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Conflitto Israelo-Palestinese

Cosa succede dopo l’attacco dell’Iran e come risponderà Israele: l’analisi dell’Ispi

Secondo l’analisi di Luigi Toninelli (ISPI), l’attacco dell’Iran a Israele potrebbe essersi concluso, a meno che Netanyahu non decidesse di reagire, perché Teheran non ha interesse ad allargare il conflitto: “Probabilmente non può neanche permetterselo. L’Iran ha optato per una risposta contenuta nei confronti di Israele”.
A cura di Annalisa Cangemi
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Il massiccio attacco con missili e droni sferrato dall'Iran contro il territorio israeliano rischia di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente. Ne è convinta anche la premier Meloni, che su spinta del Presidente degli Stati Uniti Biden ha convocato il G7, di cui l'Italia ha la presidenza di turno. Quello che accadrà nelle prossime ore dipende da vari fattori. Si attende con apprensione il gabinetto di guerra convocato da Tel Aviv per le 15 di oggi pomeriggio (ore 14 italiane), per capire se e come Israele intende rispondere.

Dopo che sono stati lanciati oltre 300 droni contro lo Stato ebraico, che ne ha intercettato e abbattuto il 99% con l'aiuto degli Usa, il capo di Stato maggiore delle Forze armate dell'Iran, Mohammad Bagheri, ha dichiarato che l'operazione condotta nella notte contro Israele "ha raggiunto tutti i suoi obiettivi" e che Teheran non ne condurrà altre se lo Stato ebraico non risponderà. Secondo l'esperto Luigi Toninelli (ISPI), intervistato da Fanpage.it, si aprono adesso tre scenari.

È plausibile a questo punto aspettarsi una risposta da Israele?

È la domanda che tutti si fanno in queste ore. È difficile in questo momento dire cosa emergerà dal gabinetto di guerra convocato da Tel Aviv. Gli Stati Uniti hanno intimato a Israele di non proseguire con una risposta, che genererebbe un'escalation, perché non sosterrebbero un'azione israeliana in questi termini. Quel che è certo è che Israele ha tratto un vantaggio da questo attacco, perché ha distolto l'attenzione dai suoi fallimenti nella Striscia di Gaza.

Questo attacco potrebbe quindi rafforzare Netanyahu?

La situazione di incertezza avvantaggia personalmente Netanyahu, che ha bisogno di questo conflitto per continuare a restare al potere. Grazie al conflitto a Gaza è riuscito a mettere un po' di lato tutti gli errori del suo governo, anche se presto riemergeranno. E mi riferisco al fatto che non è riuscito a prevenire quanto accaduto lo scorso 7 ottobre. Allo stesso tempo l'escalation con l'Iran serve a Netanyahu per coprire i fallimenti nella Striscia. Coprendo un fallimento con un altro fallimento cerca di perpetuare la sua posizione di potere.

Cosa succederà adesso?

Difficile capire cosa potrebbe decidere di fare Israele. Potrebbero esserci tre scenari. Il primo è una non risposta, a quel punto l'escalation si concluderebbe qui, e non andrebbe avanti lo scontro tra i due Paesi. La seconda opzione è invece un attacco diretto di Israele contro l'Iran, perché Benjamin Netanyahu potrebbe decidere di rispondere in modo assertivo. La terza opzione è che ci sia una risposta più asimmetrica, che colpisca i proxy iraniani nella regione, milizie e gruppi, come Hezbollah, soprattutto in Siria e in Libano.

Qual è il senso della rappresaglia iraniana? Si tratta di un attacco da parte di Teheran di proporzioni mai viste contro Israele?

Sì, da parte iraniana un attacco di questa portata non si era mai visto. Ma bisogna anche sottolineare come l'Iran abbia optato per una risposta contenuta nei confronti di Israele. Ha inviato droni e missili cruise dal proprio territorio, ma si tratta di armi che hanno una velocità d'attacco abbastanza lenta, quindi Israele ha avuto tutto il tempo per organizzare una potenziale risposta. Se l'Iran lo avesse voluto avrebbe potuto essere più assertivo, colpendo per esempio dalla Siria, cogliendo più di sorpresa Israele. Secondo qualcuno addirittura gli Stati Uniti sarebbero stati avvisati prima del potenziale attacco. Insomma, l'Iran con questa risposta ha dimostrato quanto poco ci tenga a un'escalation.

Sono credibili le parole dei vertici militari iraniani, che hanno dichiarato concluse le operazioni?

Le dichiarazioni di questa mattina dei vertici militari iraniani hanno evidenziato come per Teheran sia finita qui, e non sarebbe in programma un ulteriore attacco. Questo è un altro elemento che ci suggerisce che l'Iran non vuole l'allargamento del conflitto, e probabilmente non può neanche permetterselo. Il messaggio che vuole mandare Teheran è che si è trattata solo una risposta all'attacco subito lo scorso 1 aprile all'ambasciata a Damasco, e che non c'è la volontà di alzare il livello della tensione a livello regionale, quantomeno non con attacchi diretti da parte iraniana. Diverso è il ruolo delle milizie proxy, che probabilmente agiscono lungo un'altra direttrice e si muovono su un altro livello di azione. I vertici militari iraniani hanno però aggiunto a corollario delle loro dichiarazioni che se Israele dovesse rispondere allora ci sarebbero altri attacchi da parte loro. A questo punto la cosa più importante è osservare cosa farà Israele, e da lì capiremo se l'escalation potrà rientrare.

Secondo lei c'è la possibilità che Israele ascolti le indicazioni di Biden, che ha auspicato una "risposta diplomatica unitaria"?

Nel migliore dei casi questo è quello che si spera possa accadere, che Israele segua le indicazioni di Biden, che il coperchio venga riposto sulla pentola che rischia di esplodere. Ma come abbiamo visto anche nelle ultime settimane, non sempre gli Stati Uniti sono stati in grado di essere convincenti nei confronti di Israele, portandolo a darsi un freno. E questo si è visto molto bene nelle operazioni su Gaza, e sull'innalzamento del livello della tensione nel Sud del Libano e nel Nord di Israele.

L'Italia ha la presidenza di turno del G7, che ruolo ha il nostro Paese in questo difficile contesto geo-politico? Può influire in qualche modo?

L'Italia all'interno del conflitto più allargato mediorientale ha avuto fino ad ora un ruolo importante, cioè quello di pacificazione, riuscendo a evitare che si allargasse la violenza nel Sud del Libano, con la presenza di militari italiani nell'area. È presente anche nel Mar Rosso con una missione per evitare un'escalation anche in quel quadrante, e nei giorni scorsi c'è stata una telefonata tra Tajani e il ministro degli esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian. Sicuramente la presidenza del G7 è un elemento che dà lustro all'azione italiana, ma l'Italia non è certamente tra i primi Paesi per potenziale di de-escalation in questo conflitto. Gli attori che possono veramente portare a un risultato sono altri, sono gli Stati Uniti, il Qatar e potrebbe esserlo l'Egitto. L'Italia in questa fase svolge magari un ruolo di coordinamento delle cancellerie occidentali, ma non ha certamente la capacità di risolvere il conflitto.

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