Inondazioni Nepal e Tibet, 919 morti e 4.793 dispersi: quasi mille operai intrappolati nei tunnel idroelettrici
È salito ad almeno 919 morti e 4.793 dispersi il bilancio delle vittime delle catastrofiche inondazioni che mercoledì scorso hanno investito la regione di confine tra Nepal e Cina. Lo hanno comunicato questa mattina le autorità di Katmandu e Pechino, mentre proseguono le ricerche di eventuali dispersi e i soccorritori stanno conducendo una vera e propria lotta contro il tempo per trarre in salvo 933 lavoratori che risultano intrappolati nei tunnel di alcuni impianti idroelettrici del Nepal. Intanto, stando a quanto riferito dalla polizia, negli ultimi giorni le autorità del Nepal meridionale sono state costrette a seppellire 199 corpi non identificati in mezzo a una foresta, a causa dell'esaurimento delle scorte mediche necessarie per conservare i resti in vista delle analisi del DNA.
Nel corso del weekend sono stati intensificati gli sforzi per soccorrere le persone rimaste intrappolate nel tunnel della centrale idroelettrica Upper Trishuli 3A, nel distretto di Nuwakot. "Gli sforzi per soccorrere le persone intrappolate all'interno del tunnel dell'Upper Trishuli 3A Hydropower Project sono stati intensificati, compresi i tentativi degli ingegneri dell'esercito nepalese di effettuare operazioni di brillamento", ha riferito il ministero dell'Energia.
Secondo il Kathmandu Post, l'esercito ha individuato la parte superiore del tunnel dopo tre giorni di lavori e ha aperto un varco di circa 60 per 90 centimetri. Una squadra è riuscita a introdursi utilizzando delle corde, ma dall'interno non è arrivata alcuna risposta. I soccorritori stanno cercando di portare mezzi pesanti e ampliare l'apertura attraverso operazioni di brillamento. L'esercito stima che almeno 35 persone possano essere intrappolate nel tunnel di Trishuli 3A, ma centina di altre si trovano in decine di altri tunnel sparsi per il Paese e di ora in ora aumenta il rischio che queste centinaia di operai possano perdere la vita.
Nel frattempo la eco della tragedia in Nepal per il collasso di un ghiacciaio ha riacceso le proteste dall'altra parte del mondo, in Argentina, contro la riforma voluta dal governo di destra di Javier Milei. La normativa, approvata ad aprile, permette alle province di autorizzare progetti minerari nelle aree periglaciali, allentando le tutele introdotte nel 2010 a difesa delle risorse idriche e di 16.968 bacini glaciali.
Tra il 18 e il 20% degli argentini dipende in modo diretto dall'acqua di disgelo, dice Agostina Rossi Serra di Greenpeace, avvertendo che quanto accaduto in Asia è un anticipo di ciò che sta succedendo a livello globale. Lo sviluppo estrattivo per litio, rame e oro, spinto dalle nuove agevolazioni fiscali statali, desta allarme per il possibile inquinamento chimico delle falde acquifere in ecosistemi già pesantemente colpiti dal ritiro dei ghiacci. La provincia di La Pampa e diverse organizzazioni ambientaliste hanno presentato un ricorso collettivo per bloccare il provvedimento. Secondo Cristian Fernández della fondazione FARN, la riforma è palesemente incostituzionale e favorisce decisioni discrezionali ad alto rischio ambientale. "Tragedie come quelle del Nepal devono aprire gli occhi di tutti", ha concluso l'esperto.