La storia di relazioni complesse e questioni irrisolte che c’è dietro l’attacco dell’Iran a Israele

Dietro all’attacco iraniano a Israele avvenuto nella notte tra sabato e domenica, ci sono relazioni molto complesse tra i due Paesi. Ecco come siamo arrivati a questo punto e cosa potrebbe succedere adesso.
A cura di Annalisa Girardi
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Quello di Teheran è stato un attacco letteralmente annunciato. Teheran ha avvisato dell’arrivo dei droni che – come abbiamo appena visto – forze militari come quelle israeliane non hanno avuto la minima difficoltà a respingere. E subito dopo ha anche messo in chiaro di non volere l’escalation.

Cioè, le autorità iraniane hanno spiegato  che si trattasse di una risposta al raid verso l’ambasciata iraniana di Damasco di qualche settimana fa, dove è rimasto ucciso un importante generale delle Guardie della rivoluzione. “È stata autodifesa, non vogliamo la guerra”, hanno precisato. Come a dire, ora siamo pari, finiamola qui.

Che senso ha un attacco di questo tipo?

Potrebbe non essere altro che un avvertimento: quello che è accaduto a Damasco non deve più succedere, ma basta escalation nella regione.

Sarebbe semplicistico, però, fermarci a queste considerazioni. Le relazioni tra Iran e Israele sono complesse: oggi i due Paesi sono considerati come i più acerrimi nemici nella Regione, ma il rapporto tra Teheran e Tel Aviv non è sempre stato di questo tipo. Anzi.

Dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948 e la guerra arabo-israeliana scoppiata in risposta, l’Iran è stato uno dei primi Paesi di fede musulmana a riconoscerlo, secondo solo alla Turchia. Per circa vent’anni tra i due c’è stata una proficua collaborazione, su vari fronti. Soprattutto in quello energetico, con l’Iran come primo fornitore di petrolio a Israele.

Ma le cose sono radicalmente cambiate con la rivoluzione iraniana del 1979, che ha rovesciato la dinastia dei Pahlavi – vicina agli Stati Uniti -, cacciato l’ultimo Scià e trasformato il Paese in una Repubblica islamica sciita. Da quel momento le relazioni diplomatiche tra i due Paesi sono state sospese e le ostilità non hanno fatto che crescere, esponenzialmente.

Se negli anni Ottanta qualche strascico di collaborazione era ancora presente, soprattutto in funzione anti-irachena, negli anni Novanta le cose peggiorarono. L’Iran, divenuto un regime autoritario basato sulla legge religiosa sciita, ha cominciato a finanziare le milizie palestinesi, dal Movimento per la Jihad islamica in Palestina ad Hamas, ma anche quella sciita in Libano. Parliamo di Hezbollah, che dopo il 7 ottobre ha intensificato gli attacchi contro Israele al confine.

Non solo, a influire sul peggioramento delle relazioni sono stati anche i tentativi di sviluppare un programma nucleare da parte di Teheran. E il fatto che Israele ha sempre ritenuto l’Iran responsabile degli attentati avvenuti in Argentina tra il 1992 e il 1994 contro la sua ambasciata. Per l’Iran, invece, i Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, sarebbero coinvolti in diversi in omicidi e attacchi sul suo territorio, nel tentativo di destabilizzare il regime degli Ayatollah – il clero sciita.

Fino ad alcuni giorni fa, però, lo scontro non era mai stato frontale. La rivalità si era sempre espressa attraverso le guerre di prossimità,  nel sostegno ai nemici dell’uno o dell’altro.

Per questo, per quanto apparentemente non abbia provocato danni e sia stato respinto con facilità, l’attacco al territorio israeliano da parte dell’Iran non ha precedenti.

Non è chiaro come risponderà Tel Aviv, se quanto accaduto porterà a un’escalation o a un allargamento del conflitto in Medio Oriente.

Per ora, però, una cosa la possiamo dire: il governo di Benjamin Netanyahu ne esce rafforzato. L’attacco con i droni iraniani ha distolto l’attenzione da Gaza. La comunità internazionale, che nelle ultime settimane si era fatta sempre più critica verso le autorità israeliane per le oltre 30mila vittime civili nella Striscia, è tornata a sostenere il diritto del Paese a difendersi. Non solo: per Netanyahu quanto accaduto mette anche in pausa un problema interno. Alle proteste delle ultime settimane dimostra che non è possibile pensare a un cambio di governo in questo momento, quando la sicurezza del Paese è ancora in bilico.

Questo potrebbe bastare a Tel Aviv e dissuaderlo dal rispondere a sua volta, anche considerati i chiari avvertimenti degli Stati Uniti – che hanno detto che non sosterranno un attacco contro l’Iran – del G7 e dell’Unione europea.

Dall’altro lato, però, è anche vero che Israele non è solito subire attacchi e lasciarli senza risposta. Facendolo ora potrebbe creare un precedente: e questo non è sicuramente nei programmi di Netanyahu.

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