Elezioni in Israele, esclusi i partiti arabo israeliani: “Non riconoscono il Paese come democratico ed ebraico”
A poco più di un mese dalle elezioni del 27 ottobre prossimo in Israele, arriva una decisione clamorosa, il comitato elettorale centrale ha escluso le due principali liste arabo israeliane dalla competizione elettorale. Si tratta della Lista Araba Unita, a cui sono collegate le liste di Hadash, Ta'al e Balad. Secondo il Comitato elettorale alcuni esponenti politici delle liste "si rifiutano di riconoscere Israele come Stato ebraico e democratico". Una decisione pesantissima ma molto indicativa del clima che si respira in Israele rispetto alla prossima tornata elettorale prevista per fine ottobre, nella quale Benjamin Netanyahu potrebbe rischiare di perdere.
Colpite le dichiarazioni dei leader: Cassif aveva parlato di genocidio a Gaza
Dopo una lunga pressione della società civile, le liste arabo israeliane erano riuscite a presentarsi in forma unitaria alle prossime elezioni israeliane. La Lista Araba Unita raggruppa gli esponenti dei partiti principali, intorno alla figura di Mansour Abbas, storico leader arabo israeliano, unendo anche le esperienze di Ta'al, Balad e del partito di estrema sinistra Hadash, che ad oggi conta 4 deputati alla Knesset, tra cui anche Ofer Cassif, diventato celebre per aver inscenato una protesta clamorosa al parlamento israeliano nel giorno del discorso pronunciato da Donald Trump alla Knesset. Proprio Ofer Cassif è tra i leader presi di mira dal comitato elettorale, insieme a allo stesso Mansour Abbas, leader del partito nazionalista Raam, ed a Sami Abu Shehadeh a capo di Balad.
Il comitato elettorale si è espresso accusando questi esponenti politici di non riconoscere Israele come uno Stato ebraico e democratico, facendo riferimento alle dichiarazioni pubbliche di Mansour e Cassif e ad un articolo scritto, subito dopo il 7 ottobre, da Shehadeh definito antisemita. Si tratta di tutte critiche politiche espresse dai leader dei partiti arabo israeliani nei confronti dell'operato del governo Netanyahu sia a Gaza che in Cisgiordania, oltre a vicende che hanno spaccato la stessa società israeliana come la reintroduzione della pena di morte solo per i palestinesi, voluta da Itamar Ben Gvir, il Ministro della Sicurezza, e leader di Potere Ebraico. Il Comitato elettorale centrale è espressione della politica ed al suo interno sono rappresentati i partiti di maggioranza ed opposizione.
A votare per l'esclusione dei partiti arabo israeliani sono stati anche i democratici di centro sinistra che hanno votato insieme alla maggioranza ed all'estrema destra. Contro al figura di Ofer Cassif si è scagliato proprio il Likud, il partito di Netanyahu, accusato di voler bloccare la "legge sul ritorno", la "Alya" che garantisce agli ebrei di tutto il mondo di poter emigrare in Israele e ricevere la cittadinanza che gli spetta di diritto di nascita in quanto ebrei. A Cassif viene imputata anche l'accusa di aver definito come genocidio, ciò che Israele ha commesso a Gaza. I partiti potranno ricorrere alla corte suprema ed hanno già annunciato la volontà di farlo. Senza dubbio però la decisione sottolinea il clima in cui il paese andrà alle elezioni il 27 ottobre prossimo.
L'elettorato arabo israeliano pesa il 20% dei votanti
Ebbene sottolineare che il raggruppamento arabo israeliano non sarebbe stato decisivo per l'esito delle elezioni. Ad oggi a sfidarsi per la vittoria sembrano essere Netanyahu ed il suo principale sfidante Gadi Eisenkot, espressione anche lui di centro destra, ex Likud, e molto critico con Bibi soprattutto sul piano della legalità e della corruzione, a partire dai processi che pendono sull'attuale primo ministro israeliano.
La "questione palestinese" non rappresenta affatto una centralità nel dibattito politico israeliano che accompagna il percorso verso le elezioni, e rispetto ad esso esiste una sostanziale omogeneità tra i vari schieramenti politici. Ad eccezion fatta chiaramente per le liste arabo israeliane, che i sondaggi indicano in grado di superare il quorum per entrare nella Knesset, ma lontanissime da poter rappresentare non solo un'insidia per la vittoria finale, ma anche lontane dal poter giocare il ruolo di ago della bilancia nelle future alleanze per formare il governo. Insomma quella contro le liste arabo israeliane sembra essere una vera e propria vendetta, verso una rappresentanza politica che si rivolge al 20% dell'elettorato israeliano, ovvero la percentuale di arabo israeliani che hanno diritto al voto.
Per la commissione elettorale centrale invece non dovrebbero esserci problemi all'orizzonte per Potere Ebraico e per il Partito del Sionismo Religioso, le due compagini di estrema destra rappresentate da Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Potere Ebraico è accusato apertamente di istigare al razzismo contro gli arabi, una condotta che sta caratterizzando tutte le uscite pubbliche di Ben Gvir, impegnato in iniziative pubbliche in cui si reca a minacciare direttamente la popolazione palestinese nelle proprie case. Un doppio standard evidente quello della commissione, che contribuisce ulteriormente a definire un quadro politico complessivo. Se la speranza in Europa è quella che le elezioni del 27 ottobre possano segnare un cambiamento in Israele, i recenti fatti invece ci raccontando di una drammatica continuità.