L’attivista Pegah Moshir Pour racconta le proteste in Iran: “Repressione militare e digitale senza precedenti”

Blackout, sparatorie di massa e repressione anche digitale. A Fanpage.it l’attivista Pegah Moshir Pour racconta cosa sta accadendo durante le proteste in Iran.
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Pegah Moshir Pour
Pegah Moshir Pour

In Iran si susseguono notizie di proteste e sparatorie di massa verso i manifestanti scesi in piazza contro il regime guidato da Alī Khāmeneī. Mentre la tv di Stato iraniana trasmette immagini di centinaia di persone a supporto della Repubblica Islamica, le voci degli attivisti fuori dal paese raccontano una storia molto diversa. A spiegare cosa sta succedendo davvero in queste ore è Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista italiana di origine iraniana, intervenuta a Scanner, il podcast daily di Fanpage.it condotto da Valerio Nicolosi.

Nel corso della rassegna del 12 gennaio 2026, Moshir Pour è intervenuta per raccontare l'apprensione di chi osserva e si fa portavoce delle proteste: "All'inizio delle manifestazioni le informazioni sono arrivate molto frammentate a causa appunto del black-out e della chiusura delle connessioni telefoniche, non solo con l'esterno ma anche all'interno".

Osservatori indipendenti citati dall'attivista raccontano di quasi 2 milioni di persone in piazza a Teheran contro la guida suprema Khāmeneī, una presenza alla quale la Repubblica islamica ha risposto con "un uso massiccio di armi militari a Mashhad", città dove si trova la moschea più importante del paese e la quarta più grande al mondo. "È praticamente tutto militarizzato. Non è possibile uscire di casa, non è possibile neanche non udire gli spari, perché sparano dalla mattina alla sera proprio per spaventare le persone e non farle uscire".

Nonostante il tentativo di reprimere nel sangue la rivolta, i manifestanti sono riusciti a organizzarsi in cortei in cui si inneggiano "vari slogan, sempre presente ‘a morte il dittatore', che fa capire il chiaro motivo delle mobilitazioni, che è quello di rovesciare questo regime".

Durante le proteste i manifestanti hanno più volte evocato anche i Pahlavi, gli storici scià rovesciati a seguito della rivoluzione islamica, di cui l'ultimo erede è Reza. Secondo Moshir Pour, questi cori non rappresentano una "nostalgia monarchica", ma riflettono "il vuoto della leadership dell'opposizione interna e quindi la ricerca di una figura di transizione, perché Reza Pahlavi si è anche dimostrato disponibile nell’essere un rappresentante, un garante temporaneo che serve alla nazione per un momento di transizione, per arrivare alle elezioni. E il popolo, la generazione Millennials e Generazione Z, sembra che facciano proprio il suo nome".

La repressione della Repubblica Islamica a queste istanze non è solo fisica, ma passa anche attraverso internet e i social, sottolinea l'attivista: "Viene segnalata fortemente anche quella digitale, perché i manifestanti mettono in guardia da profili e contenuti che circolano online promettendo accessi alternativi a internet, offrendo connessioni per contattare familiari all'estero, eccetera. Quindi, secondo diverse fonti, queste sono delle vere e proprie trappole digitali per identificare, intercettare chi protesta o avere sempre più informazioni o persone da minacciare". Gli iraniani, però sono determinati a non fermarsi: "Le manifestazioni continuano e continueranno nonostante stiamo vedendo delle immagini terribili".

Chi in Iran è impegnato a chiedere un nuovo cambio di direzione per il paese vorrebbe che sui media esterni arrivasse la speranza, non la nuova ondata di violenza, una richiesta difficile da esaudire per chi osserva: "I manifestanti ci hanno anche incitato a non condividere immagini di morte, ma solo immagini di vita, di musica, di camminate insieme. Invece è davvero molto difficile per noi che siamo qui, che sono quasi tre giorni che non sentiamo i nostri cari. Ed è difficile far finta che queste immagini non ci siano. L'abbiamo già vissuto nel 2019, che in tre giorni hanno ucciso 1500 persone e non dobbiamo far ripetere la storia".

Infine, l'attivista iraniana sottolinea che la volontà di rovesciare la Repubblica Islamica va ben oltre la questione religiosa: "Qui si tratta di un'élite corrotta che usa la religione come leva per fare repressione, per un proprio tornaconto. È questo che bisogna denunciare con grande forza. È per questo che si chiede la mobilitazione e di scendere in piazza per chiedere innanzitutto il ripristino di internet e delle comunicazioni e che il regime iraniano blocchi immediatamente questa repressione militare senza precedenti".

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