21 Novembre 2012
19:57

Gaza: Hamas e Israele si fermano, ma non c’è accordo – Egitto e USA determinanti

Nonostante i violenti raid notturni che hanno colpito Gaza e l’esplosione di un ordigno su un bus di Tel Aviv, la tregua sembra essere vicina. Determinante l’azione diplomatica del premier egiziano Morsi e della segretaria di stato statunitense Clinton. Ma non sono i soli.
A cura di Anna Coluccino

Qualche minuto fa, le principali agenzie di stampa hanno ribattuto la notizia di un'inattesa tregua tra Israele e Hamas. La notizia giunge a sorpresa, e proprio quando si credeva che gli sforzi diplomatici fossero stati cancellati dagli avvenimenti delle ultime ventiquattro ore. La giornata di oggi – infatti – è stata segnata da molteplici, drammatici eventi. Prima i violenti raid israeliani che, nella notte, hanno colpito obiettivi civili e militari, distrutto moschee, abitazioni private e media center; ucciso nove persone, tra cui tre giornalisti e due bambini. Salgono a 147 le vittime palestinesi dall'inizio dell'operazione Colonna di Difesa, 1155 i feriti, di cui la maggior parte bambini, donne e anziani. Cinque le vittime di nazionalità israeliana.

Ma la giornata di oggi sarà ricordata anche per il riproporsi di una pratica di terrore che sembrava essere stata abbandonata sei anni fa. Un ordigno esplosivo piazzato in un autobus al centro di Tel Aviv è esploso in mattinata, causando il ferimento di circa quindici persone. Hamas non rivendica l'attentato ma "benedice". Il gruppo afferma – infatti – che "sarebbe lieto di sapere che l'attacco è stato realizzato dalle sue forze di resistenza". Ciononostante, sia il governo di Israele che Hamas hanno dichiarato di voler fermare i rispettivi attacchi, pur senza aver raggiunto alcun accordo sulle condizioni della tregua. Alle ore 21 (ora locale; alle 20 ora italiana), Israele dovrebbe mettere fine ai raid e Hamas al lancio di missili, ma i due protagonisti di questa dolorosa carneficina non sono riusciti a trovare un terreno di intesa per quello che – inizialmente – sembrava essere lo scopo principale degli sforzi diplomatici: una tregua duratura che rappresentasse il primo passo verso un definitivo processo di pace.

Due i principali protagonisti degli sforzi diplomatici: il presidente egiziano Morsi – che però, curiosamente, non era presente alla conferenza stampa in cui è stata annunciata la tregua – e il segretario di stato statunitense Clinton. Il ministro degli esteri egiziani – Mohammed Amr, che ha sostituito il presidente nella fase finale della trattativa – ha voluto sottolineare il contributo determinate offerto dalla Lega Araba, dalla Turchia, dal Qatar e dalle Nazioni Unite per il raggiungimento del cessate il fuoco. Hillary Clinton ha invece voluto evidenziare che il raggiungimento della tregua non sostituisce affatto gli sforzi per approdare a una pace lunga e duratura. Fondamentale anche l'apporto del presidente Obama che ha contattato personalmente sia Netanyhau che Morsi. Al primo ha raccomandato di accettare la tregua, pur sottolineando la vicinanza alle ragioni del suo governo; al secondo ha espresso il suo vivo ringraziamento per gli sforzi fatti perché si arrivasse al cessate il fuoco. In ogni caso, la situazione rimane altamente in bilico.

Sia Israele che Hamas hanno voluto chiarire che non esiste ancora alcun accordo riguardo le condizioni della tregua e che questa durerà fino a una delle forze in campo non riprenderà l'offensiva. Il dialogo vero e proprio tra i due dovrebbe cominciare nel giro di 24 ore. Le questioni sul tavolo riguardano – principalmente – l'embargo che Israele impone a Gaza da oltre sei anni (in seguito alla elezione di Hamas quale forza di governo della Striscia) e gli assassinii mirati che Israele conduce a danno dei leader o dei sospetti fiancheggiatori del gruppo. Rispetto a queste tematiche, una fonte interna del governo israeliano ha fatto sapere al quotidiano britannico The Guardian che "le restrizioni sono state imposte in un regime di ostilità […] Se c'è totale e completa cessazione dell'attività ostile e se la tregua viene mantenuta, avremo tutti raggiunto il nostro obiettivo di pace e tranquillità nel sud". Hamas, da parte sua, afferma che i suoi lanci sono motivati dai raid israeliani, dalla condizione di apartheid e dagli assassinii mirati che Israele compie sul suolo di Gaza, e si dice disposta a mantenere la tregua se non avrà ragioni per attaccare.

Naturalmente, le cose sono molto più complesse di così. Se il problema consistesse esclusivamente in uno stop contemporaneo e bilaterale delle ostilità, una pace lunga e duratura sarebbe cosa fatta. Gli interessi in campo sono altri e basterebbe pochissimo per mandare all'aria tutti quelli che – a prima vista – sembrano ottimi propositi. Nell'incontro con Abu Mazen, infatti, Hillary Clinton gli ha chiesto di fermare l'istanza presentata all'ONU per il riconoscimento dello stato palestinese quale "Stato Osservatore", istanza che dovrebbe essere discussa il 29 novembre e che non piace affatto ad Israele. Ma Abu Mazen non sembra disposto a rinunciarvi, considerandola l'unica strada per poter ottenere la giusta considerazione da parte delle Nazioni Unite e per poter ricorrere alla corte dell'Aja contro gli abusi che il governo di Israele compie sotto l'onnigiustificante ombrello della "sicurezza nazionale".

A dare ufficialità alla tregua, arriva però il discorso di Netanyahu. Pochi minuti fa il premier israeliano ha ufficializzato il cessate il fuoco in conferenza stampa. Pur ribadendo la necessità dell'operazione "motivata dal lancio di missili" e "supportata da forze internazionali", il premier israeliano si rivolge a tutti quanti chiedevano una continuazione dell'attacco – continuazione che, sottolinea, potrebbe "rendersi necessaria"– chiedendo loro di comprendere che la tregua rappresenta, al momento, "la cosa migliore per Israele".

Ciononostante, a pochi minuti dall'inizio della tregua, c'è già chi riporta attraverso i social network la perdurante attività dei droni nel cielo di Gaza. Al momento, però, ancora nessun attacco.

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