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Iran nel caos, “oltre 200 morti” negli scontri. Trump: “Pronti ad aiutare i manifestanti”

Le proteste in Iran, giunte al quattordicesimo giorno, si sono estese a tutto il Paese e affrontano una repressione durissima. Con internet quasi del tutto oscurato, si moltiplicano le testimonianze di morti e arresti. Gli Stati Uniti sostengono i manifestanti, mentre Teheran accusa Israele e l’Occidente di destabilizzazione.
A cura di Biagio Chiariello
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Le proteste in Iran
Le proteste in Iran

L’Iran vive uno dei momenti più delicati e tesi degli ultimi decenni. Le proteste contro il carovita e il regime, iniziate due settimane fa, si sono trasformate in una mobilitazione di massa che attraversa il Paese da Teheran a Tabriz, da Mashhad a Shiraz, mettendo in discussione la tenuta stessa della Repubblica islamica.

La risposta delle autorità è stata durissima. Secondo testimonianze raccolte da media internazionali e ong, nelle ultime notti le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti. Un medico di Teheran, citato dalla rivista Time, ha riferito che sei ospedali della capitale avrebbero registrato 217 manifestanti uccisi, in gran parte colpiti da proiettili veri. Le strutture sanitarie sarebbero ormai al collasso, mentre continuano arresti e perquisizioni. La magistratura ha annunciato che i procedimenti contro i rivoltosi saranno condotti “senza clemenza”, definendo tutti i partecipanti “nemici” dello Stato.

Parallelamente, il regime ha imposto un blackout quasi totale di internet. Secondo Netblocks, la connettività è ridotta a circa l’1% del livello abituale da oltre 48 ore. Nonostante questo, immagini e video continuano a filtrare: cortei notturni, slogan contro la Guida Suprema Ali Khamenei, pentole battute dai balconi e clacson in segno di sostegno. La premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi ha avvertito del rischio di un “massacro sotto la coltre di un blackout totale”.

Sul piano politico e militare, la tensione si estende oltre i confini iraniani. Le autorità accusano Stati Uniti e Israele di orchestrare una “guerra dall’esterno”. L’esercito e i Pasdaran hanno dichiarato di essere in stato di massima allerta e di considerare la sicurezza del Paese una “linea rossa”. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto che un eventuale attacco iraniano avrebbe “conseguenze orribili”.

Da Washington, il presidente Donald Trump ha più volte preso posizione a favore dei manifestanti. “L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare”, ha scritto su Truth, rilanciando anche un messaggio del senatore Lindsey Graham che avverte Teheran che la brutalità non passerà inosservata. Sulla stessa linea il segretario di Stato Marco Rubio, che ha ribadito il sostegno americano al “coraggioso popolo iraniano”.

La mobilitazione ha trovato eco anche all’estero. A Londra, durante una manifestazione, un attivista ha sostituito per alcuni minuti la bandiera della Repubblica islamica sull’ambasciata iraniana con quella dell’ex monarchia, tra gli applausi della folla. A Roma, circa 400 persone si sono radunate a Largo di Torre Argentina per chiedere un Iran “libero, democratico e laico”. L’organizzatore Shahin Ghods ha parlato di un regime “sull’orlo del collasso” e ha evocato apertamente un ritorno a una monarchia costituzionale.

Intanto, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha invitato i cittadini a intensificare la pressione sul regime, chiedendo scioperi nazionali e una presenza costante nelle piazze. In risposta, il governo ha annunciato per lunedì una grande contro-manifestazione filo-governativa, mentre la polizia ha esortato le famiglie a “controllare i propri figli”, segnalando una tolleranza zero verso ogni forma di protesta.

Secondo fonti diplomatiche della regione, i prossimi giorni saranno decisivi. Il protrarsi delle manifestazioni potrebbe spingere le autorità a una repressione ancora più violenta, mentre cresce, dentro e fuori l’Iran, la sensazione che questa volta la crisi abbia una portata diversa dal passato.

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