L’ambasciatore Cornado lascia l’incarico: “Al mio successore dico: non mollare su Crans. Nostri ragazzi erano luce”

"Tutti i nostri ragazzi che sono morti nell'incendio di Crans-Montana erano luce pura. Continuerò a seguire la vicenda per loro e per rispetto delle loro famiglie. E al mio successore dico di non arrendersi su Crans". Queste sono le parole di Gian Lorenzo Cornado, ambasciatore italiano in Svizzera giunto oggi, 30 giugno 2026, a conclusione del suo mandato. Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalla tragedia di Capodanno nel bar Le Constellation, dove hanno perso la vita sei giovanissimi italiani: Achille Barosi, 16 anni; Chiara Costanzo, 16 anni; Emanuele Galeppini, 17 anni; Riccardo Minghetti, 16 anni; Sofia Prosperi, 15 anni; Giovanni Tamburi, 16 anni.
In quale momento si è reso conto della portata di quello che era successo a Crans-Montana?
Subito, perché alle 8 di mattina del primo gennaio 2026 la portavoce del ministro degli Esteri Antonio Tajani mi ha mandato un messaggio in cui parlava dell'incendio e già di 40 possibili vittime [poi salite a 41 n.d.r.]. Io ho subito chiamato la polizia cantonale del Vallese per chiedere se a loro giudizio era possibile che vi fossero connazionali coinvolti, e la risposta è stata subito sì, perché era un bar frequentato da molti italiani. Mi sono recato immediatamente sul posto e alle 12 di quel giorno ero al centro di accoglienza dove erano presenti le famiglie dei dispersi.
Cosa ricorda di quel primo giorno?
Le famiglie dei nostri connazionali in preda all'ansia, allo sgomento, e in attesa. Era una disperata ricerca per sapere qualcosa dei loro figli, e questo è stato un momento terribile per me perché mi sono reso conto dell'angoscia che stavano provando nella speranza di avere buone notizie.
Per fortuna c'era un'organizzazione molto efficiente dal lato delle autorità locali tra forze di polizia, protezione civile e psicologi. Ma per me la cosa importante era una sola: le famiglie.
Ha parlato con loro in quei primi momenti?
Sì, mi hanno parlato dei loro ragazzi, tutti straordinari, erano un raggio di luce. Dalle foto è evidente che i loro occhi sprizzavano gioia di vivere, entusiasmo, bontà. Vede, non si può morire a quell'età in quel modo, ecco perché tutti quanti vogliamo verità e giustizia. Tutta l'Italia ne ha diritto perché erano i nostri ragazzi.
Lo stesso ministro Tajani è in contatto personale con i familiari delle vittime dal 2 gennaio, e anche il primo gennaio ha partecipato alla prima chiamata con loro mentre ero sul posto.
Jessica e Jacques Moretti sono i proprietari del locale bruciato la notte di Capodanno, e in questi mesi Lei si è fatto portavoce di una petizione promossa proprio dai familiari delle vittime in cui si chiede che non riaprano gli altri due locali, almeno fino al termine delle indagini.
Quando le famiglie mi hanno chiesto se si poteva fare qualcosa, io ho risposto che il Governo italiano non poteva intervenire su questa vicenda, e che la soluzione migliore era una raccolta di firme, cosa che poi è stata fatta. Io ho firmato nelle primissime ore. Questa mobilitazione è molto importante perché più firme si raccolgono, più visibilità avrà questa iniziativa, e a quel punto i sindaci dei due Comuni coinvolti – Crans-Montana e Lens – dovranno riflettere bene se autorizzare o meno la riapertura di questi locali, perché oltre al torto irreparabile che arrecherebbero alle famiglie, farebbero anche un sicuro danno d'immagine al loro cantone e al loro Paese.
Occorre che queste famiglie abbiano anche rispetto, oltre che giustizia.

A proposito di giustizia, il numero degli indagati non fa che aumentare e il fascicolo sul tavolo della Procura svizzera è sempre più alto. Quando si arriverà al termine di questa vicenda?
Quando ho parlato per la prima volta con la viceprocuratrice generale del Cantone Vallese mi ha presentato una stima di circa tre anni per concludere le indagini e andare al rinvio a giudizio. Dopodiché, l'aspetto interessante del procedimento penale in Svizzera è che la fase processuale è molto più spedita rispetto a quella dell'indagine. Quindi, se anche dovessero volerci tre anni per arrivarci, il processo in quanto tale durerà meno di un anno. Poi ci sono i possibili ricorsi, come in tutti gli ordinamenti.
Lei è stato al centro di un braccio di ferro tra autorità italiane e svizzere questa primavera, ed è stato anche richiamato in Italia dal Governo per questo motivo, l'atto più grave nel mondo della diplomazia.
Certo, perché la collaborazione tra le due autorità giudiziarie è cominciata di fatto soltanto il 25 marzo, quindi quasi tre mesi dopo la tragedia. In quel lasso di tempo ci sono state delle incomprensioni sia tra Italia e Svizzera che tra Italia e Canton Vallese.
Pensa che questo ritardo di tre mesi possa aver influito sulle indagini, dato che anche la Procura di Roma ha aperto un'indagine sui fatti di Crans-Montana?
Non mi voglio pronunciare sulle indagini perché non sono un tecnico. Quello che posso dire, che mi è stato detto dal capo del Dipartimento per la Sicurezza del Vallese, è che non si è persa alcuna prova, era fiducioso che avrebbero recuperato tutti i supporti informatici, tutti i file cancellati dai telefoni cellulari di Jessica e Jacques Moretti.
C'è già stato uno scambio di carteggio e di atti giudiziari tra le due procure, e questo è importante per le indagini che si stanno compiendo a Roma.

Si aspettava di finire il suo mandato con un fascicolo così pesante sulla scrivania?
No. Il mio mandato in Svizzera era quello di rafforzare le relazioni bilaterali tra i due paesi e ci siamo riusciti in tutti i campi. La collaborazione bilaterale per fortuna non ha subito le conseguenze di questa crisi, ma indubbiamente la tragedia di Capodanno era inaspettata per me come per tutti.
Quale messaggio vuole mandare al suo successore?
Di non mollare su Crans-Montana. Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, quando l'ho incontrata qui a Ginevra la settimana scorsa in occasione del G7 mi ha chiesto la stessa cosa. Quindi non posso fare altro che girare questa richiesta a chi verrà dopo di me.
Lei invece cosa farà?
Continuerò a stare vicino alle famiglie delle vittime, ovviamente in una veste diversa. Non sarò più rappresentante dell'Italia in Svizzera, ma sarò comunque il loro rappresentante insieme alla Fondazione Beloved [che gestirà i 25 milioni di aiuti n.d.r.]e quindi mi assicurerò che vengano stabiliti criteri obiettivi che garantiscono equità e parità di trattamento a tutti i feriti e starò a loro disposizione per la stesura delle domande per ottenere gli aiuti.