
Alleanze in crisi, debolezze militari svelate, taglio agli approvvigionamenti cinesi fallito: nella sfida tra Washington e Pechino, la guerra in Iran è stato un punto a favore del Dragone. Con Alessandro Aresu proviamo a capire perché
Oggi rispondo alla domanda di Giulia:
“Ma alla fine chi ha vinto la guerra tra Usa e Iran?”
Cara Giulia, forse la vera domanda è chiedersi se questa guerra fosse davvero tra Usa e Iran. O se non fosse, in realtà, un pezzo di una guerra più ampia che gli Stati Uniti d’America stanno combattendo con un nemico molto più potente. Parliamo ovviamente della Repubblica Popolare Cinese. Ed è proprio in chiave anti-cinese che si possono leggere le mosse militari degli ultimi mesi del presidente americano Donald Trump. La prima: la defenestrazione del presidente-dittatore Nicolas Maduro in Venezuela, sostituito dalla sua vicepresidente Delcy Rodríguez. Una guerra, questa, il cui unico effetto reale è stato quello di spostare il Venezuela – Paese che detiene le più grandi riserve di petrolio del pianeta, circa 300 miliardi di barili e che fino al 5 gennaio scorso esportava il suo greggio solamente verso Pechino – dalla sfera d’influenza cinese a quella americana.
Così come il Venezuela, anche l’Iran è un Paese ricchissimo di gas e petrolio, sotto sanzioni americane e che esporta i suoi idrocarburi quasi esclusivamente in Cina. E anche il Venezuela così come l’Iran, è stato attaccato da Trump nei primi mesi del 2026, alla vigilia della visita di stato del presidente Usa a Pechino, che si sarebbe dovuta tenere agli inizi di aprile. Difficile non fare uno più uno.
Quel che è successo dopo lo sappiamo, e proviamo a riassumerlo più che possiamo. Il regime iraniano non è caduto sotto le bombe americane, nonostante siano stati uccisi molti dei suoi leader, tra cui la guida suprema del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei. In risposta, l’Iran ha chiuso al traffico marittimo lo stretto di Hormuz, da cui transitano tutto il greggio e tutto il gas, e tutti i fertilizzanti prodotti in Medio Oriente, determinando in questo modo una forte crescita dei prezzi dell’energia che ha mandato in crisi le economie di mezzo mondo e costretto Trump a una trattativa che di fatto sembra portare a una riapertura dello stretto di Hormuz sotto un controllo sempre più stretto da parte dell’Iran.
A questo punto, proviamo a riformulare la domanda, però. “Ma alla fine chi ha vinto la guerra in Iran? Stati Uniti o Cina?”
Per rispondere a questa domanda ho chiesto aiuto all’analista Alessandro Aresu, analista geopolitico ed esperto di strategie e politiche pubbliche, che nel 2025 ha dato alle stampe un libro che mi ha incuriosito sin dal titolo: “La Cina ha vinto”. Ecco: ma la Cina ha vinto davvero, in Iran?
“Direi che la guerra in Iran non ha indebolito la posizione della Cina, quindi non abbiamo visto un accerchiamento, uno strangolamento energetico dalla Repubblica Popolare Cinese, al contrario di ciò che probabilmente pensavano di ottenere gli Stati Uniti attraverso un cambio di regime e una resa incondizionata di Teheran per utilizzare la formula di Donald Trump agli inizi che chiaramente non si è realizzata. Quindi la guerra ha mostrato che la Cina, pur dipendendo dall'estero per alcune fonti energetiche, ha diminuito questa dipendenza facendo leva sulle capacità sia in relazione alle rinnovabili che sul carbone e ha ragionato in termini di riserve, memore degli attacchi degli Stati Uniti e di Israele della scorsa estate, quindi non è avvenuto l'indebolimento cinese attraverso la guerra”.
C’è un altro paradosso che emerge, e che concorre a restituire l’idea che per gli Stati Uniti le cose in Iran non siano andate per il verso giusto. Le campagne militari di questo inizio 2026 avevano il malcelato obiettivo di rompere il fronte degli alleati della Cina, attraverso una serie di cambi di regime: Venezuela, Iran, ma anche Cuba, che tutti additano a prossimo bersaglio americano. Eppure, proprio queste campagne sembrano avere messo in crisi il fronte opposto: quello della Nato e degli alleati degli Stati Uniti, sempre più insofferenti agli atteggiamenti prevaricanti di Trump. Che a sua volta li accusa di non averlo aiutato nel forzare il blocco iraniano di Hormuz. Sullo sfondo c’è il vertice Nato del 7 luglio ad Ankara, in Turchia, in cui Trump stesso chiederà ai suoi alleati di aumentare significativamente le loro spese militari. Ma mentre gli Usa sono alle prese con i mal di pancia dei loro alleati, com’è messa la Cina coi suoi? Ancora Alessandro Aresu:
“Per capire il punto delle alleanze, io credo che sia necessario considerare che la Cina non ha alleati come gli Stati Uniti. Non esiste un sistema multilaterale cinese simile a quello che è stato imbastito dopo la Seconda Guerra Mondiale attorno agli Stati Uniti. Formalmente un alleato è la Corea del Nord, poi ci sono certo paesi con forte partnership economica e politica come il Pakistan, un protagonista di questa stagione è l’Iran, e altri paesi, per esempio africani con cui ci sono relazioni molto importanti, però io credo il fatto che la Cina sia veramente alleata di Russia e Iran è sopravvalutato, quindi l'obiettivo strategico della Cina non è tanto serrare i rapporti coi propri alleati, proprio per questa visione, ma vedere gli Stati Uniti che peggiorano progressivamente in alcuni casi repentinamente i rapporti con i loro alleati e partner. Fatto che sta effettivamente accadendo”.
Non è solo una questione di energia e di rapporti tra alleati, ovviamente. O meglio, dietro a tutte queste schermaglie c’è ovviamente la grande questione della competizione sul tema dell’intelligenza artificiale tra i colossi statunitensi e quelli cinesi. Non a caso, nella sua visita di Stato a Pechino Trump del 13 e 14 maggio scorsi, Trump si è accompagnato con diciassette CEO di altrettante grandi aziende americane. Il solito Elon Musk, Tim Cook di Apple e Diana Powell McCormick di Meta, tra i tanti. Segnale di cooperazione economica, questo, ma anche di forte contrapposizione tra i due Paesi. I temi sul tavolo sono tantissimI: chi presidierà il mercato delle materie prime e dell’energia necessarie a vincere questa battaglia? Chi disporrà di più potenza di calcolo, cioè di più data center? Chi riuscirà a sviluppare gli applicativi che si imporranno sul mercato? Chi riuscirà, pure, a sfruttare queste nuove tecnologie in ambito militare?
“La competizione tra Stati Uniti e Cina sull'intelligenza artificiale si gioca un po' in tutti quei livelli della cosiddetta torta dell'intelligenza artificiale di cui ha parlato Jensen Wang, quindi l'energia, i semiconduttori, le infrastrutture, le aziende che fanno i modelli e le applicazioni e a seconda del livello della torta che prendiamo in considerazione, il contesto è diverso, ma direi che non c'è un un consenso negli Stati Uniti su cosa fare con la Cina in riferimento all'intelligenza artificiale. Debbono esserci ambiti di cooperazione, deve esserci una cooperazione economica, vendere alcuni prodotti oppure no. Alcuni dicono una cosa, per altri la Cina è un nemico esistenziale come l'Unione Sovietica e quindi non si può fare niente. Una preoccupazione cinese potrebbe essere quella di attacchi cyber da parte degli Stati Uniti, mentre i cinesi vedranno positivamente che le elezioni degli Stati Uniti di quest'anno mostreranno quasi sicuramente un dissenso dei cittadini nei confronti dell'intelligenza artificiale anche per le conseguenze ambientali e sociali dei data center”.
La partita dell’IA, insomma, è ancora tutta aperta. Ma di sicuro Trump si aspettava di andare a Pechino in una posizione di maggior vantaggio, tant’è che ha dovuto rimandare di mesi questa visita di Stato, per l’impasse che si era generata in Iran.
Attenzione, però: quando si parla di guerra tra Usa e Cina non si parla solo di guerre commerciali o di giochi di alleanze. Si parla anche di strategie militari in senso stretto. La guerra in Iran, in questo senso, rappresenta un altro punto a favore per Pechino. A questo proposito, segnalo un’analisi molto interessante del think tank geopolitico americano “Council of Foreign Relations”, a firma dei senior analyst Elisa Ewers e Michael Shiffer. Che in un interessante articolo uscito il 12 maggio scorso riflettono sul fatto che la Cina abbia imparato tantissimo dalla guerra degli Usa in Iran:
“Gli strateghi cinesi hanno assistito a una dimostrazione su vasta scala delle capacità militari statunitensi e del modo in cui gli Stati Uniti combattono. Hanno valutato la solidità della deterrenza statunitense e ora possono constatare il divario tra i risultati militari e gli effetti strategici”.
In altre parole, dicono, grazie alla guerra in Iran, la Cina conosce i punti deboli americani, ed è pronta a usarli nel contesto indopacifico. In particolare, sullo sfondo, c’è sempre la possibile invasione cinese di Taiwan. E la più che certa risposta americana, dovesse succedere. Per Aresu, tuttavia, il rischio che in conflitto si sposti su quel fronte è abbastanza limitato. Semmai, anche in questo caso, a giocare un ruolo decisivo, perlomeno nel breve termine, è l’instabilità mediorientale. Che Trump voleva risolvere, una volta per tutte. E che, se possibile, è ulteriormente aumentata.
“Sui vari conflitti, io ritengo che sia pericoloso, anzitutto il fatto che i conflitti in corso, in particolare quello mediorientale, non siano veramente chiusi e che trovino quindi delle nuove dimensioni, dei nuovi aspetti in cui continuano a riproporsi, lo vediamo con il Libano e poi c'è il tema sullo sfondo della conflittualità possibile tra la Turchia, una potenza che si è avvantaggiata in quasi tutti i teatri di recente e Israele. Poi c'è Taiwan, certo, che rimane una questione con un enorme potere di detonazione per le conseguenze apocalittiche che potrebbe avere sul pianeta, ma in cui credo che un conflitto militare sicuramente di gran lunga non sia la cosa più probabile, anche se non va completamente escluso”.
Quindi, mettiamo tutto in fila. Gli Stati Uniti non sono riusciti a mettere in difficoltà la Cina da un punto di vista energetico. Non hanno spezzato le alleanze cinesi, ma hanno indebolito le proprie. Non sono riusciti a preparare il vertice dei due Paesi da una posizione di forza. Hanno “insegnato” alla Cina tutte le loro debolezze in ambito militare. E hanno ancora una marea di teatri di instabilità da risolvere, così in Ucraina, come in Medio Oriente.
Quindi per rispondere alla domanda di Giulia: la guerra in Iran per ora l’ha vinta la Cina. Ma rimangono un sacco di questioni sul tappeto. Aresu ne pone una in particolare: l’all in che la Cina ha fatto sulla robotica umanoide, mentre gli Stati Uniti hanno puntato tutto sui large language model come Chat GPT.
"Nella prospettiva della Cina dei prossimi mesi, il rapporto con gli Stati Uniti rimane una questione cruciale, quindi cercare di portare avanti questa tregua ottenuta tra Trump e Xi Jinping, ma in una posizione più favorevole per Pechino, quindi la Cina che si mostra su alcuni temi come le sue capacità in ambito minerario e anche la sua forza nel capitale umano più aggressiva rispetto al passato. Se la Cina sarà messa alle strette, per esempio con un allontanamento, non so quanto probabile, del mercato europeo dalla Cina, probabilmente potrebbe investire di più sulla domanda interna. Credo che una sorpresa negativa, magari quello che non ci aspettiamo, potrebbe venire dalla robotica umanoide se le promesse di tante delle società cinesi che stanno investendo in quest'ambito non si concretizzassero e quindi ci fosse sostanzialmente una bolla della robotica in Cina. Questo è un altro tema da considerare sul lato negativo della medaglia".
E alla fine il punto è tutto qua: chi vincerà la sfida? Quale delle due tecnologie avrà la meglio? Chi avrà puntato sul cavallo giusto? Per queste domande, bisogna semplicemente aspettare.