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Una scritta bianca su uno sfondo nero, è questo il simbolo che è diventato più difficile non riconoscere a prima vista da quasi un anno a questa parte: la bandiera nera dell’ISIS. Da quando infatti il gruppo militante in Iraq e in Siria ha definito l’istituzionalizzazione del cosiddetto “califfato islamico” in quei territori, il 29 giugno 2014, il suo stendardo ha preso a comparire ovunque, dalla finestra di un Cafe di Sydney al deserto della Tunisia, dalle sponde libiche del Mediterraneo ai siti internet di alcune municipalità di Parigi, le cui homepage sono state hackerate in seguito ai fatti di Charlie Hebdo. Sebbene queste “bandiere nere” non siano nuove alle cronache e al pubblico, perché già utilizzate come simbolo identificativo di altri gruppi jihadisti come al-Qaeda, al Shabaab e Hizb al-Islam, è però stata la nascita dell’ISIS a sdoganarne l’utilizzo e a darne una nuova legittimazione.

Quale simbologia racchiude quindi questo stendardo, al punto da essere continuamente utilizzato come brand di appartenenza? Quali sono le sue radici?

Rāyat al-sawdā' (lo stendardo nero), rāyat al- ‘uqāb (lo stendardo dell’aquila) o più semplicemente al-rāyat (lo stendardo), più che con la definizione tipicamente occidentale di “bandiera dell’ISIS”, è con queste espressioni invece che il mondo arabo fa riferimento al simbolo per eccellenza dello Stato Islamico. A questo proposito, quello su cui è importante focalizzare l’attenzione è il fatto che queste definizioni siano tutte piuttosto lontane dalla contemporaneità dell’attuale“califfato islamico". Più che collegarvisi in modo diretto infatti, esse rimandano simbolicamente alla bandiera con sfondo nero e con al centro un’aquila, che era lo stendardo identificativo dei Quraysh, la tribù d’origine del profeta Muhammad, nel VII secolo d.C. Il tuffo nel passato a cui riportano le definizioni in lingua araba affibbiate agli stendardi dell’ISIS, fa emergere la presenza di una volontà di identificazione dei gruppi jihadisti nella genealogia del Profeta, in modo da ottenere un’eventuale legittimazione del loro operato.

Nonostante quest’ipotesi non possa essere scartata a priori, anche quella di una certa strumentalizzazione della simbologia antica, può però avere un suo fondamento. Focalizzando infatti l’attenzione su come la bandiera dell’ISIS è stata strutturata, si può comprendere come, al di là del colore nero, anche altri elementi della tradizione islamica sono stati estrapolati dal loro contesto originale e utilizzati con tutt’altro significato.

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“Non c’è altro dio al di fuori di Dio”, la scritta bianca che si vede nella parte superiore della bandiera, altro non è che la prima parte della testimonianza di fede islamica: la shahada (Non c’è altro dio al di fuori di Dio, e Muhammad è il Suo Profeta). Ciò che è importante sapere a proposito della shahada, è che questa testimonianza di fede, oltre ad essere uno dei cinque pilastri dell’Islam, rappresenta soprattutto la condizione personale sine qua non con cui il fedele musulmano dichiara di credere in un Dio Uno e Unico e nella missione del suo Profeta Muhammad. Sebbene essa si trovi espressa in molte bandiere in tutto il mondo islamico, prima fra tutte quella dell'Arabia Saudita, l'appropriazione di questa frase da parte dell’ISIS però, non ha nessun senso se non quello di strumentalizzare il significato del principio islamico originario. Se per un Paese come l’Arabia Saudita, la presenza della shahada sulla propria bandiera nazionale può infatti sottolineare il suo noto ruolo di “custode dei luoghi sacri dell’Islam”, lo stesso non può dirsi per gruppi jihadisti come l’ISIS, per i quali la shahada assume invece un significato di violenza bellica attiva contro gli “infedeli”.

Anche la seconda parte della shahada, che sulla bandiera compare all’interno di un cerchio bianco, rappresenta un elemento interessante sia per l’ordine utilizzato nel predisporre le parole, che per il modo grossolano con cui queste sono scritte. Mentre la seconda parte della shahada è infatti rappresentata dall’espressione “e Muhammad è il messaggero di Dio”, all’interno del cerchio al centro della bandiera dell’ISIS, l’ordine delle parole è invece quello di: Allah (Dio), Muhammad (Maometto), Rasul (Messaggero). Il motivo di questa discrepanza e della presenza del cerchio, sta nel fatto che, al di là del significato attribuito alla shahada, importante è anche la simbologia stessa del cerchio. Il cerchio rappresenta infatti il “sigillo di Muhammad”, un pezzo di agata rossa che il Profeta utilizzava unicamente per sigillare e firmare trattati di pace e missive indirizzate a leader stranieri, con le quali chiedeva loro di unirsi a lui e che riportava la dicitura: Allah (Dio), Muhammad (Maometto), Rasul (Messaggero).

Nonostante il sigillo originale del Profeta sia andato perduto dopo essersi tramandato tra i primi tre califfi che gli sono succeduti a capo della umma (comunità) islamica, e nonostante questo sigillo non abbia mai assunto un significato particolare per la designazione dell’autorità califfale, lo scopo con cui l’ISIS lo ha comunque rappresentato sulla bandiera, è stato quello di voler attribuire alla propria ideologia l’imprimatur del Profeta e il beneplacito di Dio.

Nell’uso di tutta questa simbologia, sorge spontanea una domanda: che fine ha fatto il colore verde? Menzionato nel Corano come il colore delle vesti e dei cuscini di coloro che abitano il paradiso nonché dei suoi giardini, simbolo dei califfi Fatimidi (diretti discendenti di Fatima, figlia di Muhammad) e, infine, colore scelto per la cupola che sta sopra la tomba del Profeta, è il colore verde, più realisticamente del nero, ad avere legami con l’Islam. Eppure nella simbologia dell’ISIS a questo colore non c’è nessun riferimento. Perché? Escludendo l’ipotesi che le menti dell’ISIS possano non conoscere l’importanza di questo colore per l’Islam, si può pensare a come anche l’ISIS, ultimo discendente dei dei gruppi jihadisti che l’hanno preceduto, abbia deciso di utilizzare un insieme di segni scelti e presi in prestito dall’ampia simbologia profetica, in modo assolutamente strategico. La strategia di base infatti, sarebbe quella di fondare il proprio potere non solo sulla disponibilità di ingenti risorse materiali, ma soprattutto sulla legittimazione "religiosa" di cui si può godere utilizzando certi simboli.

Il fatto che l’ISIS non abbia creato ex-novo un proprio stemma rappresentativo anziché costituire quindi un fattore di debolezza, ha invece significato l’esatto contrario. Se l’ISIS non ha avuto bisogno di costruirsi un simbolo, è stato perché la potenza verbale dello stendardo che altri avevano progettato prima, aveva già la capacità di far sì che le fila del califfato crescessero giorno dopo giorno. Ciò che quindi lega i militanti all’organizzazione, non è solo il proprio tornaconto economico e la comunanza di “valori” in quello che essi credono essere l’Islam, ma anche il fattore psicologico di una sorta di fedeltà ad una bandiera “sacra”.