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Israele-Iran, cosa succede ora: una guerra clandestina verrà combattuta alla luce del sole

Con i raid israeliani contro l’Iran in risposta agli attacchi iraniani del 13 aprile si rischia di entrare nella spirale dell’escalation di un conflitto che già ha visto i due paesi confrontarsi per procura, clandestinamente, negli ultimi anni.
A cura di Giuseppe Acconcia
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Nella notte tra giovedì e venerdì un attacco con droni e missili è stato lanciato da Israele nella provincia dell'Iran centrale di Isfahan. I media iraniani hanno mostrato le immagini della centrale nucleare di Isfahan che non ha subìto danni, mentre la televisione pubblica Irib ha confermato le esplosioni riferendo di tre droni intercettati e di nessun danno causato dal raid. Anche l'Agenzia internazionale per l'Energia atomica (Aiea) ha confermato che la centrale di Isfahan non ha subito danni.

Le autorità iraniane hanno cercato di diminuire la portata dell'attacco parlando di “piccoli droni” pilotati da “infiltrati” dall'interno del paese, e aggiungendo che non è in programma una ritorsione e che non è chiaro da dove siano partiti gli attacchi. Lo spazio aereo iraniano, chiuso durante i raid, è stato riaperto ai voli di linea nella mattina di venerdì.

Gli attacchi israeliani hanno coinvolto anche il Sud della Siria. Le autorità siriane hanno confermato che i raid hanno causato “danni materiali” ma non hanno colpito civili o militari nell'area. Nella notte tra il 13 e il 14 aprile scorsi, l'Iran aveva lanciato droni e missili contro Israele senza causare danni significativi. Lo scontro tra i due paesi nemici che si fanno la guerra per procura in Siria era stato esacerbato dall'attacco israeliano al consolato iraniano a Damasco lo scorso primo aprile in cui avevano perso la vita 13 persone tra cui alti funzionari delle milizie sciite al-Quds.

I possibili scenari internazionali dopo l'attacco israeliano

Gli Stati Uniti che avevano chiesto a Israele di evitare un'escalation, sebbene non avessero acconsentito all'invasione di terra di Rafah nella Striscia di Gaza, come da richieste del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, sono stati informati in anticipo degli attacchi. Lo stesso era avvenuto il 13 aprile scorso, quando gran parte dei droni e dei missili iraniani erano stati intercettati da Giordania, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna prima di arrivare in territorio israeliano. “Non abbiamo dato il nostro assenso all'operazione”, hanno dichiarato funzionari Usa dopo i raid israeliani.

Gli Usa hanno anche chiesto di limitare gli spostamenti allo staff dell'ambasciata statunitense in Israele, mentre le autorità australiane hanno chiesto ai loro cittadini di lasciare Israele per il timore di ritorsioni iraniane. Dal canto loro, le autorità britanniche hanno lanciato la massima allerta per possibili nuovi attacchi dei miliziani Houthi nel Golfo di Aden contro navi commerciali dirette verso il Mar Rosso. Lo scorso 13 aprile i raid iraniani erano stati accompagnati da attacchi del movimento sciita libanese Hezbollah verso il Nord di Israele e dal sequestro di una nave di proprietà israeliana.

Le reazioni iraniane

L'Iran aveva assicurato che, se non ci fossero stati altri attacchi, con i raid del 13 aprile scorso non ci sarebbero stati ulteriori lanci di missili contro Israele. Le autorità iraniane avevano però avvertito che in caso di risposta avrebbero usato armi, mai utilizzate prima, con particolare riferimento ai jet supersonici russi, portando avanti attacchi molto più estesi di quelli del 13 aprile scorso. Il presidente iraniano, Ibrahim Raisi, aveva avvertito che in caso di attacco israeliano ci sarebbe stata una risposta “dura e massiccia”. In altre parole, Raisi aveva parlato di un cambiamento nella politica estera della Repubblica islamica e di un passaggio dalla “pazienza strategica” degli ultimi anni alla “deterrenza strategica” dopo l'attacco israeliano del primo aprile.

L'Iran ha dimostrato di non voler esagerare con gli attacchi del 13 aprile e allo stesso tempo di avere la capacità di colpire il territorio israeliano, come non aveva fatto mai prima d'ora. Questo ha segnato un cambiamento di per sé della politica estera iraniana che, fino a quel momento, aveva allargato la sua influenza regionale più come conseguenza del disimpegno regionale degli Stati Uniti che per un progetto strutturato di esportazione del modello della Repubblica islamica in Iraq, Libano, Siria, Yemen e Afghanistan.

Vittoria o sconfitta per l'Iran?

L'Iran è lacerato dalle mobilitazioni di piazza del movimento “Donna, vita, libertà” che dal 2022 ha polarizzato la società iraniana tra sostenitori del regime e oppositori. Questo cambiamento nella politica estera iraniana in chiave interventista potrebbe segnare un tentativo di cementare l'opinione pubblica iraniana a favore della Repubblica islamica, come avvenne con la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta. Quel conflitto diede la possibilità a Ruhollah Khomeini di creare il sistema politico iraniano, per come lo conosciamo, cementando il sostegno per la sua leadership. E così non deve stupire se gli attacchi del 13 aprile scorso sono stati usati dagli ayatollah per una nuova ondata repressiva contro intellettuali, oppositori e donne che, secondo la polizia morale, non portano bene l'hejab.

“Lo Stato mostra la sua autorità nelle strade abusando e arrestando donne per il loro abbigliamento, ancora più diffusamente”, ci ha detto un'attivista di Teheran. “Il malcontento è dovunque, quasi più nessuno ha speranza per il futuro. Chiunque critica lo Stato”, ha aggiunto un attivista di Rasht. “Molti oppositori vedrebbero di buon occhio un attacco israeliano su larga scala contro la Repubblica islamica”, ha aggiunto un'attivista iraniana.

Le autorità iraniane si aspettano anche un sostegno significativo da Mosca e Pechino in caso di guerra su larga scala. Nonostante le parole del presidente russo, Vladimir Putin, che non ha condannato gli attacchi iraniani del 13 aprile scorso, non è detto che Russia e Cina interverranno direttamente al fianco di Teheran in caso di conflitto.

Non solo, le autorità iraniane temono molto il malcontento tra i vicini paesi arabi. L'Iran non vuole inimicarsi oltre il dovuto i governi dei paesi arabi e del Golfo con i quali, come nel caso dell'Arabia Saudita e degli Emirati arabi uniti, era impegnato in colloqui bilaterali, prima del 7 ottobre, quando questi paesi erano intenzionati a proseguire sulla strada degli Accordi di Abramo con Israele. D'altra parte, l'Iran ha sempre puntato sulla retorica del sostegno alla causa palestinese e ha giocato la carta dell'azione diretta contro Israele, consapevole del malcontento che ha spinto centinaia di migliaia di persone in piazza nel mondo arabo a sostegno della Palestina negli ultimi mesi.

Quali sono le ragioni di Israele

Con questi attacchi anche Israele ha voluto dimostrare la sua capacità di colpire direttamente il territorio iraniano. Non è la prima volta che Israele colpisce direttamente l'Iran. La lista di ingegneri e militari iraniani uccisi in attacchi mirati da parte israeliana in Iran è molto lunga. Esempi in questo caso sono l’uccisione mirata dell’ingegnere nucleare, Mohsen Fakhrizadeh, e del comandante dei pasdaran, Muslim Shahdan, nel 2020.

Ancora più lunga è la lista di consiglieri, funzionari e leader delle milizie sciite iraniane, uccise in attacchi mirati coordinati con gli Stati Uniti, in Siria e in Iraq. Il più noto raid Usa avvenne nel gennaio 2020 a Baghdad e colpì l'allora guida delle milizie al- Quds, Qassem Soleimani. Israele ha tutto l'interesse a coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra di più ampio raggio contro l'Iran. Sovrapporre gli attacchi di Hamas del 7 ottobre con gli interessi iraniani permetterebbe a Netanyahu di citare la minaccia all'esistenza stessa di Israele per ottenere armi e sostegno di un'ampia coalizione internazionale contro Teheran. Questo permetterebbe un prolungamento del conflitto in corso a Gaza e vedrebbe allontanarsi sempre di più l'orizzonte per un cessate il fuoco.

“La politica americana e quella israeliana in questo momento hanno interessi divergenti. Gli Stati Uniti vorrebbero una soluzione politica, negoziati per il rimpatrio degli ostaggi e che l'Autorità nazionale palestinese prendesse il controllo di Gaza. Gli israeliani non sono interessati in una soluzione politica ma in una soluzione militare”, ha spiegato lo storico dell'Università UCLA, James Gelvin. Nonostante questo, dopo essersi astenuti e aver permesso l'approvazione della risoluzione Onu che chiede un cessate il fuoco da parte del consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, gli Usa hanno posto il veto alla richiesta palestinese di diventare uno stato a tutti gli effetti membro dell'Onu.

Per questo gli Stati Uniti stanno puntando principalmente sull'inasprimento delle sanzioni internazionali contro Teheran. Già gli iraniani sono colpiti duramente dalle misure internazionali, inasprite dopo il ritiro unilaterale di Trump del 2018, dall'accordo sul nucleare, voluto dall'ex presidente Obama. Nelle prossime ore saranno approvate nuove sanzioni da Usa e Ue che colpiranno direttamente il programma missilistico e di droni iraniano, così come figure specifiche tra i pasdaran iraniani coinvolti in questi programmi e nel programma nucleare.

Israele vorrebbe anche che le Guardie rivoluzionarie iraniane (Irgc) venissero inserite nelle liste dei gruppi terroristici. Potrebbero essere presi anche provvedimenti ulteriori per limitare l'esportazione di petrolio iraniano. Il settore, centrale per l'economia iraniana, è già colpito dalle misure che impediscono anche a paesi terzi di fare affari con Teheran senza incappare nelle sanzioni internazionali.

Con i raid israeliani contro l'Iran in risposta agli attacchi iraniani del 13 aprile si rischia di entrare nella spirale dell'escalation di un conflitto che già ha visto i due paesi confrontarsi per procura, clandestinamente, negli ultimi anni. La minaccia di un conflitto su larga scala potrebbe potenzialmente costituire una minaccia esistenziale per entrambi i paesi. Per questo sia Tel Aviv sia Teheran, nonostante vogliano dimostrare la loro capacità militare, sono anche impegnati a evitare danni e morti che possano favorire lo scoppio di una guerra su larga scala.

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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente. Insegna Stato e Società in Nord Africa e Medio Oriente all’Università di Milano e Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze politiche all’Università di Londra (Goldsmiths), è autore tra gli altri de “Taccuino arabo” (Bordeaux, 2022), “Le primavere arabe” (Routledge, 2022), Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), Il grande Iran (Padova University Press, 2018).
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