Elezioni in Russia, va in scena il teatro del consenso: “Putin deve mostrare che il Paese è unito e sostiene la guerra”
L’immagine che rende meglio l’idea viene da Ryazan. Tribuna elettorale della tivù pubblica regionale. Bella scenografia ma studio vuoto. C’è solo la conduttrice. “Il dibattito non ha luogo per la mancata partecipazione dei candidati”, annuncia. Fine della trasmissione. Era il secondo giorno consecutivo in cui nessuno si presentava a discutere. Non c’è molto da discutere quando tutto è già scritto e l’unico partito che proponeva di fermare la guerra, Yabloko, è stato escluso dalla competizione.
Episodi analoghi si sono verificati in Carelia, nel Bashkortostan, in Crimea, nell’oblast di Tula e in quella di Leningrado. La stessa presidente della Commissione elettorale centrale, l’ineffabile Ella Pamfilova, ha ammesso che in alcuni casi “semplicemente nessuno è venuto” e i dibattiti non si sono svolti. In Russia, persino la finzione del dibattito prima del voto è diventata superflua.
Eppure qualcosa in gioco c’è. Non il controllo della Duma. Quello è deciso. Ma Vladimir Putin vuole mostrare che dietro di lui c’è ancora il Paese. Che i russi sostengono la guerra. Che sono pronti a mobilitarsi. Non necessariamente per andare al fronte: il Cremlino smentisce – per quel che vale la smentita – che ci sarà una chiamata alle armi dopo il voto. Si tratta di una mobilitazione delle anime.
Il sistema che Putin ha costruito non è un totalitarismo novecentesco. Chiede obbedienza e consenso, ma permette di restare a casa. Ora però il regime vuole salire di grado. L’invasione dell’Ucraina impone attivismo, partecipazione pubblica, complicità contro i “traditori”. Mica facile. Il patto sociale con cui Putin aveva assicurato stabilità in cambio di passività politica ha creato una società apatica. Il russo medio vuol solo tirare avanti con la sua vita. Non è molto sensibile alle velleità espansionistiche. Gli “entusiasti” sono morti da un pezzo, con Stalin.
“Quello che è in gioco in queste elezioni parlamentari è l’immagine di un popolo totalmente unito dietro Putin e lo sforzo bellico”, dice Anton Barbashin, politologo e direttore di Riddle. “Il voto è un’azione dimostrativa. Il risultato ufficiale, qualsiasi sia quello reale, dirà che i russi sostengono Putin e la guerra e gli danno il mandato di continuarla come ritiene opportuno”.
Il Cremlino vuol dimostrare l’esistenza di una ”maggioranza Putin”, spiega a Fanpage.it Alexander Morozov, responsabile della ricerca sulla politica interna russa al think tank NEST. “L’intero enorme apparato amministrativo lavora per questo. Russia Unita (il partito di Putin, ndr) otterrà di nuovo più di due terzi dei seggi, e la maggioranza per poter cambiare la Costituzione se serve”. Anche gli altri quattro partiti che entreranno nella Duma sostengono pienamente Putin.
La Duma ha 450 seggi. Metà vengono assegnati con il voto alle liste nazionali. Gli altri in collegi uninominali. Gli elettori ricevono due schede. Si vota per tre giorni, dal 18 al 20 settembre. In 33 regioni, anche online. Alle urne sono chiamati 111 milioni di elettori, compresi quelli nei territori ucraini occupati e annessi da Mosca.
In pratica, il Cremlino filtra partiti e candidati. Si tratta di assicurare l’ingresso in Parlamento solo a figure accettabili per i regime. Russia Unita governa. Comunisti, liberal-democratici (in realtà un’estrema destra imperialista e guerrafondaia, ndr), Russia Giusta e Gente Nuova formano l’“opposizione sistemica”. Criticano prezzi e burocrazia. Talvolta. Non Putin. Sulla guerra e sugli altri temi politici e strategici votano con il potere. Sempre.
A decidere chi può candidarsi e a certificare i risultati è la Commissione elettorale centrale (CEC). I suoi quindici membri sono scelti dal presidente, dalla Duma e dal Consiglio della Federazione. Entrambi composti da fedelissimi di Putin. Un organismo controllato dal regime, quindi. Emma Pamfilova ne è presidente dal 2016. Già ministro, deputata e poi rispettata difenditrice dei diritti umani. Si era opposta alla guerra in Cecenia. Nel 1999 votò contro la nomina di Putin a primo ministro. Nel 2000 si candidò contro di lui alla presidenza. Oggi esclude gli oppositori dal voto e certifica le elezioni in punta di Kalashnikov nelle zone occupate dell’Ucraina.
Yabloko in russo significa “mela”. Era l’unico partito con un messaggio netto: pace e libertà, fine della guerra. Ai piani alti del regime si pensava che avrebbe raccolto poco e dimostrato, proprio con la sua sconfitta, che i russi volevano continuare a combattere. Poi qualcosa è cambiato.
“La sua esclusione mostra che il Cremlino non aveva previsto l’esplosione d’interesse per lo slogan ‘No alla guerra’”, dice Barbashin. “C’era il rischio di un voto spontaneo e consistente. La minaccia doveva essere eliminata”. Alcune stime attribuivano a Yabloko un potenziale tra il 18 e il 20 per cento. Il partito prevedeva il 24.
In agosto la Corte Suprema ha cancellato la lista nazionale di Yabloko. Le motivazioni: presunte irregolarità nei finanziamenti, violazioni del copyright e materiale diffuso su piattaforme straniere proibite.
La sentenza ha lasciato in gara soltanto i candidati nei collegi uninominali con possibilità minime di vittoria. A Mosca e altrove si sono viste le prime, mute proteste di piazza da anni. Poche centinaia di persone. Troppe, per il regime.
“Sapevano che il nostro risultato elettorale avrebbe palesato che milioni di russi non vogliono la guerra”, dice a Fanpage.it il presidente di Yabloko, Nikolai Rybakov. “Tra i giovani che ho incontrato, anche nelle città più periferiche, il desiderio di pace e di cambiamento è più forte di quanto al Cremlino avessero preventivato”.
“Yabloko è stato rimosso perché la sua retorica è del tutto incompatibile con la richiesta di Putin di mobilitare la società per la vittoria nella guerra”, nota Barbashin.
Lev Shlosberg, uno dei dirigenti della “mela”, è stato condannato a undici anni per le sue dichiarazioni contro il conflitto. La purga non riguarda solo Yabloko. Boris Nadezhdin, il politico pacifista che nel 2024 si voleva presentare alle presidenziali, con lunghe file di persone a firmare per la sua candidatura, dopo essere stato escluso dalla competizione è stato multato e dichiarato “agente straniero”. Ha lasciato la Russia. L’organizzazione indipendente Golos, che documentava i brogli elettorali, è stata costretta a chiudere dopo una condanna del suo copresidente.
Punito anche il Partito comunista. Sostiene in pieno l’invasione dell’Ucraina e le politiche di Putin, ma a volte si oppone su pensioni – in media 280 euro al mese – salari e servizi pubblici. E quando il costo della vita peggiora tende a salire nei sondaggi.
Il confine, però, lo decide il Cremlino. Nikolai Bondarenko, volto popolare del partito a Saratov, è stato eliminato dalla corsa per una fotografia di Alexei Navalny sul suo canale Telegram anni fa. Navalny, resta nella lista ufficiale degli “estremisti e terroristi” anche da morto. Chi espone una sua foto viene sanzionato.
L’opposizione vera è spaccata, come sempre in Russia. Dall’esilio, Yulya Navalnaya propone il voto utile: qualsiasi partito pur di indebolire Russia Unita. Yabloko rifiuta, invitando ad annullare la scheda per non sostenere chi ha approvato la guerra e le repressioni. Una frattura politica e morale profonda.
L’affluenza è il rischio più concreto per il Cremlino. Nel 2021 votò circa il 52 per cento degli aventi diritto. Secondo l’stituo di sondaggi indipendente Levada, a maggio due russi su tre non sapevano nemmeno che in autunno si sarebbero tenute le elezioni. Tra quanti non intendevano votare, il 41 per cento diceva che il proprio voto non avrebbe cambiato nulla.
“Una bassa affluenza oppure uno spostamento significativo del voto da Russia Unita, potrebbero essere letti come voto di protesta”, sostiene Barbashin. Sono rischi gestibili. Funzionari pubblici, aziende statali e amministrazioni locali possono portare persone ai seggi, in massa. Lo abbiamo visto coi nostri occhi, in altre tornate elettorali. Tre giornate di voto e il voto elettronico aiutano. Il risultato sarà quello che vuole il Cremlino.
Non dirà però quanti russi vogliono davvero la guerra. Morozov avverte che le cifre finali non offriranno una risposta affidabile. C’è chi desidera la pace ma aspetta che sia Putin a deciderla. Chi vuole fermarsi senza restituire i territori occupati. Chi sostiene il presidente per paura del caos. E chi non risponde sinceramente a un sondaggista perché non sa chi ci sia dall’altra parte del telefono.
L’economia comincia intanto a entrare nelle conversazioni. Le previsioni di crescita vengono riviste al ribasso. L’inflazione resta alta. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno portato rincari, razionamenti e code ai distributori. La guerra, tenuta per anni lontana dalla vita quotidiana, è arrivata a casa.
È arrivata anche sulle schede elettorali, la guerra. Duecento veterani candidati. Il Cremlino cerca di incentivare gli arruolamenti col miraggio di carriere politiche. Con ogni probabilità i reduci dall’Ucraina non saranno sommersi dai voti. Non sono così popolari come negli scorsi anni.
“Le amiche con cui la domenica bevo il tè e gioco a carte sono diventate pacifiste: ora dicono di voler qualsiasi cosa piuttosto che questo regime”, racconta a Fanpage.it Lara, insegnante moscovita. “Prima erano proprio patriote: viva la Russia potente, viva i nostri ragazzi che combattono gli ucro-nazi, viva Putin”. Sono stanche. Non riescono a immaginare il futuro. E gli ingredienti per cucinare il borshct costano sempre di più. Lara non parla mai di politica, nemmeno con le amiche. Disprezza Putin ma non vuole guai.
Non è una rivolta né un sondaggio. Sono solo amiche che giocano a carte. Ma forse è in quella cucina che si svolge il dibattito che non arriva negli studi televisivi.