenale asimmetrico spaventoso. Vanta di fatto il più grande stock di missili di tutto il Medio Oriente. Parliamo di stime sui 2.000-3.000 missili a medio raggio e tra i 6.000-8.000 a corto raggio, a cui si aggiungono migliaia di droni d'attacco. Oggi l'Iran è un Paese all’avanguardia nei missili a raggio intermedio (IRBM), ma il vero timore dell’Occidente si chiama ICBM, i Missili Balistici Intercontinentali. Secondo alcuni esperti, queste nuove tecnologie potrebbero raggiungere una gittata di 4.000 chilometri, mettendo tecnicamente nel mirino l’Europa occidentale. In passato, un’analisi del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha persino ipotizzato che Teheran possa arrivare a sviluppare un missile balistico capace di raggiungere direttamente gli Stati Uniti.

L’Iran rappresenta un'altra anomalia a livello globale: è l’unico Paese al mondo ad aver sviluppato missili con una gittata superiore ai 2.000 chilometri senza aver prima fabbricato armi atomiche. E i sospetti che stessero lavorando per unire i due elementi non mancano: l'AIEA (l'Agenzia per l'energia atomica) ha rivelato in passato l'esistenza del cosiddetto "Progetto 111", un programma segreto di studi ingegneristici nato esattamente per capire come riuscire a integrare una testata nucleare sferica all'interno dei missili iraniani.

Nonostante queste capacità appaiano oggettivamente inquietanti, diversi analisti hanno avvertito che non bastano gli attacchi aerei ad annientare completamente la minaccia. Le infrastrutture nucleari più strategiche del Paese, come l'impianto di Fordow, sono scavate in profondità sotto le montagne e protette da spessi strati di cemento armato. Per smantellare definitivamente questo programma non bastano i raid aerei, ma servirebbe un’invasione terrestre. Un'operazione mastodontica che rischierebbe di trascinare gli Stati Uniti in un vero e proprio pantano militare, un inferno potenzialmente dieci volte più devastante di quelli visti in Iraq e in Afghanistan. C’è poi anche un altro tema, cioè il fatto che in quella regione ci sia in realtà un altro Paese che ha sviluppato l’arma nucleare al di fuori del controllo internazionale, ed è Israele. Ma chiaramente per gli Stati Uniti questo non è un problema.

La risposta dell'Iran e gli attacchi ai Paesi del Golfo

Fino ad ora la morte dell’Ayatollah Khamenei non ha portato a un cambio di regime, né ha immobilizzato il Paese.  La risposta dell’Iran, infatti, è stata immediata. Teheran ha lanciato decine di missili balistici e droni non solo contro Israele, ma contro le basi statunitensi dislocate in tutto il Medio Oriente e nel Golfo. Il mirino si è allargato a macchia d'olio: Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi e Giordania. Missili sono stati lanciati persino verso Riad, la capitale dell’Arabia Saudita, e contro le installazioni militari a Erbil, nel nord dell’Iraq.

Insomma, l’attacco combinato di Trump e Netanyahu, venduto come un'operazione per neutralizzare una minaccia, per adesso ha generato un caos regionale totale di cui oggi è difficile prevedere l'evoluzione. Anche la situazione interna dell’Iran, in questa fase critica, è tutt’altro che scontata. E qui rispondiamo alla domanda che vi avevo lasciato in sospeso: questa operazione militare aiuterà davvero i civili iraniani, o peggiorerà le cose?

Come funziona il regime iraniano

Decapitare la leadership non si traduce automaticamente in un rapido “regime change”. La Repubblica Islamica, infatti, non è una semplice piramide legata a un solo uomo. Per questo motivo, l'invito rivolto da Donald Trump al popolo iraniano nel suo discorso post-attacco – “prendete il controllo del vostro governo” – non è di così facile e immediata attuazione. Alì Khamenei è stato la Guida Suprema per quasi 37 anni, dal 1989, (quando successe al fondatore della Repubblica Islamica Ruhollah Khomeini) fino al giorno della sua morte. Il segreto di questa resilienza sta in una struttura statale articolata su tre livelli:

  • Il vertice teocratico è il cuore del potere assoluto: è composto dalla Guida Suprema, la massima autorità politica, militare e religiosa; dall’Assemblea degli Esperti, un organo composto da 88 alti religiosi,che ha il compito esclusivo di eleggere il successore della Guida Suprema in caso di morte o dimissioni di quella in carica; e dal potentissimo Consiglio dei Guardiani, che esamina le leggi del Parlamento (per assicurarsi che rispettino l’Islam) e detiene il potere cruciale di porre il veto sui candidati a qualsiasi elezione.
  • Il livello politico, l’apparato amministrativo che gestisce la quotidianità del Paese: il Presidente della Repubblica, il Parlamento e il Capo della Magistratura. È qui che si rileva il corto circuito del sistema iraniano. Perché il popolo iraniano elegge i membri dell’Assemblea degli Esperti e il Parlamento, ma l’inganno sta nel fatto che i cittadini possono votare solo candidati che sono stati approvati dal Consiglio dei Guardiani i cui membri sono in parte scelti dalla Guida Suprema stessa. Inoltre la Guida Suprema nomina direttamente figure chiave come il Capo della Magistratura e i vertici delle forze armate.
  • L’apparato di sicurezza è il vero pilastro del sistema, che garantisce la sopravvivenza del regime. Si tratta del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRCG) noto come i Pasdaran. I Pasdaran non sono un semplice esercito, ma una rete tentacolare e spietata, fedele all’ideologia del regime e forte di almeno 150mila-190.000 soldati attivi (a cui si sommano vaste reti di milizie come i Basij). I Pasdaran hanno anche il controllo diretto sui settori strategici dell’economia nazionale e, come hanno dimostrato nelle piazze, non si mai fatti scrupoli ad usare la forza letale e brutale contro i civili pur di stroncare ogni rivolta.

Combattere contro di loro è un’impresa estremamente ardua per il popolo iraniano che innanzitutto è disarmato e, soprattutto, indebolito da una crisi economica che negli ultimi mesi ha raggiunto livelli drammatici. La Banca Mondiale ha proiettato che l’inflazione annua continuerà a salire nel 2026 fino a sfiorare il 60%, i prezzi dei generi alimentari sono balzati del 72% e ormai 1/3 della popolazione è sotto la soglia della povertà. Mossi dalla disperazione i movimenti di protesta sono aumentati negli ultimi mesi, ma sono stati repressi nel sangue dai Pasdaran. Per nascondere tutto questo il regime ha letteralmente spento internet, attuando un blackout totale, per non far fuoriuscire notizie ufficiali e impedire la diffusione delle immagini della repressione.

Cosa succede ora: gli scenari possibili della guerra

Anche in questo caso non dobbiamo cedere al facile pensiero che l’attacco intrapreso da USA e Israele sarà di immediato supporto ai civili. Ora c’è una guerra in corso, le strade e le piazze di Teheran sono un target militare, quindi chiaramente ci vorrà del tempo per capire in che modo si potranno riorganizzare i movimenti di protesta e l’opposizione al regime. Che ad oggi è comunque ancora in piedi, guidato da Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema (e figlio del suo predecessore). C’è anche un aspetto psicologico e sociale da non sottovalutare: paradossalmente di fronte a un massiccio attacco militare straniero, la popolazione potrebbe addirittura compattarsi attorno al regime in nome di un nazionalismo difensivo, vanificando i passi avanti fatti dal movimento di opposizione interna.

È difficile avere in questo momento una visione chiara di come si sta posizionando il popolo iraniano, quali sono le divisioni e quali gli elementi di unificazione. Il blackout di internet non aiuta. Le tv di Stato hanno trasmesso le immagini delle persone disperate per la morte di Khamenei, ma sappiamo che la propaganda del regime è una cosa, la realtà dei fatti un’altra. Sappiamo che molte persone hanno festeggiato per la fine della Guida Suprema, ma è presto per dire dove porteranno le spinte per un cambio di regime.

Intanto, sul fronte istituzionale, la situazione è in continuo e caotico divenire. Le ultime notizie dicono che i Pasdaran avrebbero fatto pressioni enormi sull’Assemblea degli Esperti per eleggere ufficialmente Mojtaba Khamenei, il figlio di Ali Khamenei, come nuova Guida Suprema. Ovviamente in scenari del genere le notizie sono da prendere con le pinze e potrebbero cambiare anche pochi minuti dopo la pubblicazione di questo video. Ma queste manovre forzate ci dimostrano una cosa fondamentale: in uno scenario di vuoto di potere, il ruolo dei Pasdaran non sta affatto svanendo. Al contrario, si sta rafforzando. Essendo loro l’unica entità armata e capillarmente organizzata, sono pronti a gestire questa totale instabilità trasformando l'Iran in una spietata dittatura militare. Con il rischio altissimo che le brutalità verso la popolazione civile, invece di finire, possano addirittura aumentare.

A cura di Maria Rosaria Caccavale e Annalisa Girardi

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