Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

“Mi hanno stretto i genitali in una fascetta, poi mi hanno messo a terra”: la denuncia del pastore in Cisgiordania

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“Siamo stati aggrediti, minacciati e legati con fascette di plastica, anche i bambini”. È la notte di terrore raccontata da Suhaib Abu al-Kebash, pastore della Cisgiordania aggredito dai coloni insieme ai suoi familiari. Nel rapporto.

"Mi hanno preso e ammanettato con delle fascette di plastica, legandomi anche le gambe. Mi hanno abbassato i pantaloni e mi hanno infilato i genitali in una fascetta, poi mi hanno messo a terra, tra 8 e 10 aggressori. Hanno colpito mio padre e mio fratello con dei bastoni. Eravamo tutti ammanettati con fascette di plastica, anche i bambini". È il racconto di Suhaib Abu al-Kebash, 29 anni, pastore palestinese che la sera del 13 marzo ha trovato davanti alla sua tenda a Khirbet Humsa, in Cisgiordania, un gruppo di coloni con il volto coperto.

"Uno di loro ha scaraventato mia figlia a tre metri di distanza. Hanno preso terra e acqua e ce le hanno gettate addosso. Ci hanno insultato, maledetto e minacciato. Ci hanno detto: ‘Se restate qui, rapiremo le vostre mogli e le vostre figlie, le picchieremo, faremo di tutto. Se domani sarete ancora qui, torneremo e vi bruceremo, bruceremo anche le vostre tende'". Si tratta della testimonianza più dolorosa contenuta nel nuovo rapporto della ong Human Rights Watch.

"Tutta la mia famiglia ha visto cosa mi hanno fatto"

Era l'una di notte del 13 marzo quando Suhaib Abu al-Kebash si svegliò a causa dell'abbaiare dei cani, e ben presto capì perché: intorno alla tenda dove dormiva con la sua famiglia c'era un gruppo composto da 80-100 coloni con il volto coperto che si stavano avvicinando.

"Hanno rotto le luci e hanno iniziato a picchiarmi in faccia. Mio fratello è stato accoltellato a una mano. È stato picchiato dappertutto. Ci hanno messi tutti in una tenda. Eravamo tutti ammanettati con fascette di plastica, anche i bambini".

"Dopo – continua Suhaib – si sono assicurati che tutte le pecore fossero sulle auto e sono scappati. Ma non hanno rimosso la fascetta di plastica legata attorno ai miei genitali. Chiunque fosse nella tenda, la mia intera famiglia, ha visto quello che mi hanno fatto".

Sul posto in quella notte di terrore c'erano anche due attivisti internazionali e l'episodio è finito al centro dell'attenzione degli organismi internazionali, ma non come fatto eccezionale, bensì come manifestazione tipica della violenza che i coloni sono soliti esercitare nei territori della Cisgiordania. La repressione nei confronti dei palestinesi non si limita alla Striscia di Gaza dove il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta portando avanti il suo genocidio, ma continua anche qui per mano dei coloni.

"Abbiamo paura ogni volta che passa un'auto nella nostra zona. I bambini sono traumatizzati", ha detto Muhammad Abu al-Kebash, fratello di Suhaib e anch'egli vittima dell'aggressione del 13 marzo.

A seguito dell'attacco, Muhammad ha chiamato la polizia israeliana, l'esercito e un'ambulanza. Poliziotti e soldati, però, hanno fermato due ambulanze della Mezzaluna Rossa a tre chilometri dalla zona in cui erano avvenuti i fatti. Solo una è stata autorizzata a raggiungere Khirbet Humsa, dopo due ore di attesa.

Una modalità osservata, e ripresa anche recentemente a Qusra, dove addirittura coloni e soldati sono stati ripresi mentre si facevano selfie insieme. Il copione è quasi uguale: l'esercito interviene blandamente per poi ritirarsi. Anche nell'attacco del 13 marzo le autorità israeliane hanno arrestato sette coloni, per poi essere rilasciati in attesa dell'udienza.

La famiglia Abu al-Kebash vuole restare a Khirbet Humsa, ma per farlo paga un prezzo molto alto: "L'unico posto in cui andremo è la tomba".

La connivenza tra coloni ed esercito è stata denunciata attraverso il report anche da Jamil Moammar, fratello di Mohammed e Fahim, uccisi il 2 marzo a Qaryut. Nella sua testimonianza ha ricordato l'escalation dalle intimidazioni fino alla violenza. I coloni imbracciavano pistole e fucili M16, tipicamente in uso all'Idf.

Uno dei coloni avrebbe indossato l'uniforme e "tentato di arrestare uno di noi, senza alcun interrogatorio o motivo per il nostro arresto", ricorda Jamil. Solo dopo, il colono che ha sparato ai suoi fratelli si è rivelato, secondo Human Rights Watch, un riservista dell'esercito.

"Usano la minaccia della violenza sessuale per spingere le famiglie ad andare via"

Secondo Human Rights Watch, gli attacchi – fisici, sessuali e psicologici – uniti al danneggiamento dei mezzi di sussistenza come i furti di bestiame, sono "veri e propri crimini contro l'umanità", perché frutto di una strategia deliberata volta a "portare a termine pulizia etnica".

E in questo Netanyahu gioca un ruolo determinante per la ong: "Il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo, ovvero la massima estensione possibile di terra con il minor numero possibile di palestinesi". per farlo, Israele fornirebbe ai coloni armamenti, finanziamenti, e la copertura legale.

I risultati di questa strategia coordinata sono evidenti: solo nei primi quattro mesi del 2026, il numero di palestinesi sfollati forzatamente ha superato la cifra totale registrata nell'intero anno 2025. E non parliamo di numeri piccoli.

L'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha rilevato che, da gennaio 2023, la violenza dei coloni ha causato lo sfollamento totale o parziale di 107 comunità palestinesi, costringendo alla fuga 5.900 persone. Nel gennaio 2025, l'esercito israeliano ha espulso dalle loro case altri 32.000 rifugiati palestinesi in Cisgiordania, smantellando, di fatto, campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams.

La situazione più drammatica però è nella Valle del Giordano settentrionale. Qui la ong cita l'organizzazione B'Tselem che rileva come tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2025, la violenza perpetrata dai coloni abbia portato allo sfollamento di almeno 435 persone, tra cui 207 bambini.

Una delle strategie più usate per costringere i palestinesi a retrocedere è la violenza sessuale, o la minaccia di esercitarla. Nel report West Bank Protection Consortium, citato da HRW, viene spiegato come i coloni siano soliti sottoporre i palestinesi "a violenze sessuali e ad altre forme di abuso di genere all'interno di un più ampio contesto coercitivo che impone lo sfollamento in tutta la Cisgiordania". Per gli analisti, "Oltre il 70% delle  famiglie sfollate intervistate [ad aprile 2026 n.d.r.] ha indicato le minacce contro donne e bambini, in particolare la violenza sessuale, come il fattore determinante nella decisione di fuggire".

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