Iran e la minaccia alle basi Usa in Europa, l’analista: “Missili di Teheran potrebbero colpire il Sud”
L’Iran potrebbe tentare di attaccare installazioni militari nell’Europa meridionale, soprattutto se alcuni Paesi adottassero nuove misure contro Teheran. A sostenerlo è Ehud Eilam, analista militare ed esperto di sicurezza nazionale, già in forza al ministero della Difesa israeliano e autore di Israel’s New Wars. Il fallito attacco contro la base anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, spiega Eilam a Fanpage.it, ha mostrato che i missili iraniani possono coprire distanze maggiori di quanto si ritenesse.
Il regime di Teheran è economicamente indebolito e diviso al proprio interno. Ma Israele, se con gli USA “ha inflitto duri colpi” all’apparato militare, industriale e nucleare iraniano, “non può rovesciare la leadership di Teheran né ottenere una vittoria definitiva contro tutti i suoi nemici”.
Per uscire da una guerra permanente su più fronti, sostiene Eilam, il governo israeliano dovrà riconoscere limiti all’uso della forza e considerare il ritiro dalla Striscia di Gaza, e dalle aree occupate in Libano e Siria. “È la scelta necessaria per interrompere uno stallo sempre più costoso”. Una svolta che potrà arrivare solo dopo le elezioni del 27 ottobre. Forse.
L’Iran sta valutando attacchi contro installazioni militari statunitensi in Europa, ha scritto il Financial Times. Minaccia credibile oppure guerra psicologica?
Il 20 marzo 2026, nel pieno della guerra, l’Iran ha cercato di colpire una base aeronavale congiunta statunitense e britannica nell’Oceano Indiano (la base di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos, ndr). Nessuno dei due missili lanciati ha raggiunto l’obiettivo (secondo le informazioni disponibili, uno ebbe un’avaria durante il volo, mentre l’altro fu intercettato o comunque ingaggiato da una nave statunitense con un missile SM-3, ndr). La base si trova a circa 4.000 chilometri dall’Iran. Teheran ha dimostrato che i suoi missili hanno una gittata superiore a quanto si riteneva. Potrebbe anche colpire l’Europa, o minacciare di farlo. Soprattutto se Paesi europei adottassero misure ostili.
Colpire cosa? Il sud del continente? Le basi americane in Bulgaria? Cipro?
Le capacità dell’industria militare iraniana, in particolare nella produzione di missili e droni, sono state ridimensionate durante la guerra. Teheran sta cercando di ricostituirle e potrebbe tentare di aumentare la gittata dei propri missili e droni, così da poter raggiungere parti dell’Europa o la base britannica a Cipro. Ma finché non sarà in grado di produrre armi nucleari, la minaccia per l’Europa non sarà devastante.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso i rapporti commerciali e finanziari con l’Iran, dopo l’ennesimo attacco missilistico contro loro territori. Quanto è dannosa questa rottura per la Repubblica islamica?
Gli Emirati hanno detto basta, dopo essere stati il bersaglio, quest’anno, di oltre 500 missili e 2.000 droni iraniani. Con la sospensione degli scambi commerciali, Teheran perde, almeno per il momento, il florido commercio con la federazione, e un canale fondamentale delle rotte commerciali clandestine con cui aggira le sanzioni internazionali.
Secondo alcune fonti, oltre l’80 per cento delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuz passa oggi dalle acque dell’Oman, sotto la protezione degli Stati Uniti. L’Iran ha perso il controllo dello Stretto di Hormuz?
La situazione è confusa e cambia continuamente. Ma l’Iran può colpire in qualsiasi momento in tutto lo Stretto di Hormuz e nel Golfo, prendendo di mira qualunque nave si trovi in quelle acque.
L’offensiva statunitense e israeliana è iniziata quando il regime iraniano era economicamente debole e politicamente screditato. Non è che l’attacco lo ha salvato?
L’economia iraniana si trova ora in condizioni peggiori rispetto a prima della guerra. E l’élite ha subito colpi molto pesanti. Il regime è sopravvissuto, ma è scosso. Cerca di mostrarsi forte. Non sono chiare le condizioni della Guida suprema. Non si sa se esercita ancora la propria influenza e in quale misura. Le diverse fazioni si combattono tra loro. Le divisioni interne potrebbero compromettere il controllo del Paese da parte del regime.
Con l’attacco all’Iran, Israele ha conquistato una maggiore sicurezza strategica oppure ha semplicemente sostituito una guerra ibrida con un conflitto regionale diretto e senza una fine prevedibile?
Dal 2024 il conflitto tra Israele e Iran combina la guerra sotto traccia in corso da decenni – per esempio attraverso offensive informatiche – con attacchi militari diretti.
Israele ha ottenuto alcuni risultati, infliggendo gravi colpi all’élite, al programma nucleare, all’industria e alle forze armate di Teheran. Con l’appoggio degli USA e di altri Paesi. Talvolta anche senza. Ma da solo non può rovesciare il regime iraniano.
Gli attacchi quasi quotidiani di Israele su Gaza servono a impedire il riarmo di Hamas o, più semplicemente, a impedire che il cessate il fuoco diventi permanente?
Rallentano il riarmo di Hamas e ne colpiscono i comandanti. È una guerra di logoramento continua. Il cessate il fuoco è fragile, così come lo è l’intera situazione nella Striscia. Per vedere qualche progresso nella ricostruzione serviranno anni. E la guerra su larga scala potrebbe riprendere in qualsiasi momento.
Perché Israele continua a colpire il Libano meridionale? Non gli bastano gli altri fronti?
Dal 2024, Israele è riuscito a ridurre notevolmente la potenza di Hezbollah in Libano, ma non può distruggerlo. Il gruppo rappresenta oggi una minaccia molto minore, ma riesce ancora a provocare vittime e danni.
Sono in corso colloqui tra Israele e Libano, ma quest’ultimo potrebbe non avere la volontà e certamente non ha la capacità di costringere Hezbollah a disarmare. Israele continuerà a essere impegnato sul fronte libanese, oltre che sugli altri.
Nel suo libro “Israel’s New Wars” lei analizza come Israele si sia adattato alle minacce di Iran, Hezbollah e Hamas. Ma questo adattamento non lo ha intrappolato in una guerra permanente contro tutti e tre?
Israele si è adattato a combatterli, ma ottenere una vittoria netta è estremamente difficile, persino contro il suo nemico più debole, Hamas. A maggior ragione contro l’Iran. Israele può evitare una guerra senza fine con uno sforzo serio per raggiungere una forma di distensione, almeno su alcuni fronti.
E che deve fare, Israele, per arrivare alla “distensione”?
Accettare limiti all’uso della forza e concessioni in cambio di un processo che possa stabilizzare e rendere sicuri i suoi confini .
Ci sono concessioni possibili? Quali?
Israele può considerare di ritirarsi dalle aree conquistate in Libano, in Sira e nella Strisicia di Gaza.
Il vostro attuale governo non è intenzionato a concedere alcunché.
Riconosco che passi del genere comportano un rischio. Ma varrebbe davvero la pena di correrlo, per favorire un processo che consenta al Paese di uscire da uno stallo sempre più costoso
Il primo ministro Netanyahu ha interesse a prolungare la guerra su tutti i fronti?
Di certo ha un interesse politico a presentarsi agli israeliani come l’unico leader capace di affrontare i problemi di sicurezza nazionale del Paese, ricorrendo sia alla forza sia alla diplomazia.
Per ogni passo distensivo, per eventuali concessioni, bisogna aspettare il risultato delle elezioni del 27 ottobre?
Dopo il voto, il nuovo governo dovrebbe fare i compromessi indispensabili per tornare a una realtà più stabile, di cui Israele ha urgente necessità. Molti israeliani si opporrebbero. Ma il Paese ha bisogno di tempo per riposarsi, riprendersi e concentrarsi sui suoi tanti problemi interni.