Dal Bronx al Congresso USA, chi è Alexandria Ocasio-Cortez e perché può arrivare alla Casa Bianca
Nel 2028, dopo Trump, alla Casa Bianca potrebbe arrivare una figura completamente diversa da quelle a cui la politica americana ci ha abituati. È Alexandria Ocasio-Cortez.
Nel 2018 era una giovane cameriera del Bronx che sfidava uno degli esponenti più potenti del Partito democratico. Quasi nessuno pensava che potesse vincere. Invece Aoc ha sfidato l'establishment e lo ha battuto. È entrata al Congresso ed è tra le figure politiche che sta cambiando il volto della sinistra statunitense, puntando su disuguaglianze, lavoro e diritti. Oggi, otto anni dopo, il suo nome è tra quelli che potrebbero contendersi la Casa Bianca. Nella sua storia politica ha già bruciato diversi record. Se corresse per le presidenziali e vincesse sarebbe la prima donna e la più giovane a essere eletta presidente nella storia degli Stati Uniti. Certo trasformare consenso e popolarità in una candidatura presidenziale non è cosa semplice. Forse per ora sono solo congetture, ma per quanto Trump dica che lei non lo “infastidisce più di tanto”, in realtà Aoc potrebbe essere un’avversaria molto più temibile di quello che lui vuole far credere. Ma gli Stati Uniti sono davvero pronti ad avere una prima presidente donna, trentenne, socialista e latina?
Chi è Alexandria Ocasio-Cortez, dal Bronx al Congresso USA
Alexandria Ocasio-Cortez nasce il 13 ottobre 1989 nel Bronx, a New York. Sua madre, di origini portoricane, lavora come collaboratrice domestica. Suo padre, originario del Bronx, gestisce una piccola impresa.
Fin da bambina, Aoc vive e vede da vicino le differenze economiche e sociali che attraversano gli Stati Uniti. La sua famiglia si trasferisce a Yorktown Heights, una zona più benestante, per offrire a lei e suo fratello migliori opportunità scolastiche. Ma lei continua a frequentare il Bronx, dove vivono i suoi cugini. Lì si rende conto di come le possibilità di una persona possano dipendere dallo “zip code”, il codice postale, cioè dal quartiere in cui nasce.
Studia economia e relazioni internazionali alla Boston University e durante gli anni universitari svolge un tirocinio nell'ufficio del senatore democratico Ted Kennedy. Poi arriva il 2008.
La crisi finanziaria colpisce milioni di famiglie americane. Suo padre muore di cancro e le spese mediche mettono a rischio la casa di famiglia. Per dare una mano lavora come cameriera e barista.
È un passaggio importante, perché contribuisce a definire l'immagine politica che costruirà negli anni successivi: quella di una persona che non proviene dall’establishment, dai vertici del potere economico. Aoc rivendica di conoscere le difficoltà della working class perché lei per prima le ha vissute. Il messaggio è potente. La sua storia personale si intreccia con quella politica e rappresenta un elemento di rottura fortissimo con quell’immaginario che vedeva i politici dem come i rappresentanti di un'élite, completamente distanti dal mondo reale e dai problemi della gente comune.
Nel 2016 lavora per la campagna presidenziale di Bernie Sanders, il senatore che in quel momento sta sfidando Hillary Clinton alle primarie democratiche, proponendo una piattaforma molto più a sinistra rispetto alla tradizione del partito.
Probabilmente, è in quel momento che Aoc sposa definitivamente il socialismo democratico. In un’intervista realizzata due anni dopo, nel 2018, quando le chiedono di spiegare che cos’è per lei il socialismo democratico, risponde: “È quel valore per cui in una società moderna, morale e ricca, nessuna persona dovrebbe essere troppo povera per vivere”. “No one should be too poor to live” diventerà poi il suo slogan principale quando nel 2018 decide di candidarsi alla Camera dei rappresentanti contro Joe Crowley, un deputato democratico molto influente, in carica da quasi vent'anni.
La sua vittoria è inaspettata. Crowley disponeva di una rete di finanziatori, relazioni politiche e un’organizzazione consolidata. Ocasio-Cortez invece aveva risorse limitate, si era rifiutata di ricevere contributi dalle grandi aziende. La sua campagna si era basata sul porta a porta, sui social media e sul sostegno di volontari. Quel risultato rappresenta la vittoria sull’establishment e le permette di entrare al Congresso, a soli 28 anni, come la donna più giovane mai eletta alla Camera dei rappresentanti.
Che cosa vuole fare Alexandria Ocasio-Cortez
Oggi Aoc è una delle figure più riconoscibili della politica americana e uno dei volti più popolari del partito demcoratico. Appartiene alla corrente del socialismo democratico, cioè quella parte dei progressisti che critica duramente il capitalismo, la logica del profitto ad ogni costo, e che vorrebbe ridistribuire la ricchezza accumulata ai vertici per riuscire a garantire un livello minimo di dignità a tutti i cittadini statunitensi.
Le sue proposte quindi puntano su sanità pubblica aperta a tutti, istruzione accessibile, college pubblici gratuiti, edilizia popolare accessibile, la difesa dei sindacati e interventi a sostegno dell’ambiente.
Negli ultimi dieci anni la corrente dei socialisti democratici è cresciuta enormemente. Pensate, nel 2016 l’organizzazione Socialisti Democratici d’America (DSA) contava su appena 4mila iscritti. Oggi sono 120mila. Tra loro, oltre Aoc e Sanders, ci sono altri incarichi di primo piano come il sindaco di New York Zoharan Mamdani.
La loro ascesa ha fatto discutere. Sì, perché definirsi socialisti democratici non è proprio semplicissimo negli Stati Uniti, rispetto magari a come verrebbe accolto in Europa. Per ragioni storiche il socialismo viene spesso visto con sospetto, sia dal Partito repubblicano che lo definisce direttamente “comunismo”, sia dalle frange più centriste e moderate del Partito democratico, che temono un posizionamento troppo radicale.
Pensate che c’è chi, più o meno ironicamente, nemmeno pronuncia la parola ‘socialismo’. Dicono “S word’, come se fosse una parolaccia.
Questa ostilità e questi timori hanno portato i socialisti statunitensi a doversi spesso giustificare, a rassicurare il pubblico di non voler abolire del tutto il sistema capitalistico, di cui gli Usa sono il simbolo assoluto, e di non voler mettere a repentaglio l’iniziativa economica privata.
La stessa Aoc ha moderato le sue posizioni negli ultimi anni, si è allontanata ad esempio da alcune proposte più controverse, come la riduzione dei fondi alla polizia, pur mantenendo una posizione ferma su altri slogan, come l’abolizione dell’Ice, l’agenzia federale che controlla l’immigrazione negli Usa.
Anche la famosa frase “woke one was crazy”, che in Italia ha generato un dibattito assurdo, è stata interpretata come un ulteriore tentativo di ammorbidire la sua linea. In realtà, come poi si è chiarito, quella citazione non era farina del suo sacco e in ogni caso Aoc non intendeva rinnegare le battaglie sui diritti civili ma fare autocritica sulla retorica molto aggressiva usata in quegli anni dalla sinistra progressista.
Poi, che questa autocritica sia stata un modo per smussare alcune posizioni più rigide e aprirsi a un bacino di elettori democratici più ampio in vista delle presidenziali del 2028 sono in molti a pensarlo.
Ma a prescindere da questo, Aoc resta uno dei nomi principali del socialismo democratico statunitense. Le battaglie a sostegno della sanità pubblica universale (Medicare for All), del Green New deal, e di riforme economiche e sociali a favore dei lavoratori sono al centro della sua attività politica.
Nella campagna per le midterm, si è spesa tantissimo per sostenere l’ala sinistra del partito democratico. Ha tenuto comizi in molti Stati; sul fronte economico è quella che alla Camera ha raccolto più fondi di tutti, oltre 37 milioni di dollari; ha appoggiato pubblicamente parecchi candidati progressisti, anche in gare molto competitive, come quella di Abdul El Sayed per il Senato in Michigan o di Angie Nixon in Florida, lo Stato di Trump, controllato dai repubblicani.
Perché è un problema per Trump
Insomma in questo momento Aoc è un problema per Trump. Uno dei tanti, sia chiaro, ma rappresenta un'opposizione capace di sfidarlo su più terreni contemporaneamente. Il primo è sicuramente la comunicazione.
Una parte del successo di Trump è legata anche alla sua comunicazione, a cui ci siamo abituati in questi anni. Il rapporto diretto con il pubblico, le dichiarazioni provocatorie e i social media sono fondamentali nella sua strategia.
Aoc sfrutta un linguaggio politico altrettanto riconoscibile, anche se con obiettivi opposti. Usa tantissimo i social, per rispondere alle domande degli elettori (con i cosiddetti Q&A), per spiegare questioni complesse (ad esempio, la differenza tra socialismo democratico e comunismo), per entrare in contatto con le persone. Che nel suo caso sono milioni. Su Instagram ha una piattaforma vastissima, 9,7 milioni di followers.
Con questo non voglio dire che i social siano chissà quale elemento di novità. Nel senso, siamo nel 2026 ed è da anni che la comunicazione politica si è spostata sulle piattaforme. Quello che però sicuramente contraddistingue Aoc è il modo in cui le usa, il linguaggio che sceglie di adoperare. Come ad esempio, quando nel 2019 ha deciso di replicare a un vecchio video che era stato rimesso in rete per screditarla (era un filmato in cui ballava con amici) con un altro video in cui ballava ma fuori dal suo ufficio a Capitol Hill.
O come quando nel 2021 ha deciso di partecipare al Met Gala, evento elitario per eccellenza, dove un biglietto può arrivare a costare 75mila dollari. È una scelta pericolosa ma lei decide di presentarsi con un abito bianco con la scritta Tax the Rich: “Tassare i ricchi”. Questa mossa le costerà una scia di polemiche e persino un’indagine da parte del Comitato etico della Camera dei rappresentanti, ma dal punto di vista comunicativo l’operazione è riuscita.
Negli anni Aoc è riuscita a imporsi come una figura quasi “pop”, il che le ha permesso di raggiungere un pubblico molto più ampio. Basti pensare all’intervista che fece su Vogue, partecipando a un format che in genere è riservato a celebrities, pop star, modelle. In quel video la deputata statunitense mostra la sua routine di skincare e make-up mentre parla di pink tax e di disuguaglianze e riflette sul rapporto tra bellezza, femminilità e politica.
O come più recentemente, quando quest’estate ha raccontato di aver deciso di congelare i propri ovuli. Sul suo profilo ha condiviso, giorno per giorno, le diverse fasi di questo percorso, con video molto intimi in cui magari si autosomministrava le iniezioni di ormoni. Ecco, un modo potente per diffondere dei messaggi, in questo caso normalizzare la discussione sulla fertilità femminile e rompere lo stigma sui corpi delle donne, ma anche un modo per fare politica.
Aoc ha usato, ancora una volta, la sua esperienza per rimettere al centro i problemi del sistema sanitario americano, per denunciare i costi della procedura, molto elevati e interamente a carico personale se non si ha una buona assicurazione sanitaria e per criticare le restrizioni dell’amministrazione Trump sui diritti riproduttivi.
A parte la comunicazione, in questo momento lo scontro si gioca tutto sul terreno dell’economia. Trump ha vinto le presidenziali dopo aver promesso che avrebbe abbassato drasticamente i prezzi dei carburanti. Ha detto che avrebbe abbassato il prezzo della benzina sotto i due dollari al gallone e che avrebbe tagliato i costi energetici del 50%.
Oggi ci ritroviamo due anni dopo, a dire che non solo quelle promesse non sono state mantenute ma che la situazione è decisamente peggiorata. In questo momento il prezzo del diesel supera i 6 dollari a gallone mentre la benzina sta sopra i 4 dollari.
Probabilmente gli americani sono quelli che stanno pagando più di tutti le conseguenze delle scelte di Trump: dalla guerra in Iran, molto impopolare tra i cittadini, ai dazi, che pesano profondamente sull’economia Usa. Queste conseguenze si riflettono inevitabilmente nei sondaggi: il consenso di Trump è crollato in questi ultimi mesi, anche tra i suoi elettori.
Dall’altra parte, come dicevamo, la popolarità dei socialisti dem è cresciuta parecchio, soprattutto tra giovani, donne e afroamericani. Aoc insiste sui salari, sulle assicurazioni sanitarie, sul costo delle abitazioni, sui trasporti e sulla tassazione dei super ricchi. Per la deputata se i democratici vogliono tornare a vincere, devono parlare delle condizioni materiali delle persone, non limitarsi ad attaccare Trump. Il suo obiettivo è parlare ai lavoratori, anche quelli che oggi votano repubblicano, ma che di fronte ai risultati delle politiche trumpiane potrebbero essere disposti a mettere in discussione il loro voto.
La corsa per il 2028
In queste settimane moltissimi giornalisti le hanno fatto tutti la stessa domanda: stai pensando di candidarti alle presidenziali del 2028? Aoc non ha ancora sciolto la riserva. Ha detto che “tutto è possibile” ma che per il momento preferisce concentrarsi sulle midterms e il Congresso.
Ma potrebbe davvero essere la candidata democratica alle presidenziali del 2028? Ha chance concrete di arrivare alla Casa Bianca? I sondaggi sulle primarie democratiche del 2028 mostrano che il suo nome è già entrato nella conversazione nazionale e che in alcuni casi è addirittura tra i favoriti.
Ad esempio un sondaggio realizzato a luglio dall'università del New Hampshire la dava in testa tra i candidati democratici con il 22% dei voti e davanti a Pete Buttgieg, Kamala Harris, Gavin Newsom e Bernie Sanders.
Altri sondaggi, più recenti, sono meno ottimisti: si attesta in terza o quarta posizione.
Chiaramente, è molto presto per fare previsioni ma questi numeri ci dicono già qualcosa. Prima di tutto, che Aoc è già abbastanza competitiva da essere ritenuta una possibile protagonista della corsa democratica.
Ma anche che per superare altri esponenti di spicco, come Kamala Harris, probabilmente servirà qualcosa in più. Aoc è molto conosciuta e ha un’identità politica riconoscibile. A differenza magari di altri politici, la si può associare a delle specifiche battaglie, come ad esempio quelle sulla casa o sulla sanità. Dall’altra però, lo dicevamo, è una figura che comunque genera delle perplessità tra gli elettori moderati.
È una corsa tutt’altro che semplice. Essere popolari tra l’elettorato progressita non basta per assicurarsi la nomination. Per diventare la candidata dei democratici, Aoc dovrebbe convincere elettorati diversi tra loro all’interno del suo partito e superare le resistenze di una consistente fetta dem, quella dell’establishment appunto. Lo sappiamo, storicamente e per via della struttura bipolare del sistema politico americano, il Partito demcoratico non è un blocco omogeneo. Dentro convivono anime diverse.
Lei, come altre figure, hanno contribuito a spostare il dibattito a sinistra, a introdurre temi, a costringere il partito a prendere posizione o comunque a rivedere alcuni aspetti. L’ala più progressista ha preso la sconfitta del 2024 come il segnale che essere moderati non funziona più, che la retorica prudente e la difesa dello status quo sono le ragioni per cui il partito ha perso credibilità tra una parte dei lavoratori e dei giovani.
Probabilmente, è vero e il momento di forte polarizzazione che viviamo ne è la conferma. Resta altrettanto vero però che per arrivare a guidare un partito così grande in un Paese come gli Stati Uniti serve pure provare a costruire ponti, a creare alleanze anche con quella fetta di elettorato moderato che si sente più rappresentata dall’establishment democratico.
Secondo alcuni retroscena, negli ultimi tempi Aoc si è mossa in questa direzione, cercando di ampliare la propria base senza necessariamente annacquare i principi progressisti. Rispetto ai primi tempi della sua carriera politica, in cui si era presentata come un outsider all’interno del suo stesso partito, ora la strategia è cambiata. Aoc sembra molto più intenzionata a lavorare con le strutture dei democratici e a dare al suo messaggio una prospettiva nazionale.
Sicuramente i prossimi due anni saranno un test decisivo. Se i democratici riusciranno a ottenere risultati significativi, Aoc potrà presentarsi come una delle figure che hanno contribuito alla ripresa del partito. La strada, da qui al 2028, è ancora lunga ma la competizione è già cominciata.