Il gioco artico tra USA, Russia e Cina: perché la questione Groenlandia spaventa la NATO

Fanpage.it pubblica un estratto dell'ultimo libro del giornalista del Tg1 Mario De Pizzo, "Tempesta, Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l'Atlantico", con prefazione Giampero Massolo. Il Capitolo in questione si intitola "Giuk, Bear e l'Artico: il gioco polare".
Come descritto dal primo ministro islandese Bjarni Benediktsson nell’ottobre 2024, “che ci piaccia o no, l’Artico sta rapidamente diventando un teatro di competizione globale e militarizzazione, ed è compito nostro determinare i parametri per lo sviluppo di questa regione”. L’ambiente di sicurezza artico è infatti cambiato politicamente, riflettendo una postura sempre più competitiva. A ovest l’imprevedibilità degli Stati Uniti che mina l’unità della Nato, a est la Russia in atteggiamento belligerante con l’Europa e supportata dalla Cina, desiderosa di accrescere il proprio ruolo nella regione. Quali sono dunque gli interessi delle grandi potenze nell’Artico, soprattutto nella sua dimensione di teatro militare?
Con l’Alaska, gli Stati Uniti detengono il 15% delle sue coste, ma per gli Usa, l’Artide rappresenta la nuova frontiera vulnerabile che palesa la fine del paradigma dei due cuscinetti oceanici che tengono la nazione lontana dai problemi del resto del mondo. L’Alaska è il terminale di una delle rotte più brevi per collegare Asia e America del Nord, dalla Russia Orientale, grazie al cambiamento climatico. Una cosiddetta Great Circle Route – una traiettoria circolare, la tratta più breve tra due punti su una sfera – che è il modo più veloce per collegare due luoghi sulla Terra. Una parabola che fende l’atmosfera come fanno gli aerei, per intenderci. Una rotta dunque appetibile per il traffico mercantile – via del 90% del commercio mondiale – certo, ma anche per il lancio di missili balistici. I nemici degli Stati Uniti, inviando missili lungo questa traiettoria, ridurrebbero il tempo necessario a raggiungere l’obiettivo, ma anche il potenziale di allarme precoce per i loro attacchi.
L’Alaska sta per diventare dunque una componente critica del sistema di difesa balistico a stelle e strisce. Washington è chiamata a occuparsi dell’Artide per difendersi, e inoltre qui può provare a riallacciare dei rapporti con la Russia per evitare che Mosca diventi un Paese satellite di Pechino. C’è poi un’altra ragione. Il cambiamento climatico aprirà sì rotte nei mari, ma anche nuovi spazi nelle terre del Grande Nord. Nei prossimi decenni il Canada raddoppierà infatti la propria superficie agricola e abitabile. Ciò lo renderà una potenza demografica, agricola e alimentare. E allo stesso tempo potrà accrescere la propria disponibilità – già alta – di risorse naturali e di minerali strategici. Un confinante competitivo – la frontiera tra Usa e Canada con i suoi 8.408 km è la più lunga del mondo – che gli Stati Uniti non hanno mai desiderato né mai vorranno. È per questo che Donald Trump ha dichiarato di considerare il Canada il cinquantunesimo Stato della federazione americana, prospettando una preoccupante annessione. Oltre che manifestare a più riprese la volontà di occupare o acquistare la Groenlandia, per sfruttarne le risorse. E perché ritiene l’isola fondamentale per la costruzione del Golden Dome, lo scudo missilistico per intercettare aerei e missili nemici. Dunque, non solo in Canada, lo scioglimento dei ghiacciai libera nuovi spazi, da cui estrarre minerali, terre rare. Spazi insediabili, abitabili, coltivabili. Fanno gola a diversi attori privati, come i fondi di investimento, che vedono in questa nuova frontiera un Eldorado. Non è un caso che tra i primi a parlare della Groenlandia a Donald Trump sia stato l’erede di una dinastia dell’industria della cosmetica, Ronald Lauder. La richiesta fondamentale degli Stati Uniti per la Groenlandia, al di là delle basi militari, è quella di avere diritti di insediamento. Ed è ciò che spaventa di più i danesi e i groenlandesi – una popolazione di 56mila abitanti. Perché basterebbe, infatti, una minima pressione migratoria per rendere gli Inuit una minoranza e rafforzare quindi il pericolo di annessione o colonizzazione.
La Cina dal 2013 ha lo status di osservatore permanente del Circolo polare e si è autodichiarata nel 2018 una nazione del vicinato Artico. Il suo programma principale per la regione dal punto di vista militare è quello di avere la possibilità di esercitare una pressione da nord verso gli Stati Uniti, con la presenza di sottomarini e altri mezzi. Da qui, i legami strutturati con Paesi come l’Islanda, dove i cinesi hanno per esempio costruito un osservatorio spaziale a Karholl già nel 2012. L’Artico è dunque funzionale alla proiezione di leadership globale della Cina. Ciò che va bene qui, potrà poi essere replicato per il dominio dell’Antartide, che è terra più che acqua. Per Pechino, la cooperazione con Mosca in questo quadrante è imprescindibile, e allo stesso tempo il Grande Nord è il luogo in cui può definitivamente legare a sé la Russia, assoggettarla. Prioritario è anche lo sfruttamento delle risorse naturali. Da qui, l’accordo a settembre 2025 con Mosca, per il gasdotto Power of Siberia 2 che partirà appunto dalla penisola di Jamal – nella Siberia Occidentale – per raggiungere il nord della Cina, attraverso l’est della Mongolia.14 Una pipeline di 2600 chilometri in grado di trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Dal 2030, grazie a questa infrastruttura, Pechino potrà soddisfare un quinto del suo fabbisogno di gas. C’è poi il progetto di sviluppo della Via della Seta polare (bingshang sichou zhilu), inizialmente concentrata sulla rotta del Nord. Sono quattro le rotte che congiungono Pacifico e Atlantico, solcando l’Artico. Il Passaggio a Nord Ovest: attraversa lo stretto di Bering, costeggia Alaska, Canada, Groenlandia per poi approdare nell’Atlantico. La Rotta del Mare del Nord (o Passaggio a Nord Est): da Bering si naviga lungo la costa della Siberia, la Penisola di Yamal, per poi arrivare in Finlandia e Norvegia. La Rotta transpolare è quella che più si avvicina al Polo Nord, partendo da Bering per poi approdare nell’Atlantico nelle acque tra Groenlandia e Islanda. Infine, il ponte artico: Canada, Groenlandia, Islanda, Norvegia e Finlandia, dove si intreccia con la Rotta del Mare del Nord.
Nel settembre 2025 per la prima volta una nave mercantile – la portacontainer Istanbul Bridge – ha raggiunto il porto britannico di Felixtowe partendo dalle banchine cinesi di Ningbo-Zhoushan, nella parte orientale del Paese del Dragone, attraversando la rotta artica. 7.500 miglia nautiche in soli venti giorni e senza una nave rompighiaccio a farle da scorta. Cina Orientale, Stretto di Bering tra Russia e Alaska, Mar Glaciale Artico, Artico russo, Norvegia, Regno Unito. Un tempo di percorrenza inferiore addirittura di 20-30 giorni rispetto al passaggio attraverso Malacca – in Malaysia – e lo Stretto di Suez, lungo 11mila miglia nautiche. L’Artico si sta scaldando con una velocità tre volte superiore a quella del resto del mondo, ma per adesso questa rotta è percorribile solo da marzo a ottobre. Le stime parlano di 109 milioni di tonnellate annue di merci trasportate lungo le acque polari entro il 2030. Si tratta a ogni modo di un risultato che arriva dopo un lungo lavoro. Nel 2017 la Xue Long è stata la prima nave cinese a solcare le tre principali rotte artiche: il Passaggio a Nord Ovest, il Passaggio a Nord Est e la Rotta transpolare. A inizio 2018 Pechino ha pubblicato un libro bianco sulla propria strategia per l’Artide. Lo sviluppo infrastrutturale e l’estrazione di risorse sono in cima alla lista di priorità. Le aziende cinesi detengono partecipazioni e forniscono considerevoli finanziamenti all’industria estrattiva russa nella penisola di Jamal. Qui, la ricerca del gas naturale liquefatto (Gnl) è funzionale a inseguire il primato americano in questa risorsa. E a Jamal, la Cina si è assicurata il ritiro a lungo termine di Gnl per una quantità di quattro milioni di tonnellate all’anno. Le potenziali rotte di navigazione attraverso le acque post-glaciali del nord offrirebbero alle navi cinesi la possibilità di aggirare quelle con le quali oggi raggiunge l’Europa, e dunque di evitare il passaggio dal Canale di Suez o dal Capo di Buona Speranza. Rotte che potrebbero essere precluse da un eventuale attacco della Cina a Taiwan. Lungo queste acque la marina degli Stati Uniti è stata a lungo dominante, ma non mancano pirati e milizie come gli Houti yemeniti, che hanno più volte mosso attacchi ibridi ai mercantili, innescando una spirale inflazionistica in Occidente. La chiusura de facto dello Stretto di Hormuz durante il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran a marzo e aprile 2026 ne è una plastica dimostrazione. A ogni modo, parliamo comunque della Superstrada dei Mari, che collega Oceano Indiano, Mar Rosso e Mediterraneo ed è piena zeppa di porti e città in cui fare scalo, con un sistema di retroporti e altre infrastrutture. La rotta artica, per ora, è invece praticamente un nastro trasportatore di gas e un tracciato per navi militari, ed è difficile che diventi una vera alternativa a Suez, non solo per questioni climatiche e la presenza del ghiaccio, probabilmente ancora per qualche decennio. Banalmente, per molto tempo ancora, questa rotta solcherà territori disabitati e non infrastrutturati; farà risparmiare tempo e percorrenza, ma se un’imbarcazione dovesse aver problemi, sarebbe difficile trovare soccorsi. Per questo motivo, molte compagnie assicurative sono reticenti a investire sulla rotta artica.
L’Artico Russo rappresenta un quarto del territorio del Paese e copre il 53% delle coste del Circolo polare. L’Artide è fisiologicamente una priorità strategica per Mosca, che qui ha tre obiettivi fondamentali: pieno accesso all’Oceano Atlantico, capacità di proteggere le proprie risorse naturali e libertà di manovra per la flotta del Nord. E inoltre ha manifestato interesse nello sviluppo della Rotta del Mare del Nord (o Passaggio a Nord Est), potenzialmente, come abbiamo visto, il passaggio più breve tra Europa e Asia, che dal 2035 potrebbe consentire alla Russia di commerciare in tempi più veloci le proprie risorse energetiche. Nella sua strategia per l’Artico del 2035, la Russia ha messo nero su bianco che questi territori sono fondamentali per la sua sicurezza economica nazionale. Putin ha poi varato il progetto di un corridoio transartico, che integra rotte marittime e su terra, proprio per infrastrutturare una rotta che, come abbiamo visto, risulta ancora un nastro trasportatore. Una rete logistica per sviluppare i territori russi a ridosso del Mare del Nord. Un tracciato che, partendo da San Pietroburgo, toccherà Murmansk – nella penisola di Kola, vicino al confine con la Norvegia e dunque con la Nato – Arcangelo – sul Mar Bianco – per poi giungere a Vladivostok, nell’Estremo Oriente russo, in prossimità del confine con Cina e Corea del Nord, sulla costa del Mar del Giappone. Un’infrastruttura ambiziosissima, in grado di sviluppare i territori e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali, connessa con i corridoi che raggiungono la Cina e l’India per attrarre i capitali dei due colossi asiatici.