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Iran, l’analista: “Le proteste non bastano, il futuro potrebbe essere ancora più duro e meno libero”

L’Iran è attraversato da nuove proteste nate da una profonda crisi economica: inflazione, crollo della moneta e carenza di beni essenziali spingono la popolazione in strada. Le mobilitazioni riaprono interrogativi sulla tenuta del regime e sugli scenari futuri. L’analisi di Tiziano Marino, CeSPI.
Intervista a Tiziano Marino
Analista associato al CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale)
A cura di Davide Falcioni
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La Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei
La Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei

Dalle proteste per il prezzo delle uova del 2017–2018 al movimento "Donna, Vita, Libertà" del 2022, fino alle rivolte di oggi. L’Iran di questo inizio 2026 è attraversato da nuove proteste che, a differenza di quelle di quasi quattro anni fa, nascono da una crisi economica sempre più profonda e sistemica. Inflazione fuori controllo, crollo della moneta, blackout e difficoltà di accesso ai beni essenziali hanno riportato in strada fasce ampie della popolazione, riaprendo il dibattito sulla tenuta della Repubblica Islamica e sulle sue prospettive future.

Ma quanto è realistico parlare di un punto di rottura del regime? E quali scenari si aprirebbero in caso di un suo indebolimento o collasso? Tra ipotesi di militarizzazione del potere, frammentazione dell’opposizione e interferenze esterne, il futuro iraniano appare tutt’altro che lineare.
Ne abbiamo parlato con Tiziano Marino, analista geopolitico del CeSPI, che a Fanpage.it ricostruisce le cause delle rivolte in corso, ne spiega le differenze rispetto ai cicli di protesta precedenti e analizza, senza semplificazioni, i possibili esiti politici e regionali della crisi iraniana.

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Dottor Marino, quali sono le cause delle rivolte di questi giorni in Iran e quali le differenze principali rispetto a quelle degli anni scorsi, in particolare rispetto al movimento Donna Vita Libertà del 2022?

Le proteste attuali ricalcano in larga parte un copione già visto, soprattutto nel ciclo 2017–2018, le cosiddette proteste “del prezzo delle uova”. Il punto di partenza è essenzialmente economico. L’Iran è un Paese che si trova in una fase di collasso strutturale del proprio sistema economico: una crisi profonda e difficilmente risolvibile nel breve periodo, anche per la composizione stessa dell’economia iraniana. Parliamo di un sistema dominato dalle fondazioni religiose e para-statali, con una presenza pervasiva dei Guardiani della Rivoluzione nel controllo degli asset e dei settori strategici, e con un settore privato che non si è mai realmente sviluppato. A questo si aggiungono una moneta che si deprezza in modo sistematico e un’inflazione sui beni primari ormai fuori controllo: in questi giorni, per fare un esempio concreto, il prezzo dell’olio è raddoppiato.

Insomma, ragioni prevalentemente economiche.

Le proteste sono scoppiate per questo. Blackout, difficoltà di accesso ai servizi essenziali, salari erosi dall’inflazione: la popolazione è scesa in strada per chiedere risposte immediate su bisogni fondamentali. La differenza rispetto al 2022 è netta. Le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini erano incentrate sul ruolo delle donne, delle minoranze, sull’obbligo del velo e, più in generale, sulla dimensione dei diritti civili e delle imposizioni ideologiche del regime. Qui siamo davanti a una protesta che nasce da esigenze materiali, dal costo della vita, dalla sopravvivenza quotidiana. È chiaro che queste rivendicazioni possono poi evolvere in richieste politiche radicali, anche di cambio di regime, ma la scintilla iniziale resta economica.

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Alcuni osservatori sostengono che il regime possa essere vicino a un punto di rottura. È una lettura realistica o il sistema resta ancora solido?

Questo è il nodo centrale. È difficile immaginare un collasso del regime determinato esclusivamente da una crisi economica, per quanto grave. Il motivo principale è l’assenza di un fronte d’opposizione unito. Le opposizioni sono estremamente frammentate, ciascuna con priorità e obiettivi diversi, spesso incompatibili tra loro. In queste condizioni, un cambio di regime appare poco probabile nel breve periodo.

Uno scenario più realistico, invece, è quello di una ulteriore militarizzazione del sistema. Una sorta di "soluzione pakistana", per usare un riferimento regionale: l’emergere di un uomo forte proveniente dagli apparati militari o di sicurezza, capace di assumere formalmente la guida del Paese. È un’ipotesi che circola da tempo e che potrebbe diventare più concreta se la crisi dovesse aggravarsi. Non si tratterebbe di una democratizzazione, ma di una riorganizzazione del potere in chiave ancor più autoritaria.

Ogni volta che esplodono proteste in Iran riemerge il tema di un possibile ruolo delle potenze straniere. È solo "complottismo" o c’è del vero?

Che esista un interesse di attori esterni a un indebolimento o alla caduta della Repubblica Islamica è un dato di fatto. Dal 1979 a oggi l’Iran ha accumulato nemici regionali e internazionali, ed è ovvio che quanto accade nel Paese venga osservato con estrema attenzione. Anche attraverso la diaspora, ciascun attore cerca di influenzare gli sviluppi nella direzione che ritiene più favorevole. Questo fa parte della normale dinamica della politica internazionale.

Detto questo, è importante non rovesciare il rapporto causa-effetto. Le proteste nascono da problemi reali e interni: commercianti e lavoratori del terziario che importano beni e non riescono più a venderli, famiglie che non possono acquistare prodotti essenziali. L’interesse esterno esiste, ma non è l’origine della protesta.

In questo contesto si è diffusa online una narrazione che parla di un ritorno della monarchia, con slogan pro-Pahlavi in video delle proteste. Che lettura dai di questo fenomeno?

È un tema molto interessante. Alcuni attori esterni utilizzano da tempo il fronte monarchico, spesso in parallelo con il tema delle minoranze, come strumento per delegittimare la Repubblica Islamica.

Esiste davvero una prospettiva di ritorno alla monarchia?

Il fronte monarchico esiste, ma non gode di un ampio consenso all’interno del Paese. È difficile immaginare che la famiglia Pahlavi possa rappresentare una reale alternativa di governo. Proprio per questo, l’interpretazione secondo cui la diffusione di slogan monarchici possa essere una forma di manipolazione è plausibile. È una narrazione che può essere utile anche al regime stesso: presentare le proteste come nostalgiche della monarchia consente di screditarle internamente e di raffreddare il consenso.

Quando parla di attori esterni che potrebbero spingere questa narrazione monarchica, a chi ti riferisci concretamente?

Senza dubbio a diversi attori regionali e internazionali che considerano l’Iran un rivale strategico. Parliamo sia di attori regionali sia di attori extra-regionali. La Repubblica Islamica è sanzionata da Stati Uniti e Unione Europea ed è in conflitto aperto con diversi Paesi della regione. In questo quadro, Israele e Arabia Saudita sono due attori chiave che hanno un interesse evidente a un indebolimento di Teheran.

Il punto però è un altro: anche se il regime dovesse collassare, non è affatto detto che ciò produca l’esito auspicato da questi attori. Il rischio concreto è che emerga un regime militare, non necessariamente più dialogante o più allineato agli interessi occidentali.

Il principe ereditario Reza Pahlavi. Solo una parte minoritaria dei manifestanti chiede il ritorno della monarchia.
Il principe ereditario Reza Pahlavi. Solo una parte minoritaria dei manifestanti chiede il ritorno della monarchia.

Quindi chi spera che dalle proteste emerga rapidamente un Iran democratico rischia di farsi illusioni?

Sì, direi che è una lettura fortemente ottimistica, se non un vero e proprio wishful thinking. La costruzione di un sistema democratico richiede tempo, istituzioni, leadership, compromessi sociali. Non nasce da una protesta, per quanto ampia. Nello stato attuale delle cose, di fronte a un regime che risponde con la repressione, l’esito più probabile non è una repubblica parlamentare, almeno non nel breve periodo. Pensare il contrario significa non tenere conto delle dinamiche reali del potere in Iran.

Vede un ruolo di Russia e Cina nella difesa dell’attuale regime?

Russia e Cina osservano con attenzione e certamente non vedono di buon occhio un collasso improvviso della Repubblica Islamica. Tuttavia, è improbabile che intervengano in modo diretto per "salvare" il regime qualora perdesse legittimità interna. Più realisticamente, stanno già cercando nuovi interlocutori all’interno del sistema iraniano.

Il loro obiettivo non è difendere una specifica architettura istituzionale, ma mantenere l’Iran allineato ai propri interessi strategici. In questo senso, sono attori pragmatici: si adatteranno a qualsiasi assetto di potere emerga, purché resti compatibile con le loro priorità.

Torniamo all’opposizione interna iraniana: perché è così frammentata e quali alternative reali esistono oggi?

Nel 2022 ci si poneva già questa domanda. Allora i centri della protesta erano le università e i grandi centri urbani, con una partecipazione di classi sociali istruite che però non sono riuscite a produrre una leadership unitaria. Oggi il quadro è diverso: la protesta viene da settori sociali spesso più poveri, da aree periferiche e depresse del Paese.

Nonostante ciò, anche questa volta non emerge un fronte comune. Le minoranze etniche spingono per maggiore autonomia, se non per il distacco; una parte della società chiede la laicizzazione dello Stato; un’altra è legata per interesse economico agli apparati militari; i monarchici restano marginali; i democratici esistono, ma non sono dominanti. Questa frammentazione è una delle principali risorse del regime, che da anni gioca su queste divisioni.

In questo scenario, che cosa significherebbe concretamente una ulteriore militarizzazione dell’Iran?

Parliamo di un Paese che è già ampiamente militarizzato, ma un ulteriore passo in questa direzione significherebbe concentrare ancora di più risorse e potere nel settore militare. Sarebbe uno Stato meno disposto al dialogo con le diplomazie euro-atlantiche, più chiuso sul piano interno e più repressivo nei confronti dell’opposizione.

La logica sarebbe quella dell’uomo forte: ristabilire l’ordine attraverso arresti, condanne, esecuzioni e una repressione sistematica. Sul piano internazionale, un Iran così potrebbe diventare un partner ancora più interessante per la Russia, mentre i margini di interlocuzione con l’Occidente si ridurrebbero ulteriormente.

Un’ultima questione: le minacce di Donald Trump di intervenire se le violenze contro la popolazione dovessero aumentare. Quanto c’è di reale?

Il tema è complesso. All’interno degli Stati Uniti esistono divisioni profonde: una parte del Partito Repubblicano è storicamente contraria a interventi diretti, un’altra vede nel cambio di regime in Iran un obiettivo strategico. Il dibattito è aperto anche a Washington.

Non si può escludere del tutto un intervento, ma è più realistico immaginare azioni limitate e mirate nel corso del 2026: operazioni brevi, volte a colpire vertici militari o potenziali pretendenti al potere, più che un’invasione su larga scala. I cosiddetti boots on the ground, ovvero un'invasione di terra, non sembrano un’opzione concreta.

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