Nuovi raid USA sull’Iran, l’analista Dentice: “Stati Uniti in un vicolo cieco, la guerra ha rafforzato Teheran”
I raid americani sull'Iran sono ripresi la scorsa notte, riaccendendo i riflettori su uno scacchiere mediorientale sempre più instabile: l'attacco condotto dagli USA all'isola di Larak, snodo marittimo cruciale nello Stretto di Hormuz, solleva nuovi interrogativi sugli obiettivi di Washington e soprattutto sull'effettiva efficacia di una strategia che, da sei mesi a questa parte, sembra aver ottenuto l'effetto opposto: compattare il regime di Teheran e indebolire sempre di più la Casa Bianca, per non parlare delle conseguenze economiche su quelli che – almeno formalmente – sarebbero ancora gli alleati degli Stati Uniti; basta guardare quale era l'andamento del prezzo del petrolio questa mattina.
Mentre l'amministrazione americana tenta di piegare l'Iran attraverso la pressione militare per giustificare una spietata guerra economica, i vertici del Pentagono e della CIA frenano. Il timore dei militari è quello di essersi ormai infilati in un vicolo cieco, un vero e proprio "cul de sac" da cui sarebbe impossibile uscire senza conseguenze devastanti. In questo scenario di tensione altissima, dove le dinamiche militari si intrecciano con quelle politiche, si inseriscono le minacce asimmetriche di Teheran – che guardano fino alle porte del Sud Europa – e l'agenda autonoma di Israele: il governo di Benjamin Netanyahu, infatti, prosegue le sue operazioni nel sud del Libano, puntando però il suo vero mirino politico sulla Cisgiordania.
Per comprendere le vere logiche dietro l'ultima mossa degli Stati Uniti e decifrare i piani dei principali attori in campo, Fanpage.it ha intervistato Giuseppe Dentice, analista esperto di Medio Oriente dell'Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed).
Come dobbiamo interpretare questa nuova ripresa dei raid statunitensi sull'Iran? Si tratta di un'operazione mirata o dell'inizio di un'azione su vasta scala?
Non siamo di fronte a un cambio di strategia né all'inizio di una nuova fase su vasta scala. Si tratta, in sostanza, della prosecuzione di dinamiche già note nei mesi scorsi. Le operazioni militari si riattivano in base alle esigenze del piano politico: gli Stati Uniti hanno bisogno di raggiungere un'intesa e cercano di farlo attraverso la solita leva della deterrenza per piegare l'Iran.
Tuttavia, questa strategia difficilmente funzionerà come non ha funzionato nei mesi passati. Al contrario, ha finito per rafforzare il regime di Teheran, che mantiene tutte le armi a propria disposizione – compreso il controllo sullo Stretto di Hormuz – per esercitare pressione a sua volta su Washington. Insomma, l'amministrazione americana sta ripetendo uno schema già visto senza ottenere i risultati sperati. L'attacco serve anche a giustificare l'avvio della guerra commerciale e delle sanzioni per isolare il regime, un obiettivo che oggi appare molto difficile e lontano da raggiungere. Non a caso gli stessi vertici militari americani hanno ricordato più volte che le scorte sono ridotte e che gli attacchi non possono produrre nuovi effetti strategici rispetto a quelli già raggiunti.
Perché l'attacco si è concentrato proprio sull'isola di Larak?
L'isola di Larak si trova in una posizione strategica cruciale, lungo la fase di passaggio e di uscita dallo Stretto di Hormuz. È un punto fondamentale per l'ingresso e il transito del naviglio internazionale. Secondo le dichiarazioni ufficiali di Washington, l'attacco alle postazioni iraniane sull'isola serviva a prevenire una possibile controffensiva guidata dai Pasdaran contro le navi nello stretto. Al di là delle motivazioni ufficiali, colpire Larak significa intervenire direttamente sul nodo nevralgico del commercio marittimo dell'area.
Secondo un retroscena giornalistico pubblicato questa mattina dal Washington Post, i vertici militari USA avrebbero messo in guardia l'amministrazione Trump dal prolungare le operazioni contro Teheran. Perché lo avrebbero fatto?
I vertici militari statunitensi e la stessa CIA sono sempre stati molto riottosi all'idea di lanciare o prolungare questo conflitto, mostrando scetticismo verso i piani proposti dal governo israeliano e dal Mossad. Le forze armate americane hanno avvertito la Casa Bianca che un'iniziativa prolungata rischierebbe di trasformarsi in un cul de sac, uno stallo da cui sarebbe poi difficilissimo uscire.
La capacità di deterrenza americana in questo momento non è tale da risultare incisiva contro l'Iran. Se dal punto di vista strettamente militare gli USA non hanno perso la guerra, dal punto di vista politico la situazione è diversa. Washington non può permettersi un conflitto lungo, mentre l'Iran – pur con gli innumerevoli problemi e difficoltà interne che affronta – si trova in una posizione proporzionalmente più favorevole per sostenere una guerra di logoramento e contrattaccare.
L'Iran potrebbe davvero prendere di mira le basi americane nel Sud Europa, come minacciato nelle scorse settimane?
Alcune avvisaglie si sono già viste all'inizio del conflitto: missili e droni iraniani hanno colpito aree come Cipro, l'Azerbaigian e la Turchia. Pur essendo distanti dalla terraferma dell'Europa meridionale, Cipro fa comunque parte dell'Unione Europea, e questo è già un segnale.
Non è dato sapere se Teheran abbia la reale capacità di colpire l'Europa del Sud con missili balistici intercontinentali. Tuttavia, l'Iran può ricorrere ad altri strumenti asimmetrici, come la minaccia terroristica. Già in passato si sono verificati episodi di questo tipo in territorio europeo, come l'attentato orchestrato da Hezbollah contro turisti israeliani in Bulgaria nel 2012. La minaccia è quindi credibile se riferita a dinamiche asimmetriche o all'azione dei proxy regionali (come Hezbollah o gli Houthi, pur con le loro agende autonome), ma non bisogna sovrastimare le reali capacità militari convenzionali dell'Iran.
Oggi Israele ha ripreso a colpire il sud del Libano. C'è un coordinamento con le ultime mosse statunitensi o si tratta di operazioni slegate?
Si tratta di dinamiche sostanzialmente slegate. Israele sta facendo una corsa a sé stante e ha continuato a colpire il Libano meridionale anche nelle scorse settimane con azioni localizzate. Netanyahu non vuole farsi trascinare direttamente in una guerra aperta tra Stati Uniti e Iran: a lui serviva soprattutto creare un contesto di caos controllato in funzione anti-iraniana.
Oggi la vera priorità politica ed elettorale di Netanyahu non è l'Iran in sé, ma il controllo del Libano meridionale e soprattutto la Cisgiordania. È lì che si gioca la partita decisiva per la sua sopravvivenza politica.