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Nidal Hasan verrà fucilato: il caso dell’ex militare condannato a morte negli Stati Uniti

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Nidal Hasan è un ex maggiore, un ex psichiatra dell’esercito statunitense. Il 5 novembre del 2009 è entrato in un edificio medico della base militare di Fort Hood, dove i soldati in partenza per l’Iraq o l’Afghanistan solitamente passavano per sottoporsi ai vari check-up, e ha aperto il fuoco. Una trentina di persone sono rimaste ferite, 13 sono state uccise. Un ufficiale di polizia ha risposto al fuoco, ferendolo e fermandolo. Al processo Hasan ha rifiutato un avvocato, non ha chiamato nessuno a testimoniare a suo favore, né ha negato le accuse. Anzi, ha rivendicato il crimine commesso, dicendo di averlo fatto per protesta contro l’invasione dei due Paesi. Per fermare quei soldati che partivano per andare a uccidere altri musulmani, ha spiegato. Hasan è un cittadino statunitense, di origine palestinese. Nelle indagini è emerso che si fosse radicalizzato online, venendo in contatto con un militante di Al Qaeda, ucciso poi in un raid statunitense in Yemen. Nel 2013 è arrivata la condanna a morte.

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Via libera di Trump alla fucilazione di Hasan

E ieri il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha annunciato che il presidente statunitense, Donald Trump, ha dato via libera all’esecuzione tramite fucilazione. In un post su X si legge:

“Il segretario della Guerra, Pete Hegseth, ha proposto – e il presidente Donald Trump ha approvato – la pena capitale attraverso fucilazione da parte di un plotone dell’esercito per il terrorista condannato Nidal Malik Hasan, il jihadista che ha aperto il fuoco contro soldati disarmati alla base di Fort Hood nel 2009. Ha ucciso 13 persone e ne ha ferite 32, gridando “Allahu Akbar” durante l’attacco. Il segretario dell’esercito definirà l’orario e il luogo dell’esecuzione. Finalmente è arrivato il giorno del giudizio per Hasan”.

Da regolamento, l’esecuzione dovrebbe avvenire nei prossimi 150 giorni. Sarà la prima per mano dell’esercito dal 1961, quando un soldato venne impiccato dopo essere stato condannato per lo stupro e il tentato omicidio di una bambina di 11 anni. Ma già all’epoca erano ormai 15 anni che l’esercito non fucilava nessuno: l’ultima condanna eseguita da un plotone d’esecuzione militare risale al 1945, contro un soldato disertore. Nel frattempo, però, ci sono stati casi di condannati a morte in tribunali civili giustiziati tramite fucilazione, l’ultimo appena un anno fa. La sera del 7 marzo 2025 un uomo di quasi settant’anni è stato messo a morte tramite plotone d’esecuzione, dopo essere stato condannato per aver ucciso con una mazza da baseball i genitori della ex fidanzata.

Le condanne a morte negli USA

Andando a guardare i dati del Death Penalty Information Center aggiornati al 26 settembre 2026, si nota che in tutto il Paese, dal 1977 ad oggi, ci sono state 1.492 esecuzioni tramite iniezione letale, 163 con la sedia elettrica, 19 con la camera a gas, 6 con il plotone d’esecuzione e 3 per impiccagione. Quest’anno, finora, ce ne sono già state in totale 29, l’anno scorso 47. Numeri in aumento, confrontati con i cinque anni precedenti.

Del resto l’amministrazione di Joe Biden aveva commutato quasi tutte le condanne a morte in ergastoli, lasciando solo alcuni detenuti per crimini più gravi nel braccio della morte. Ma appena tornato alla Casa Bianca, tra le decine di decreti esecutivi firmati nel primo giorno di mandato, Trump ne ha anche approvato uno che annullava la moratoria del 2021 sulle esecuzioni federali. Non solo: con un altro decreto ha chiesto ai singoli stati di attivarsi per recuperare le sostanze necessarie alle iniezioni letali, visto che sempre più case farmaceutiche si rifiutavano di fornirle alle prigioni.

Il caso Christa Pike

Proprio il fatto che spesso nelle esecuzioni tramite iniezione letale vengono usate sostanze sperimentali, somministrate da personale che non ha competenze mediche, ha messo spesso in discussione il fatto che possa esistere una pena capitale incruenta e indolore. Il caso di Christa Pike è l’ultimo a ricordarcelo. La donna è sopravvissuta a due iniezioni letali e proprio oggi i suoi avvocati hanno fatto sapere che ha ripreso conoscenza e che parli. È ricoverata in un ospedale dallo scorso 30 settembre, dopo che per due ore si è cercato di somministrarle per via endovenosa del pentobarbital. Gli avvocati hanno detto che le sono state provocate gravi lesioni alle braccia e che la prognosi resta incerta. Sempre oggi è prevista un’udienza per capire se siano stati violati i diritti costituzionali della donna. In altre parole, se sia stata sottoposta a trattamenti crudeli. Come se rimanere nel braccio della morte per 30 anni in attesa di venire uccisa per legge, anche al di là di come la si pensi sulla pena capitale, non sia già di per sé un trattamento crudele.

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