Le origini della crisi a Cuba e la storia dell’embargo statunitense

Il tempo a Cuba si è fermato. Le scuole sono per la maggior parte chiuse, gli autobus fermi. La gente è per strada, ma senza un posto preciso dove andare. Gran parte dei voli sono stati cancellati, nessuno arriva e nessuno parte. È l’effetto di una crisi che, piano piano, sta strozzando l’isola.
Le origini sono lontane, ma quello che da qualche settimana ha portato un intero Paese sull’orlo del collasso è stato il petrolio venezuelano. O meglio, l'assenza del petrolio venezuelano. Con l’operazione militare che ha rimosso Nicolas Maduro, gli Stati Uniti hanno tagliato i rifornimenti verso Cuba. Ma il petrolio è la fonte energetica che fa andare avanti l’isola, da anni sotto embargo statunitense. L'amministrazione statunitense dice che permetterà la vendita di alcuni barili, ma per ora la situazione rimane critica.
Non è solo il petrolio a mancare. Non ci sono più turisti. Il che significa che mancano i dollari. E i dollari sono vitali per i cubani. Con l’economia del Paese costantemente in sofferenza, che si sostiene in grandissima parte grazie agli aiuti esterni, c’è un divario gigantesco tra quello che ci si può permettere con i pesos cubani e ciò che possono comprare invece dollari. In un solo giorno, un tassista o un ristoratore cubano può guadagnare, grazie a qualche mancia in dollari, molto più del suo salario mensile in pesos.
L'embargo di Cuba ha sempre avuto precisamente questo obiettivo: soffocare l’intero Paese per far cadere il governo comunista e dimostrare il fallimento della Rivoluzione di Fidel Castro e Che Guevara.
Da dove parte la crisi e l'obiettivo degli Stati Uniti
Il segretario di Stato USA Marco Rubio, di origine cubana, dice che ora il governo comunista deve cedere il potere ed aprire la sua economia, se non vuole evitare il collasso. Per Washington questo è il momento perfetto per tagliare ogni tipo di aiuto dall’esterno, in modo da costringere L’Avana a sventolare bandiera bianca.
Miguel Diaz Canel, il presidente cubano, ha chiesto ai cittadini di resistere. Ma per la gente comune questo è sempre più difficile, perché non c’è cibo (le politiche agricole interne sono sempre state fallimentari, gran parte del cibo è sempre stato importato da fuori), è impossibile muoversi a causa con i mezzi di trasporto fermi, ci sono continui blackout energetici che mandano in stallo completo ogni quartiere e ogni città. E, appunto, non ci sono più turisti a portare dollari.
L'incertezza è tanta. Gli abitanti di Cuba non hanno idea di che cosa li aspetta. Non sanno se ci siano negoziati in corso con gli Stati Uniti o se devono aspettarsi un intervento militare da Washington da un momento all'altro. Non sanno se ci sarà un cambio di regime o un collasso totale.
Per l’isola non è una novità che manchino cibo, medicine o energie. C’è stata, nel corso degli anni, una normalizzazione della povertà, che si è fatta sempre più pesante. Sempre più brutale. I momenti di crisi profonda hanno sempre avuto origine nell’embargo USA. Dalla Rivoluzione cubana in poi, cioè da quando gli Stati Uniti hanno posto l’isola sotto embargo nel tentativo di segregare ed emarginare il comunismo, Cuba si è in gran parte sostenuta grazie ai flussi economici che arrivavano dall’estero. Quindi da Paesi politicamente vicini. L’Unione Sovietica, in primis, ma anche il Venezuela di Hugo Chavez, un leader dal progetto politico fortemente in antitesi con l’imperialismo e il liberalismo USA.
Da gennaio, cioè da quando c’è stato l’intervento militare statunitense per rimuovere il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, la situazione è precipitata. È il colpo definitivo che la Casa Bianca infligge a Cuba, in un accerchiamento che dura da anni.
Cuba e il protettorato USA
Cuba è stato uno dei primi territori Oltreoceano a essere colonizzato dagli spagnoli dopo la scoperta dell’America. E quel dominio si è mantenuto intatto praticamente fino alla fine dell’Ottocento, quando scoppiarono una serie di insurrezioni e ribellioni contro l’Impero. Una crisi che gli Stati Uniti seppero sfruttare a loro favore. Durante la guerra cubana per l’indipendenza scoppiò infatti anche la guerra ispano-americana, che Washington vinse senza problemi.
E alla fine di quella guerra, nel 1898, quando con il trattato di Parigi a Cuba venne riconosciuta l’indipendenza, si impose subito il protettorato statunitense. Per oltre mezzo secolo gli Stati Uniti intervennero e influenzarono tutti gli affari di Cuba. Sostennero il dittatore Fulgencio Batista, che governò de facto dagli anni Trenta fino alla Rivoluzione del 1959. Investirono nell’isola, radicando sempre di più la presenza delle loro imprese, e si infiltrarono nella rete della criminalità, tra casinò, gioco d’azzardo, alcol e altri vizi.
Ben presto, però tra crisi economica e corruzione dilagante, iniziò a crescere l’opposizione al regime. A guidarla era Fidel Castro, un giovane avvocato. Che inizialmente aveva cercato di contrastare il golpe di Batista al potere, per poi passare alla resistenza armata. Il 26 luglio 1953 è una data passata alla storia: quel giorno ci fu l’assalto (fallito) alla caserma Moncada e iniziò a prendere vita il movimento rivoluzionario.
Castro venne prima imprigionato, poi rilasciato ed esiliato. In esilio organizzò la resistenza – insieme a un medico e rivoluzionario argentino, Ernesto Che Guevara – per poi tornare a Cuba. Quello fu l’inizio della guerriglia. Il successo più grande lo conseguì proprio Che Guevara, che sconfisse la controffensiva di Batista nell’Operazione Verano.
La rivoluzione di Fidel Castro
Il 1 gennaio 1950 Batista, divenuto sempre più debole e impopolare, scappò prima in Repubblica Dominicana e poi in Spagna, rifugiandosi dal dittatore Francisco Franco. Era la vittoria della Rivoluzione cubana. Dagli anni Sessanta il nuovo governo socialista dell’isola mise a terra la nazionalizzazione di tutte le proprietà straniere. La sanità e l’educazione vennero rese pubbliche, il petrolio veniva fornito dall’Unione Sovietica: era il progetto comunista di Fidel Castro.
Gli Stati Uniti risposero rompendo le relazioni diplomatiche e instaurando l’embargo commerciale, economico e finanziario: le imprese statunitensi non potevano fare affari con quelle cubane, quelle estere vennero sanzionate negli USA, vennero stroncati i flussi di capitali verso Cuba. Sia Repubblicani che Democratici gestirono la questione cubana allo stesso modo: rafforzando il blocco per soffocare Cuba e sostenendo nel frattempo i tentativi sottobanco di rovesciare Castro. Famosissimo, ad esempio, è stato il tentativo della CIA di invadere la Baia dei Porci, a cui seguì la crisi dei missili cubani.
L'embargo statunitense dell'isola
Nel 1962 J.F. Kennedy impose un blocco totale, impedendo anche ai cittadini statunitensi di recarsi sull’isola. Vent’anni dopo, nel 1982, Ronald Reagan incluse Cuba nella lista degli Stati accusati di supportare il terrorismo internazionale. Questo significava che il Paese non aveva più alcuna possibilità di accedere a linee di credito internazionale o agli aiuti di enti come la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale. Anche tutti i presidenti successivi, da Bill Clinton a George W. Bush, irrigidirono progressivamente il blocco.
Un esempio. Nei primi anni Duemila vennero sanzionate anche le agenzie di viaggi di altri Paesi americani che organizzavano viaggi per i cittadini statunitensi verso Cuba. Fu un tentativo per prosciugare del tutto i flussi di dollari verso l’isola. Flussi che però erano sempre più importanti per il Paese, alle prese con un’economia in difficoltà e una moneta che, complice anche l’isolamento bancario e finanziario internazionale, valeva sempre meno. Per capirci: un medico o un ingegnere a Cuba guadagnava meno di chi, riuscendo faticosamente a ottenere una licenza per un’impresa privata, ad esempio un tassista, riceveva una mancia in dollari da qualche turista statunitense.
L'apertura di Obama, la chiusura di Trump
Le cose iniziarono finalmente a migliorare con Barack Obama alla Casa Bianca. Ci furono dei tentativi per ripristinare le relazioni diplomatiche, alcune restrizioni vennero ridotte, si strinsero accordi commerciali e ricominciarono anche i viaggi tra Stati Uniti e Cuba: Obama fu il primo presidente statunitense in quasi un secolo a visitare l’isola e tolse il Paese dalla lista di sostenitori del terrorismo.
Ma non durò a lungo. Donald Trump non solo ripristinò l’embargo, ma lo rese ancora più severo e soffocante. Mise restrizioni ai viaggi, sanzioni alle imprese e alle navi che trasportavano petrolio a Cuba, divieti alle banche che facevano transazioni verso l’isola. Nel 2020 centinaia di uffici della Western Union chiusero a Cuba e questo tagliò ulteriormente i flussi di dollari dall’estero. Isolò ancora di più l’isola.
Oggi la situazione è sull’orlo del collasso. A Cuba mancano beni primari come cibo e medicine. Manca una fonte energetica in grado di sostenere l’isola. Non c’è il petrolio per far viaggiare le macchine, per far funzionare gli elettrodomestici, per permettere agli ospedali di andare avanti.
Cuba è rimasta sola. I suoi alleati o sono stati indeboliti, messi in ginocchio o deposti. E senza gli aiuti dall'esterno, l'embargo la sta lentamente soffocando. Da decenni le crisi sono cicliche a Cuba. Ma questa volta anche gli anziani dicono che probabilmente si sia arrivati a un punto di non ritorno.