In Iran un post sui social costa la vita alla 23enne Najmeh Amini: condannata a morte perché “blasfema”
La studentessa iraniana Najmeh Amini, 23 anni, è stata condannata a oltre 12 anni di reclusione e alla pena di morte. La sua colpa è quella di aver scritto un post sui social giudicato "blasfemo" dal regime degli ayatollah. Ora si trova nel carcere di Vakilabad, nel nord-est dell'Iran, noto per essere il luogo in cui si effettuano le esecuzioni dei dissidenti.
Amini era stata arrestata durante le proteste nazionali di gennaio, ma a firmare la sua condanna a morte sono state le parole pubblicate online. E secondo quanto spiega a Fanpage.it il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, non è un caso che accada proprio adesso: "Negli ultimi 15 giorni le autorità iraniane hanno impiccato cinque persone che avevano preso parte alle proteste di gennaio e altri due prigionieri politici. Negli ultimi giorni, sono stati condannati a morte una ‘blasfema' e un avvocato per i diritti umani".
L'appello di Amini: "Ascoltatemi"
Amini è stata condannata nell'ambito di due diversi processi. Nel procedimento davanti al tribunale penale è stata condannata a 12 anni, sei mesi e un giorno per aver agito contro la sicurezza nazionale e di aver diffuso propaganda anti-regime.
Il Tribunale Rivoluzionario Islamico, invece, l'ha condannata a morte con l'accusa di insulto al profeta. L'accusa è stata formulata in seguito a un monitoraggio online da parte della polizia informatica iraniana (FATA).
In una registrazione audio successiva all'arresto, e attribuita dal Guardian ad Amini, la 23enne ha lanciato un appello alla comunità internazionale, e nello specifico alle Nazioni Unite, chiedendo di non voltarsi dall'altra parte davanti al suo caso: "Oggi non voglio fare la figura dell'eroina. Voglio solo una cosa: che la mia voce sia ascoltata. Sono una ragazza innocente con tante speranze e sogni. Ho dei genitori che mi aspettano. Una famiglia che ogni notte, con la paura di perdermi, trasforma la propria notte in un mattino".
I genitori, però, da tempo non sanno in che condizioni versi la loro figlia e hanno saputo dell'accusa di blasfemia solo in maniera ufficiosa dall'ong Human Rights Activists in Iran (HRAI).
Amnesty: "In Iran è architettura della repressione"
Nella notte tra 8 e 9 gennaio si è consumata una delle repressioni più violente mai avvenute sotto il regime degli ayatollah. In quell'occasione, migliaia di iraniane e iraniani che erano scesi in piazza per manifestare sono stati uccisi sommariamente, e un numero ancora imprecisato è stato arrestato. I detenuti non sanno quando moriranno: le loro esecuzioni avvengono a ondate e risentono del conflitto iniziato il 28 febbraio con l'attacco congiunto di Iran e Israele.
In queste settimane la violenza si sta facendo più intensa, come conferma Noury: "La repressione in Iran si inasprisce sempre di più, mentre la sorte delle persone che periodicamente protestano in massa non interessa più alla comunità internazionale".
Che le autorità iraniane prestino molta attenzione a quello che avviene sui social non è un segreto: periodicamente dispongono un blackout totale di internet proprio per evitare diffusione di informazioni e immagini. "Quando non oscurano Internet e i social, le autorità iraniane monitorano assiduamente le attività e le comunicazioni online alla caccia di contenuti che potranno dare luogo a pretestuose accuse di spionaggio, minaccia alla sicurezza nazionale o, come nel caso di Najmeh Amini, di blasfemia".
Nel rapporto di Amnesty International pubblicato a quattro anni dall'uccisione di Mahsa Jina Amini, per Noury è ben chiaro che ci troviamo davanti "a una vera e propria ‘architettura della repressione', ordinata dai più alti livelli dello stato iraniano e coordinata a livello nazionale e nelle singole province".